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VECI E BOCIA 2-2010
Ultima modifica : 2010-06-30 16:23:42 (31159 leggi)
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Notiziario della Sezione ANA di Milano - edizione: maggio 2010

IL NUMERO 2 DEL 2010 E' STATO MANDATO ALLA STAMPA IL 17 MAGGIO



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SEGUONO DUE ARTICOLI ESCLUSIVAMENTE ON-LINE

L'Adunata di Bergamo (di Dario Bignami)

Aveva visto lungo Giuseppe Garibaldi il 5 maggio 1860 quando, partendo da Quarto per Marsala inseguendo il suo sogno di un’Italia unita, divenuto realtà l’anno successivo, portò con sé tra i suoi mille moltissimi bergamaschi.
Come riconoscimento a ciò, il gonfalone di Bergamo è stato insignito del titolo di “Città dei Mille”.
Che questa sarebbe stata una grande adunata lo si era già capito lo scorso anno al termine di quella, altrettanto meravigliosa, di Latina. Tutti non vedevano l’ora che i 365 giorni che dividevano le due adunate passassero alla svelta. Il richiamo di un raduno nazionale a Bergamo era già allora molto invitante e molto sentito. E tutti sapevano che sarebbe stata un’adunata da “Mille e una favola”: un’adunata da record.
“Città dei Mille” dicevo prima, ma ora, e non ce ne voglia Garibaldi, dopo tre giorni stupendi Bergamo a buon diritto potrebbe fregiarsi del titolo di “Città delle Mille”. Delle mille feste che si sono create a ogni angolo della città e anche nei paesi della provincia bergamasca in quest’unica grande festa di popolo (alpino), delle mille e mille facce allegre e sorridenti, dei mille abbracci gioiosi di tutte le persone che si sono date appuntamento a Bergamo, magari senza conoscersi e senza sapere cos’è l’adunata degli Alpini, ma con la sola voglia di esserci, di non voler mancare assolutamente a questo bellissimo appuntamento, di voler vivere l’adunata e con la consapevolezza di poter dire con orgoglio: “A Bergamo io c’ero!”. E poco importa se la pioggia l’ha fatta da padrona per quasi tutto il tempo; per gli Alpini il periodo dell’adunata è bello come il sole raffigurato sul gonfalone della città. Per questo motivo in molti, a partire dal tardo pomeriggio, hanno sfilato pur sapendo di bagnarsi: per sentire addosso il calore della gente e per raccogliere il giusto tributo di applausi e di sorrisi dell’Italia che ama gli Alpini. Difficile trattenere l’emozione e le lacrime, sia in tribuna che in sfilata. È stato bello per me vedere, poche decine di minuti dopo la partenza da casa, già a partire da Arzago d’Adda e su fino a Treviglio, tutti i paesi con esposti i manifesti del raduno e le bandiere tricolori (ben 140.000 tra Bergamo e tutta la provincia bergamasca). E anche da Treviglio (crocevia per chi dalla bassa bergamasca, ma non solo, doveva prendere il treno per raggiungere la festa) fino a destinazione è stato sufficiente affacciarsi ai finestrini per vedere il grande imbandieramento in ogni singolo paese incontrato, in un territorio che si dice prediliga il verde di un partito politico. Sembrava di rivedere gli stessi paesi attraversati all’andata ed al ritorno da Bassano del Grappa nell’adunata del 2008.

In tutto questo festoso baillame di penne nere si sono inseriti anche gli alpini del Gruppo di Lodi alloggiati presso la parrocchia di S. Maria Immacolata alle Grazie (in pratica in pieno centro con la sfilata che gli passava davanti), dove c’era anche il Gruppo di Vigevano-Mortara con una mostra sul Servo di Dio Teresio Olivelli. Come al solito, i primi avamposti si sono recati nella città di S. Alessandro già al venerdì mattina mentre io li ho raggiunti alla sera. I restanti sono arrivati tra sabato e domenica, e hanno contribuito a far sì che il nostro Gruppo fosse molto numeroso. Come ciliegina sulla torta, per me, il fatto di aver ritrovato a 16 anni dal congedo il mio amico Mauro Rosola, iscritto al Gruppo di Berlingo della Sezione di Brescia. Il classico pranzo del sabato in un buon ristorante ha poi contribuito a rendere quest’adunata ancor più bella.
Grande è stata anche la partecipazione della nostra Sezione, accorsa in gran numero vista la vicinanza. Se già al venerdì sera, dopo l’arrivo e il passaggio della Bandiera di Guerra, la città si presentava quasi paralizzata dal grande afflusso di penne nere, il sabato è stato ancor peggio (o ancor meglio a seconda dei punti di vista) col raggiungimento della prevista cifra di cinquecentomila partecipanti. Raggiungere la Città Alta (bellissime le antiche mura adornate di bandiere tricolori) per semplici scopi turistici o per andare a fare una visita al Beato don Carlo Gnocchi in duomo è stata cosa faticosa, quasi improba. Molte emozioni sono poi venute dal lancio dei paracadutisti allo stadio, dalla S. Messa celebrata al Lazzaretto nel pomeriggio, dal carosello delle fanfare ancora allo stadio in serata del sabato. Come non ricordare anche l’alzabandiera sia del venerdì mattina (che ha dato il via alla grande festa), sia quello sezionale del sabato a Cassano d’Adda al monumento del Generale Giuseppe Perrucchetti; oppure come non ricordare “la prima volta” in sfilata dei ragazzi che hanno partecipato lo scorso anno al progetto “Pianeta Difesa 2009”; così come c’è stata anche la prima volta per il Gruppo di San Giuliano Milanese nel portare uno striscione sezionale. Belli e applauditi i nostri due striscioni con le frasi: “Naia, scuola di vita” e “la montagna ci ha formato come uomini, la leva ci ha formato come cittadini”. In quest’adunata non è mancato nemmeno lo spazio riservato agli Alpini in armi, con la Cittadella Militare collocata all’interno del Parco Suardi e il passaggio delle Frecce Tricolori sulla sfilata lasciando nel cielo l’inconfondibile scia tricolore. In pratica si è passati da un’emozione all’altra senza quasi rendersene conto. Nella sublime sfilata della domenica un gran boato si è udito al passaggio della Sezione Abruzzi a un anno dal terremoto, sicuramente i più applauditi prima che sfilasse Bergamo. Da strappalacrime e strappa-applausi poi due loro striscioni, uno del Gruppo di Paganica che ringraziava i “fratelli” della Sezione di Vittorio Veneto per l’aiuto dato loro con il dono di una nuova sede, e l’altro, e non poteva essere diversamente, del Gruppo di Fossa per quanto fatto dall’ANA con la costruzione di un nuovo villaggio. Ma sicuramente l’apice di tutta la manifestazione lo si è raggiunto in serata quando ha sfilato la sezione di casa accompagnata da incitamenti e cori da stadio. Roba da brividi e pelle d’oca sentir scandire a gran voce il grido “Berghem! Berghem!” accompagnato da una marea di applausi.

Sicuramente la fotografia migliore che rimarrà di questa grande adunata (in tutti i sensi), almeno per me, è stata vedere viale Papa Giovanni XXIII dalla stazione ferroviaria fino alla Città Alta passando per le colonne di Porta Nuova, “incartate” di verde, bianco e rosso, completamente invaso di alpini e gente comune che facevano, come si suol dire, le “vasche” in entrambe le direzioni per il solo piacere di essere lì in mezzo alla festa, e dove mi è capitato di sentir dire una frase da un alpino bergamasco, anche se il dialetto tradiva un pò le sue origini, che sintetizza bene cos’è stato questo bellissimo weekend: <> Sicuramente Giuseppe Garibaldi sarebbe stato fiero di essere stato presente a “Berghem de sass”, nella città che per merito suo è la “Città dei Mille” e che per tre giorni è stata “capitale degli Alpini”; e il prossimo anno sarà ancora tempo di celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, in quel percorso cominciato sulle coste della Liguria, passato prima da Torino nel 1861 poi da Bergamo 2010 e che si concluderà a Torino nel 2011 in occasione dell’84ª adunata nazionale che per tre giorni vedrà il capoluogo del Piemonte tornare ad essere sì la “capitale d’Italia”, ma degli alpini.
Dario Bignami


Gli Alpini nel viaggio della Memoria in Eritrea (di Roberto Scloza)

Come preannunciato da ‘L’Alpino’, dal 6 al 17 aprile 2010 si è svolto il viaggio della memoria in Eritrea, organizzato dal consigliere del gruppo ANA di Bresso Giuseppe Parozzi, per onorare i nostri Caduti e quelli indigeni, chiamati àscari (= soldati), incorporati nel Regio Esercito nelle guerre d’oltremare; hanno partecipato quattordici alpini, cinque dei quali accompagnati dalle rispettive consorti.
Partiti a bordo di un aereo dell’Egyptair dalla Malpensa nel pomeriggio di martedì 6, arriviamo a notte inoltrata ad Asmara – 520 mila abitanti chiamati asmarini, adagiata su un altipiano ondulato, a 2.350 metri s.l.m., caratterizzata da un clima mite e salubre – indi veniamo trasferiti all’albergo ‘Ambasoira’.
Mercoledì 7 intera giornata volta a scoprire l’italianità della città, diventata nel 1897 capitale dell’Eritrea. Guidati da ‘Salvatore’ (asmarino, laureato in agraria a Milano nel 1982), percorriamo a piedi, col cappello alpino, le vie del centro già denominate corso Impero (fiancheggiato da altissime palme, dove tuttora è ubicato l’omonimo cinematografo), corso Italia, viale Roma (ove ha luogo il cinema Roma), largo Milano, nonché le vie Leonardo da Vinci, Garibaldi, Nino Bixio, Mazzini, Marconi. L’assetto urbanistico, le facciate dei palazzi ministeriali, del municipio, degli edifici scolastici, mettono in evidenza l’impronta architettonica in auge in Italia negli ‘anni ruggenti’. Quivi ci sono tuttora scuole e istituti italiani; nel 1967 è stata inaugurata l’Università Cattolica. Asmara è sede di vicariato apostolico.
Per rendersi conto di quanto siano utili le scuole italiane, basta frequentare il cortile interno (fornito di tavolini, sedie ed ombrelloni) del bar-ritrovo “Casa degli italiani”: gli avventori indigeni parlanti il nostro idioma, gentili e loquaci, per rammentare la fedeltà all’Italia dei loro zii, padri o nonni (generalmente àscari), intavolano di buon grado approcci con gl’italiani. L’Eritrea, proclamata colonia italiana il 1° gennaio 1890 con capoluogo Massaua, deve agli Italiani anche il nome: già i greci e i romani, per indicare il Mar Rosso, usavano i vocaboli Erythrea Thalassa e Mare Erythraeum. La menzionata toponomastica della capitale rimase inalterata anche durante l’occupazione britannica; fu soppressa e sostituita con l’arrivo degli abissini che inglobarono l’Eritrea dapprima come unità federata dell’Etiopia (15 settembre 1952), poi addirittura come provincia dell’impero del negus Hailè Selassiè. Adesso vi è una sola via intestata ad una città italiana: via Bologna, in ricordo degli eritrei della diaspora sparsi nel Mondo che da qualche lustro sono soliti darsi appuntamento in agosto, per ritrovarsi nel capoluogo emiliano. Poiché nel 1938 i coloni italiani stabilitisi nella capitale sovrastavano numericamente quelli autoctoni, Asmara venne proclamata ‘città metropolitana d’oltremare del Regno d’Italia’. Attualmente in città - dove scippi, furti e atti teppistici sono sconosciuti - risiedono solamente poche centinaia di connazionali!

Giovedì 8, percorrendo in autobus una novantina di chilometri - gli ultimi tre su una strada in terra battuta - verso sud ovest, fermati di quando in quando lungo il tragitto in posti di blocco istituiti e presieduti da militari, raggiungiamo l’isolata località di Daro Ghunat. È situata ad una dozzina di miglia da Adua e a due dal fiume Mereb, confine naturale con l’Etiopia (frontiera chiusa, a causa dei non buoni rapporti tra i due governi). A Daro Ghunat, nel 1939, il governo mussoliniano ha fatto erigere il Monumento-ossario ai Caduti italiani della tragica battaglia di Adua, avvenuta il 1° marzo 1896. Disposti in tre colonne al comando del gen. Baratieri, 14.500 soldati italo-eritrei furono sopraffatti da 100 mila uomini armati del negus Menelik II e ben 6.345 di essi (un terzo dei quali erano àscari) rimasero esanimi sul terreno, mentre 1.846 furono fatti prigionieri.
La strage di Adua propalò in Patria un sentimento di profonda costernazione nella pubblica opinione: contribuì a far cadere il governo Crispi, che aveva deciso l’intervento armato in Abissinia. Alla cerimonia per onorare i Caduti erano presenti: autorità locali, il col. Silvestro Maccariello, addetto militare all’ambasciata d’Italia – che impartiva: l’‘at-tenti’, ‘onore ai Caduti’, ‘inno del Piave’ (propagato da un magnetofono a batteria) e il ‘ri-poso’ – il suo fido accompagnatore, appuntato dei Carabinieri Paolo Maggiori Ciri, i vessilli delle sezioni ANA di Udine (alfiere Ernesto Toniutti) e Milano (alf. il sottoscritto), nonché i gagliardetti di Muris di Ragogna, sez. di Udine (alf. Gianfausto Pascoli), di Cercivento, sez. Carnica (alf. Edoardo Boschetti), di Forno di Zoldo, sez. di Belluno (alf. Stefano Panciera), di Cadegliano Viconago, sez. di Luino (alf. Santino Andina) e di Sabaudia, sez. di Latina (alf. Candido Luca). La corona d’alloro, corredata da nastro tricolore riportante la scritta ‘L’ANA ai Caduti’ - donata dall’organizzatore alp. Parozzi - veniva portata e deposta ai piedi dell’obelisco da Antonio Oldrati e Valter Baroni del gruppo Alpini di Cadegliano Viconago (VA). Parozzi, invece, ha coordinato le operazioni con le autorità militari e civili eritree.
Al ritorno, ci fermiamo per il pranzo in una trattoria di Adi Quala; consumiamo piatti tipici di specialità del posto usando le mani, come gli eritrei, poiché, per consuetudine, per tali pietanze, non vengono fornite le posate. Visitiamo quindi la chiesetta di Santa Rita, in quanto sulla parete interna di sinistra sono stati incastonati cinque lastroni di pietra nera sui quali sono incisi i nominativi dei 651 prigionieri di guerra italiani militari e civili, morti il 28 novembre 1942, in conseguenza dell’affondamento nell’Oceano Indiano occidentale del piroscafo inglese ‘Nova Scotia’, silurato da un sommergibile tedesco.

Le medesime manifestazioni patriottiche, sempre in presenza di autorità locali, del col. Maccariello, del rappresentante della Benemerita, dei vessilli e gagliardetti ANA e con deposizione delle corone d’alloro, venivano ripetute nei cimiteri militari italiano ed eritreo della guerra del fronte popolare di liberazione ubicati in Asmara venerdì 9, nel cimitero degli eroi di Cheren lunedì 12 (ove ha presenziato padre Luca, frate francescano, di babbo napoletano e mamma eritrea) e giovedì 15 al mausoleo di Dògali, che nella lingua tigrina si pronuncia Dogàli. A Cheren, città a nord-nord ovest di Asmara, nel febbraio-marzo 1941, si svolse la più cruenta battaglia dell’A.O.I: i nostri combattenti, coadiuvati da àscari, incalzati dalle soverchianti truppe britanniche e del Commonwealth, furono costretti a ripiegare, pagando un ingente tributo di sangue, verso la capitale, che veniva definitivamente perduta, unitamente a Massaua, nella prima decade di aprile.
A Dògali - villaggio sito sul bassopiano dell’entroterra massauano - una colonna di rinforzi di 548 uomini, alla guida del ten. col. De Cristoforis, il 26 gennaio 1887, mentre stava portandosi verso il forte di Saàti presidiato dal magg. Boretti, fu attaccata dalle milizie (7.000 uomini) del generale Alula, ras della provincia di Amasien; dopo quattro ore di combattimenti, esaurite le munizioni, fu travolta ed annientata; soltanto un ufficiale e 86 soldati italiani riuscirono a salvarsi! Un mese dopo lo sterminio, il 25 febbraio, per potenziare il ‘Corpo speciale’ del gen. Baldissera, partì da Napoli per Massaua il 1° contingente formato da 467 penne nere (più una bianca) denominato “Battaglione Alpini d’Africa”, strutturato su tre compagnie: la 48a del btg. Tirano, la 59a del btg. Verona e la 69a del btg. Gemona. Era comandato dal magg. Domenico Bonaventura Ciconi, friulano di Vito d’Asio che il successivo 9 settembre, purtroppo, decedeva a bordo della nave ospedale ‘Garibaldi’, ormeggiata nel porto di Massaua, perché colpito da tifo addominale. Altri tredici suoi alpini, nei mesi successivi, morivano per aver contratto malattie tropicali. Nella facciata della casa natale di Vito d’Asio (PN), una lapide perpetua ai posteri la figura dello sfortunato comandante Ciconi.
L’eccidio di Dògali è entrato nella toponomastica italiana; a Roma, per esempio, davanti alla stazione Termini, vi è ‘Piazza dei Cinquecento’ impreziosita dal relativo monumento, mentre a Milano, in zona Corvetto, una strada è titolata ‘Via dei Cinquecento’.

Sabato 10: in mattinata visitiamo lo stabilimento tessile del ‘Gruppo Zambaìti’ che dà lavoro a cinquecento persone, in maggioranza del gentil sesso, gestito dall’imprenditore bergamasco Giancarlo Zambaìti, (alpino di Leffe; nel 1961 prestò servizio, col grado di sottotenente, al CAM Orobica). Egli ci gratifica con un prelibato pranzo, preparato con prodotti nostrani, vino compreso. Nella serata, in un salone dell’albergo ove pernottiamo, alcuni convenuti brindano per festeggiare una coppia di sposi; tra loro c’è pure il presidente eritreo Jsaias Asworki (intrepido propugnatore dell’indipendenza, ritenuto eroe nazionale). Questi, verso le ore 21,30, mentre si accingeva a guadagnare l’uscita attorniato da due guardiaspalle, incrociando nella hall l’alpino Parozzi, si fermava, scambiava con lui poche parole e si congedava, dopo una reciproca stretta di mano.

Domenica 11, alle ore 9,30, nella cattedrale gremita di fedeli, partecipiamo (schierandoci sulla destra dell’altare) con vessilli e gagliardetti, alla santa Messa, celebrata in lingua italiana da padre Gabriele, frate eritreo, e solennizzata da un ben intonato coro di ‘voci bianche’, composto da giovinetti e giovinette con ... ‘faccette nere’.
Il celebrante, nella breve omelia, tra l’altro, ha soggiunto: “... ho il piacere di evidenziare che oggi, qui tra noi, ci sono gli Alpini d’Italia, arrivati per ricordare ed onorare i loro e i nostri Caduti ...”. Nel pomeriggio visitiamo l’orfanotrofio cittadino gestito da suor Gioacchina, alla quale consegniamo un’offerta in moneta locale (nakfa), frutto di spontanei oboli dei partecipanti.

Martedì 13, col trenino a scartamento ridotto, composto da due vecchie carrozze e motrice funzionante a carbone, costruita nelle officine Ansaldo di Genova nel 1938 anno XVI E. F. (come precisa la placca metallica imbullonata sulla fiancata), su una sinuosa strada ferrata in costante discesa corredata da una serie di mini gallerie, opere costruite dagli italiani nella prima decade dello scorso secolo, in quattro ore arriviamo nella cittadina di Ghinda, sulla direttrice del Mar Rosso. Il trenino funziona solo previa prenotazione dei turisti stranieri - allo scopo di offrire la possibilità di ammirare lo spettacolare e suggestivo panorama montuoso con estese digradanti, brulle e pressoché spopolate vallate - e per raggiungere Massaua (km 118) impiega otto ore. Pranzato all’aperto in stazione, in pullman raggiungiamo l’afosa Massaua - 24 mila abitanti - i cui caseggiati mostrano, qua e là, i segni dei bombardamenti subìti durante la trentennale lotta guerreggiata, per ottenere l’indipendenza dall’Etiopia.

Il giorno successivo, mercoledì, in motobarca, gita alle isole Dissei.
Giovedì 15, alle ore 19, siamo ospiti al Circolo dell’esercito ‘Garden’ di Asmara. Fra le autorità, spiccano l’ex ambasciatore eritreo a Roma dott. Petros Fessehazien (laureato in ingegneria civile a Torino), coordinatore delle ambasciate eritree in Europa e l’ambasciatore italiano in Asmara, dott. Gaetano Martinez Tagliavia, palermitano, coi quali intavoliamo discorsi per esternare le ragioni della nostra visita nel Paese e le sensazioni riscontrate. Il responsabile del Circolo ci offre la cena a buffet, consumata in un’atmosfera di autentica e cordiale amicizia.
Venerdì 16, su invito, verso le ore 13 raggiungiamo la sede dell’ambasciata d’Italia; l’ambasciatore dott. Martines Tagliavia, e la sua gentile consorte, ci accolgono festosamente, facendo ‘gli onori di casa’: foto di gruppo, scambio di impressioni e convenevoli e, dulcis in fundo, pranzo self-service: c’è ogni ben di Dio. Fra gli astanti, anche il col. Maccariello, la sua signora, l’appuntato Maggiori Ciri ed alcuni medici italiani che avevano operato in quelle settimane in Eritrea.

L’unica nota negativa - in cauda venenum, dicevano i latini - l’abbiamo riscontrata sabato 17, al rientro in Italia, con la menzionata compagnia aerea. Giunti all’aeroporto del Cairo verso le ore 6, trascorriamo estenuanti ore in attesa, per inagibilità dello spazio aereo nel centro Europa causata dalla nube di cenere sprigionatasi dal vulcano islandese Eyiafjallajökull. Non potendo atterrare alla Malpensa (scalo non praticabile), il velivolo veniva giocoforza dirottato a Fiumicino e ciò ha creato non pochi disagi e fastidi a quasi tutta la comitiva.
Come recita un vecchio adagio, tuttavia si sa che non tutti i mali vengono per nuocere, almeno per il capogruppo di Sabaudia, Candido Luca (nato ad Asmara da genitori carnici) e sua moglie Franca Canciani (nata a Sabaudia da genitori gemonesi): essi, atterrando a Roma, grazie anche al figlio accorso in loro aiuto, hanno raggiunto senza alcuna difficoltà la loro abitazione e in notevole anticipo rispetto all’orario programmato!
Roberto Scloza
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