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VECI E BOCIA 4-2010
Ultima modifica : 2010-10-19 20:24:38 (33856 leggi)
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Notiziario della Sezione ANA di Milano - edizione: settembre 2010

IL NUMERO 4 DEL 2010 E' STATO MANDATO ALLA STAMPA L'11 OTTOBRE

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SEGUONO NUMEROSI ARTICOLI CHE NON HANNO TROVATO POSTO NELL'EDIZIONE SU CARTA...

Il Vessillo della Sezione di Milano a Lugagnano di Sona

Domenica 13 giugno 2010 a Lugagnano di Sona, in provincia di Verona, si è tenuta l’Adunata dei Gruppi della zona Mincio, una zona molto vasta che conta ben 22 gruppi e più di tremila alpini iscritti.
Presupposto dell’Adunata è stato il restauro di una chiesa nella campagne di Lugagnano, da anni in disuso e ultimamente crollata per buona parte. Questa chiesa risale al XVIII secolo, quando ancora Verona era un possedimento della Repubblica di Venezia; nonostante le dimensioni ridotte, è molto importante per questa parte di territorio veronese, in quanto è una delle poche testimonianze architettoniche del passato. Costruita a cavallo tra la fine del 1600 e i primi del 1700 nell’angolo sud est della corte Messedaglia, possedimento dapprima dei conti Bevilacqua e poi di altre famiglie nobili di Verona, fu inizialmente intitolata a Santa Maria del Carmine e successivamente anche a San Rocco, santo invocato contro il colera che colpì queste campagne nel 1800.
Meta immancabile per le rogazioni, le celebrazioni religiose legate alla coltivazione della. terra, punto di riferimento poi per le celebrazioni mariane del mese di maggio e di ogni altro momento religioso della zona, è stata nella seconda parte del secolo scorso poco utilizzata e poi definitivamente abbandonata nei primi anni ’70, sino al crollo della copertura e di buona parte delle murature alla fine degli anni `90.
Per gli Alpini di Lugagnano era una ferita al cuore vedere questo pezzo della loro storia cadere un sasso dopo l’altro, così a partire dal maggio 2008, dopo aver ottenuto le necessarie autorizzazioni, gli Alpini con la loro caparbietà, le loro abilità, le loro capacità, si sono impegnati per tutti i sabati nei due anni successivi, nel recupero di ogni sasso, di ogni mattone o tavella del pavimento, di ogni coppo della copertura, fondendo tecnologie costruttive moderne con materiali antichi, per ridare vita a questo piccolo gioiello del territorio veronese. Un’opera che è totalmente figlia degli Alpini: dall’idea, dalla progettazione alla realizzazione, sino alla ricerca dei fondi necessari ai lavori, contando solamente sul sentito ringraziamento della gente, riconoscente di quanto si andava a fare. Questa potrebbe apparire come una piccola opera se messa al cospetto dei grandi interventi ai quali noi Alpini ci siamo abituati. Ma è con le piccole gocce che si forma un oceano, e questa piccola goccia è stata fatta con la solidarietà, figlia dell’amore di questi uomini per la loro terra e per la loro storia, lo stesso legame con la nostra terra che celebrava il nostro Mario Rigoni Stern raccontando dei suoi Alpini spersi nelle desolate steppe russe.



L’Adunata di zona Mincio ha voluto dare il giusto risalto a quest’opera che mette, se mai ce ne fosse ancora bisogno, in risalto le capacità e la volontà degli Alpini. Era presente il presidente sezionale di Verona Ilario Peraro, il consigliere nazionale Angelo Pandolfo, quasi tutti i consiglieri sezionali e alcuni capizona. Inoltre c’erano i vessili sezionali di Milano e Piacenza rappresentati dai consiglieri sezionali Giancarlo Piva e Antonio Saccardi e i gagliardetti di Abbiategrasso e Corsico della Sezione di Milano e di Grumes per la Sezione di Trento, i quali si sono ritrovati nel loro consueto allegro e fraterno abbraccio che caratterizza gli istanti precedenti alla sfilata. Dopo l’alzabandiera eseguito da due giovani Alpini in divisa storica, alla presenza delle autorità civili, religiose e militari è stata presentata l’opera e il capogruppo locale Fausto Mazzi ha tagliato il nastro assieme al presidente sezionale e il sindaco del Comune di Sona Gualtiero Mazzi, mentre il parroco Don Antonio Sona ha benedetto i lavori eseguiti. Ma non solo questi erano i presenti: tutta la comunità di Lugagnano si è stretta attorno ai suoi Alpini in una giornata di gioia e di ringraziamento per quanto fatto. Così il corteo di oltre 600 Alpini, preceduti dalla banda musicale del Comune, dalla Protezione Civile dell’ANA, dai vessilli sezionali, dagli oltre 86 gagliardetti presenti, dal gonfalone comunale, è sfilato per il corso principale del paese imbandierato con il tricolore, tra due ali di folla che applaudiva festante, per arrivare sino alla piazza principale dove sono stati accolti da un cordone di bambini, ciascuno con una bandiera in mano a sventolare felici in questo momento di festa. Dopo i solenni momenti con gli onori ai Caduti e la Santa Messa nella chiesa parrocchiale, gli Alpini hanno ripreso a marciare, con ordine e compostezza sino al palatenda dove si sono lasciati andare al momento di convivialità.
Una grande giornata di festa che ha celebrato degnamente un’altra perla per gli Alpini.
Questo meraviglioso gruppo di Alpini e amici degli Alpini è unito, compatto: l’unione fa la forza e si chiama alpinità.
Giancarlo Piva


Il 40° anniversario di fondazione del Gruppo ANA di Odalengo Piccolo

“Benvenuti nel paese che non c’è”. No, non è l’inizio di una nuova favola con protagonisti Peter Pan, Campanellino e Capitan Uncino ma è la prima frase del cartello segnaletico informativo che s’incontra all’arrivo della frazione Serra, la prima delle tre che compongono il paese di Odalengo Piccolo, piccolo (e scusate il gioco di parole) paese della Val Cerrina tra le colline del Monferrato astigiano.
Tutte e tre le frazioni, molto democraticamente, si sono divise gli edifici principali: nella frazione Serra c’è la Casa Comunale, nella frazione Pessine c’è il castello e nella frazione Vicinato la chiesa parrocchiale. La breve “storia” che vi voglio raccontare è quella di un compleanno speciale: il 40° anniversario di fondazione del locale Gruppo Alpini, bellamente festeggiato domenica 11 luglio; ma per farlo devo tornare indietro di tre settimane, precisamente alla manifestazione di Acqui Terme. Qui, tra i tanti alpini presenti, ho incontrato alcuni astigiani ai quali, così per pura curiosità, ho chiesto se avessero un sito internet della loro Sezione. La risposta è stata che da poco tempo era in funzione “anaasti.it”. Al ritorno a casa dalla città termale sono andato subito a vedere com’era e con mia sorpresa ho visto che annunciava l’anniversario del Gruppo. Ovviamente non ci ho pensato su due volte sulla partecipazione alla manifestazione e così, dopo aver preso nota del giorno in cui si sarebbe svolta, qualche giorno prima dell’evento contatto l’amico e socio Ernesto Livraghi che mi conferma la sua volontà di partecipare.
Presi tutti gli accordi, domenica mattina 11 luglio passo a prenderlo sotto casa e ci avviamo in direzione Piemonte. Il viaggio fino all’uscita autostradale di Asti (pensando che andrà rifatto anche i prossimi 2-3 ottobre per il raduno del 1° Raggruppamento) scorre piacevolmente; da lì in avanti teniamo d’occhio le cartine stampate con le indicazioni per raggiungere il paese. Dopo aver passato diversi piccoli paesi e quello più importante, cioè Moncalvo, dalla strada cominciamo ad intravedere alcune bandiere tricolori: la meta è ormai vicina.
All’arrivo, dopo aver posteggiato l’auto, io ed Ernesto raggiungiamo il piazzale antistante la Casa Comunale dove vi sono i gagliardetti e tutti gli alpini partecipanti e tra una chiacchiera e l’altra conosciamo un Alpino iscritto a un Gruppo di Casale Monferrato che ci dice di conoscere una persona del lodigiano proprietaria di un podere in zona. Piacevole è stata la sorpresa per gli alpini di Odalengo nel vedere che alla loro manifestazione abbia partecipato anche il nostro Gruppo, anche se non propriamente della zona, visto che la maggior parte erano delle Sezioni di Alessandria, Asti, Torino e Casale Monferrato. Nonostante il cielo leggermente coperto la calura si fa sentire. Alle 10 puntuali comincia la manifestazione con i saluti a tutti i convenuti da parte del sindaco signora Carola Triveri e con l’alzabandiera sul piazzale antistante il Palazzo Comunale.
Una volta formato il corteo per iniziare la sfilata, si ha finalmente un’idea di quanti siano i partecipanti: sono presenti due vessilli sezionali (Asti e Casale Monferrato), una ventina di gagliardetti e poco più di un centinaio di Penne nere. Tutto sommato neanche tanto male vista la giornata scelta per festeggiare l’anniversario.
Il primo tratto di sfilata, lungo appena quattrocento metri, porta gli Alpini alla piccola sede del locale Gruppo per un sostanzioso buffet di benvenuto in attesa dell’arrivo del sacerdote per la celebrazione della S. Messa. Il secondo tratto è quello più lungo e faticoso: un chilometro e mezzo in salita (che mi ha ricordato tanto il raduno della Sezione di Brescia a Monte Isola un mese prima) per raggiungere la chiesa parrocchiale. Nonostante la calura il tempo ha lasciato spazio ad una inaspettata ma rinfrescante pioggerella che ha aiutato gli Alpini in sfilata a sentire di meno la fatica.
Nella piccola chiesa della frazione Vicinato il sacerdote nell’omelia ha esaltato l’operato degli Alpini in tempo di pace e l’operato di quelli odalenghesi a favore della propria comunità in ogni occasione richiesta, cose poi ribadite anche dal sindaco Triveri. Un consigliere sezionale di Asti e il capogruppo hanno invece ricordato le figure di coloro che 40 anni fa sono stati i fondatori del Gruppo riconoscendone i meriti. Dopo lo scambio di alcuni doni prima del termine della celebrazione eucaristica, all’uscita dalla chiesa è proseguita la manifestazione con le deposizioni delle due corone d’alloro ai monumenti agli Alpini e ai Caduti dopodiché per me ed Ernesto è cominciato il viaggio di ritorno verso casa consapevoli di aver ancora una volta fatto conoscere in giro per l’Italia il nome di Lodi.
“Benvenuti nel paese che non c’è”; forse, stando al cartello segnaletico informativo, Odalengo Piccolo non esiste, ma esiste la “favola”, anzi la realtà di un piccolo-grande Gruppo Alpini che ha da poco festeggiato 40 anni di vita.
Dario Bignami


L’80° anniversario di fondazione del Gruppo ANA di Soprazocco

Ci sono date, sul calendario, che sembrano fatte apposta quand’è il momento di festeggiare un anniversario. Ne sa qualcosa il Gruppo Alpini di Soprazocco della Sezione di Salò che domenica 8 agosto ha festeggiato sia il proprio 80° anniversario di fondazione sia il 20° anniversario dall’inaugurazione della propria sede. Numeri importanti che, come ho detto prima, ritornano nella data scelta per l’occasione: l’8-8 per esempio, come l’ottava decina d’anni di vita alpina al servizio della comunità di Gavardo (Soprazocco è una frazione di questo paese bresciano) ed il 20: come gli anni trascorsi da quando hanno inaugurato la loro bella baita che con tenacia hanno ardentemente voluto costruire e come le prime due cifre di 2010, anno di questa bella ricorrenza. Ma anche, come ha voluto evidenziare il presidente sezionale Romano Micoli nel suo discorso precedente la S. Messa, i quasi 50 milioni di euro donati dall’ANA in attività benefiche nel corso del 2009, frutto del costante impegno e dei tanti sacrifici fatti a fin di bene dai tanti Alpini che ci sono in Italia.
Ma i numeri sono anche le presenze che si sono registrate a Soprazocco: almeno una trentina di gagliardetti oltre al Vessillo sezionale e poco più di un centinaio di alpini tra cui due reduci di Russia sui quattro “veci”, portati da un punto all’altro del lungo percorso (a occhio e croce un paio di chilometri buoni e tutti sotto un caldo sole) col pick-up della locale Protezione Civile sezionale e lungamente applauditi dai tanti cittadini ai bordi della strada. Decisamente un buon numero considerando che ormai siamo in pieno agosto.
Non sto a dilungarmi troppo visto che le formalità di rito sono sempre le stesse con l’alzabandiera e la deposizione di un cesto floreale al monumento ai Caduti, i discorsi, oltre che del presidente sezionale anche del capogruppo di Soprazocco e del sindaco, e la Santa Messa celebrata al campo sportivo. Un cenno però lo merita sicuramente il carosello fatto, sempre al campo sportivo, dalla Fanfara Alpina “Alps of Stars” di Villanuova sul Clisi. Veramente bravi. Mi hanno ricordato tanto quelli fatti dalla Fanfara Alpina Tridentina agli ordini dell’allora maresciallo Donato Tempesta quando venne a Lodi per l’anniversario del nostro Gruppo nel 2001 ed anche allora si trattò di festeggiare un 80° di fondazione.
Dario Bignami


Il 13° Raduno Alpino alla Colma del Mombarone

Ci sono raduni alpini che sono meno conosciuti di altri, magari perché sono più piccoli e perché coinvolgono un numero limitato di Sezioni coi loro relativi Gruppi, anche se poi nessuno vieta ad altre Sezioni e Gruppi di aggregarsi e di potervi partecipare. L’importante è lo spirito alpino con cui lo si fa. Ed è per questo motivo che lo scorso 22 agosto ho partecipato al 13° Raduno Alpino alla Colma del Mombarone organizzato dalle Sezioni di Biella, Ivrea e Valdostana.
Come ho avuto modo di dire al presidente Corrado Perona, mentre gli raccontavo che ero l’unico rappresentante della nostra Sezione, l’ho fatto perché mi sentivo ispirato: o lo facevo ora o non sarei mai più riuscito a farlo.
Dopo aver visto i giorni precedenti in internet tutto ciò che riguardava questo luogo, mi dissi che stavo facendo la cosa giusta anche se ancora non sapevo a cosa stavo andando incontro.
Ma andiamo con ordine. Sabato 21 dopo la mia giornata lavorativa, parto alla volta del Piemonte nel tardo pomeriggio. Il viaggio è tranquillo e sull’autostrada Torino-Aosta col tramontare del sole dietro alle Alpi Pennine vedo un bellissimo gioco di luci, ombre e sfumature da esse derivate. In due ore copro il tratto di strada Lodi-Quincinetto e qui comincia la parte più difficile, trovare il luogo da cui si deve partire a piedi l’indomani mattina. Seguo le indicazioni per Settimo Vittone e Trovinasse, mi fermo un paio di volte per chiedere delle informazioni e alla fine, in tre ore totali giungo a destinazione.
La notte, come sono uso solitamente fare in queste occasioni, la passo nel mio bellissimo albergo a cinque stelle e cinque ruote (devo contare anche quella di scorta, non si sa mai). Ci sono una bellissima notte stellata e i rumori del bosco a conciliarmi il sonno. Alle 5.30 suona la sveglia. Finisco di preparare lo zaino con molta calma ed alle 6 mi metto in marcia seguendo le indicazioni che avevo scaricato dal computer. Comincia la mia sfida con me stesso. Ce la farò ad arrivare fin lassù? Memore della fatica fatta lo scorso anno nel salire all’Ortigara questa è una domanda più che scontata, ma stupida. Ormai sono qui e sono giunto proprio per questo per cui, fatica o no, lassù ci devo arrivare per forza di cose. Dopo poche decine di metri trovo una signora, zaino in spalla e racchette alle mani, che mi dice che anche lei sta salendo al Mombarone. Per mia fortuna ho trovato il mio faro-guida. Con passo lento ma sicuro, da Alpino, cappello ovviamente calcato in testa anche per evitare eventuali scottature solari, saliamo insieme ogni tanto facendo qualche sosta per dissetarci e per scattare qualche fotografia: il sole che illumina le cime delle montagne al mattino, i ruscelli, delle capre, le malghe. Un cane esce da una di queste e ci segue. Non ha cattive intenzioni ma ci abbaia. Sembra ci stia incitando e incoraggiando a proseguire.
“Fà che il nostro piede posi sicuro sulle creste vertiginose”. Non ci sono ne “creste vertiginose”, ne “diritte pareti”, ne “crepacci insidiosi” sul percorso; non voglio sfidare la natura ne la montagna, ma per due volte due rocce mi fregano facendomi scivolare e sudare freddo. La signora mi indica per due volte il Redentore dicendomi: «…guarda, è là. Siamo quasi arrivati.» Sarà… ma per me è sempre molto lontano. L’ultimo tratto di salita è il più duro e devo dare fondo alle poche energie che ancora ho. Comincio ad intravedere molti tricolori. È quasi fatta. Faccio l’ultimo sforzo ed alle 9 esatte sono finalmente arrivato al rifugio Mombarone. Tre ore di camminata e d’immensa fatica per me, che non sono troppo abituato ad andare in montagna, nel superare gli 800 metri di dislivello dalla partenza, ma alla fine ce l’ho fatta. Ho vinto la sfida con me stesso.
Mi asciugo, mi cambio la maglietta bagnata e mangio un gran pezzo di cioccolata per ritemprarmi mentre sto seduto su una panchina a rilassarmi. Ora sto meglio.
Entro nel rifugio per bere un buon caffè bollente e vedo che c’è anche il presidente Perona. Ma lui non poteva mancare: essendo biellese giocava in casa. Gli dico che sono l’unico rappresentante della Sezione di Milano, rimane sorpreso in un primo momento poi mi fa i complimenti e mi offre il caffè. Subito dopo facciamo un paio di fotografie assieme. Se si può dire così, Corrado Perona è la “star” della giornata perché viene attorniato dai suoi Alpini. Subito dopo prendo il gagliardetto del mio Gruppo e salgo al Redentore per ammirare le “Bellezze del Creato”. Da questa terrazza panoramica la vista è stupenda: si possono vedere il Gran Paradiso, il Monte Bianco, la cima del Monte Cervino e tutto il Massiccio del Monte Rosa. C’è anche Cima Tre Vescovi, chiamata così perché è il punto di congiunzione delle tre province (Torino, Biella, Aosta), delle tre diocesi (da cui “Vescovi”) e delle tre Sezioni. Per chi ama, come me, le montagne questa è una cartolina bellissima. Nonostante il caldo c’è del vento a rinfrescare i partecipanti. Cerco di guardare verso le pianure biellesi ed eporediesi ma un immenso mare di nuvole le copre. Peccato. In compenso è la seconda volta che mi capita di essere al di sopra delle nuvole. La prima era stata qualche anno addietro mentre salivo alla Casera Andreon sul Monte Grappa coi soci del mio Gruppo. La piccola fanfara lì presente esegue diverse cante e marce di cui la più gettonata è ovviamente “La Marcia dei Coscritti Piemontesi”. A questo raduno ho anche il piacere di reincontare il mio omonimo (solo nel nome, però) Dario Bertoldo, capogruppo del Gruppo di Vidracco della Sezione di Ivrea che conobbi lo scorso anno in occasione del 50° di fondazione del loro Gruppo.
Alle 10.00 comincia la cerimonia coi discorsi dei presidenti delle tre Sezioni, seguito da quello appassionato del nostro presidente nazionale, accompagnato anche da due consiglieri nazionali, che riscuote grandissimi applausi. Sono presenti i vessilli delle tre Sezioni organizzatrici ed una cinquantina di gagliardetti. I partecipanti in tutto sono circa trecento.
Alle 10.30 comincia la S. Messa celebrata da don Remo, cappellano della Sezione di Ivrea. Una celebrazione semplice dove ogni parola in più sarebbe stata fuori posto visto che a “parlare” c’era già tutto ciò che ci circondava. La S. Messa termina alle 11.30 e comincia il lungo “set fotografico” del presidente Perona che si fa immortalare praticamente con tutti. Do un’occhiata per l’ultima volta alle montagne che circondano il Mombarone e il Redentore e con calma mi avvio al rifugio per pranzare. Alle 12.30 parto dal rifugio e mi avvio all’auto. In due ore, con un percorso leggermente diverso da quello dell’andata e con l’aiuto di un Alpino valdostano arrivo alla vettura. Altra mezz’ora per sistemarmi e sistemare tutti i bagagli poi parto per tornare ed alle 18 sono a casa.
Arrivo fisicamente stanco, distrutto oserei dire, per tutte le fatiche che ho affrontato in queste 24 ore, ma ampiamente contento e soddisfatto per le emozioni provate a questo 13° Raduno Alpino alla Colma del Mombarone.
Quando si dice che il 13 porta bene…
Dario Bignami


IL 90° DEL GRUPPO ANA DI CRESPI D'ADDA - SEZIONE DI BERGAMO

Cosa lega il nome del colonnello Daniele Crespi a quello di Corrado Perona? Una parola molto semplice ma allo stesso tempo molto importante: PRESIDENTE. Essi sono infatti, in ordine di tempo, il primo (dall’8 luglio 1919, giorno in cui nacque l’ANA, fino all’11 gennaio 1920) e l’ultimo, l’attuale, presidente dell’Associazione Nazionale Alpini.
Nel mezzo ci sono novantuno anni di grande storia della nostra amata Associazione. Ma ci sono anche i novant’anni di vita del Gruppo Alpini di Capriate/Crespi. Un Gruppo dalla vita un po’ particolare visto che, nato da una richiesta ufficiale del colonnello Daniele Crespi nel 1920, all’inizio ebbe il nome di Gruppo ANA di Crespi d’Adda; poi quando sorsero i primi Gruppi intorno a Crespi d’Adda la sua consistenza numerica si assottigliò così tanto da dover “fondersi” con uno dei Gruppi più vicini e più numerosi, cioè quello di Capriate d’Adda, costituendo così nel 1957 il Gruppo di Capriate/Crespi. Anche il luogo dove vive e opera è particolare perché Crespi d’Adda è un villaggio operaio sorto dal nulla (un po’ come il nostro villaggio ANA a Fossa) alla fine del 1800 per opera della famiglia Crespi, imprenditori nel settore del cotone che fecero costruire oltre alle fabbriche tessili anche le case per i propri operai e la scuola per i figli di questi operai. Questo villaggio, unico nel suo genere, sicuramente merita una visita e dal 1995 è stato dichiarato “Patrimonio universale dell’Unesco”.


Dopo questo excursus storico-culturale su Crespi d’Adda è giusto parlare della parte che più interessa a noi e cioè quella alpina. Oltre ad essere il 90° del Gruppo questo è stato anche il primo Raduno Intergruppo della Zona 26 comprendente anche i Gruppi limitrofi di Brembate, Osio Sotto, Dalmine, Filago, San Gervasio d’Adda, Grignano. Molti sono stati i Gruppi che vi hanno partecipato, infatti erano presenti almeno una cinquantina di gagliardetti tra cui, oltre a quelli bergamaschi, anche diversi altri giunti da altre Sezioni: Alta Valpolcevera (Genova), Bellusco e Trezzo d’Adda (Monza), Lodi, Cassano d’Adda e Melzo (Milano), Brinzio (Varese), Merate (Lecco). Dopo un lungo sfilamento per le vie di Capriate per deporre le Corone in ricordo dei Caduti, il corteo si è recato a Crespi d’Adda dove, una volta deposta l’ultima corona davanti al monumento ai “Caduti operai” durante la I° Guerra mondiale, si sono tenuti i discorsi di rito. Il Capogruppo , il Sindaco, il consigliere di Zona e infine, ma non meno importante, il Consigliere nazionale Arnoldi il quale ha ringraziato la presenza del Vessillo di Milano ricordando le origini del gruppo locale. Una volta terminata la S. Messa, tutto lo schieramento si è recato al cimitero di Crespi d’Adda ove è sepolto il Colonnello e gli ha reso omaggio. Fortunatamente la giornata è stata splendida come anche l’accoglienza da parte dei bergamaschi che hanno poi festeggiato fino a sera. Complimenti per i Vostri 90 anni! Viva gli alpini viva l’Italia. Dopo questo excursus storico-culturale su Crespi d’Adda è giusto parlare della parte che più interessa a noi e cioè quella alpina. Oltre ad essere il 90° del Gruppo questo è stato anche il primo Raduno Intergruppo della Zona 26 comprendente anche i Gruppi limitrofi di Brembate, Osio Sotto, Dalmine, Filago, San Gervasio d’Adda, Grignano. Molti sono stati i Gruppi che vi hanno partecipato, infatti erano presenti almeno una cinquantina di gagliardetti tra cui, oltre a quelli bergamaschi, anche diversi altri giunti da altre Sezioni: Alta Valpolcevera (Genova), Bellusco e Trezzo d’Adda (Monza), Lodi, Cassano d’Adda e Melzo (Milano), Brinzio (Varese), Merate (Lecco). Dopo un lungo sfilamento per le vie di Capriate per deporre le Corone in ricordo dei Caduti, il corteo si è recato a Crespi d’Adda dove, una volta deposta l’ultima corona davanti al monumento ai “Caduti operai” durante la I° Guerra mondiale, si sono tenuti i discorsi di rito.
Il Capogruppo, il Sindaco, il consigliere di Zona e infine, ma non meno importante, il Consigliere nazionale Arnoldi il quale ha ringraziato la presenza del Vessillo di Milano ricordando le origini del gruppo locale. Una volta terminata la S. Messa, tutto lo schieramento si è recato al cimitero di Crespi d’Adda ove è sepolto il Colonnello e gli ha reso omaggio.
Fortunatamente la giornata è stata splendida come anche l’accoglienza da parte dei bergamaschi che hanno poi festeggiato fino a sera. Complimenti per i Vostri 90 anni!
Viva gli alpini viva l’Italia.
Dario Bignami e Alessandro Pisoni


Gara di Bocce "Lui & Lei", 1° Trofeo “Casiraghi Mario a.m.”

Alla presenza del Sindaco Casiraghi Rosagnese e del nipote di Mario, sabato 24 Luglio 2010 a Missaglia si è tenuta in serata un grande spettacolo per la finale valevole per il 1° e 2° posto della gara di bocce “Lui & Lei”, 1° Trofeo “Casiraghi Mario alla memoria”. La gara si è svolta presso la Baita alpina del Gruppo Alpini Missaglia. La finale è stata vinta dalla coppia Annibale Riva Annibale e Speranza Panzeri.
Gilberto Sala

Nella foto, da sinistra: il Sindaco Rosagnese Casiraghi, il Capogruppo Gilberto Sala, la coppia vincitrice del torneo Annibale Riva (Art. da montagna) e Speranza Panzeri, e il nipote di Mario Casiraghi .


Vita nei Gruppi - Cinisello Balsamo

La Festa per Don Marcellino organizzata dal nostro Gruppo

Per chi non lo sapesse Don Marcellino ha svolto il Suo ministero sacerdotale per parecchi anni presso le comunità di Cinisello Balsamo ed è stato poi trasferito presso la Parrocchia di Quinto Sole.
Egli è stato molto vicino al Gruppo Alpini di Cinisello e, poiché è rimasto sempre nei nostri cuori, è ormai nostra consuetudine organizzare una serata benefica con i suoi parrocchiani al secondo sabato di settembre presso la sua attuale Parrocchia.
Per rallegrare la serata abbiamo preparato in loco la polenta con farina di granoturco e farina di grano saraceno; polenta accuratamente preparata dai nostri Alpini Ivo Mantello e Angelo Gilardoni, contornata da pollo e patate in umido. A completamento della cena c’era del formaggio Casera e diversi tipi di torta con le solite buone libagioni.
Non è una cosa semplice organizzare una serata così perché, oltre a preparare la cena, si deve trasportare tutto quanto necessario per la buona riuscita: tavoli, sedie, materiale elettrico, vettovaglie, pentolame; il nostro camioncino parte sempre stracarico. Un elogio va al nostro Capogruppo Pieraldo Chiapello che si adopera sempre al meglio perché tutto riesca nei migliori dei modi.
Prima della cena Don Marcellino ha celebrato la S. Messa alla quale partecipiamo anche con il nostro Coro diretto dal maestro Ferrari che accompagna la funzione religiosa con i canti sacri. Alla fine della S. Messa i parrocchiani vengono intrattenuti con i nostri canti, tipici del repertorio degli Alpini.
L’omelia di Don Marcellino è sempre un po’ particolare: non ci aspettiamo le classiche prediche perché egli di solito alterna i passi del Vangelo con un dialogo diretto con i fedeli raccontando aneddoti e qualche barzelletta, anche in dialetto milanese. Questo rende molto piacevole la partecipazione alla S. Messa.
Quest’anno Don Marcellino verrà trasferito nella Parrocchia di Gratosoglio e, nel fargli tanti auguri per questa nuova sede pastorale, gli promettiamo che lo seguiremo anche presso questa nuova destinazione.
Giuliano Monti



DUE GITE A SOLECCHIO

Ho voluto condividere con alcuni amici, durante la salita a Salecchio Inferiore in Val Formazza, la storia del popolo Walzer che ha dovuto lottare strenuamente con la natura avversa dell’alta montagna fin quasi a soccombere, se non fossero intervenuti quei cambiamenti economici e finanziari che così intensamente hanno contribuito a modificare il nostro Paese.


Scriveva Goethe: “I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi”. Com’è vera questa frase! Ed è vera non solo per coloro che praticano la montagna, le sue vette e i suoi sentieri, ma soprattutto per coloro che vivono in montagna, persone concrete anche se dal carattere schivo e silenzioso, poco amanti delle parole, con una cultura semplice ma allo stesso tempo intensa e portata avanti con determinazione grazie alla trasmissione dei padri. Essi hanno sempre salvaguardato l’ambiente naturale e, nonostante l’asperità del terreno, hanno sempre faticato per cercare di portare avanti il loro lavoro con dignità e tenacia. Grazie a Giancarlo Favini, Alpino del 7° Reggimento, ho scoperto la storia del popolo Walser. È merito suo e della sua insistenza se sono salito fin lassù (Salecchio Inferiore - Ufen Undru Barg- mt. 1320 – Salecchio Superiore - Am Obru Barg - mt. 1510). L’insediamento dei Walser a Salecchio avvenne con tutta probabilità tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300; presumibilmente venivano dal Cantone svizzero dei Grigioni e parlavano in tedesco, lingua che hanno conservato in forma arcaica fino agli anni ‘60 (poi diremo perché si sono perse queste tradizioni). Essi hanno colonizzato non solo Salecchio e l’alta valle Formazza, ma tutte le alte valli alpine, spingendosi fino all’Austria. Ai tempi, l’insediamento permanente si spingeva il più in alto possibile; tuttavia con l’avvento della piccola età glaciale, questi insediamenti situati sulle vette si ridussero a stanziamenti temporanei e/o estivi. La dimensione delle mandrie e delle greggi e tutta l’economia rurale di Salecchio dipende dalla quantità di fieno che si riesce ad accumulare per i lunghi inverni e dalle poche coltivazioni della segale (l’unico cereale coltivabile in alta quota), della canapa e delle patate.
Nonostante la raccolta avvenisse in ottobre sotto 10/20 cm di neve, le patate erano belle e sane in quanto l’alta quota non permetteva l’assalto di dorifere e lumache rosse.
In maggio, quando nei paesi del fondovalle ossolano si effettua il primo taglio del fieno (il maggese), a Salecchio le mucche sono ancora nelle stalle.
Una memoria del 1879 dice: “L’11 maggio vento freddo, è ancora tutto coperto di neve. Il 21 giugno abbiamo messo le bovine all’erba”. Le famiglie in un anno spostavano il bestiame otto volte e le bestie passavano circa 136 giorni al pascolo e 229 in stalla. Praticamente due giorni su tre gli animali dovevano essere alimentati con fieno ed erba secca, il tutto raccolto e accumulato in un’estate di pochi giorni. Una vita e un lavoro da Walser. I Walser erano uomini che vivevano sparpagliati sull’alpe e su alte montagne. Eppure, ricorda in un suo diario Letizia D’Andrea, un’abitante di Salecchio: “Era bello a Salecchio, nonostante i tanti sacrifici. Era un paese allegro, si sentiva cantare da una montagna all’altra”. Nel libro prestatomi da Giancarlo “I Walser del silenzio” si legge, oltre alle fatiche per l’accudimento e l’alimentazione del bestiame, di come a 9-10 anni si andava con il papà a lavorare, di come per la siccità si andava in processione a Salecchio fino ad Antillone per invocare la pioggia (e vi assicuro che non è poca strada!) e come in un anno di carestia in cui si fece poco fieno, si arrivò a fare dei riccioli con il legno di larice verde per dar da mangiare alle bestie, poiché non era possibile aspettare l’estate successiva e non vi erano soldi per comprarlo. Abbiamo già parlato della segale e della sua unicità in montagna; a Salecchio, questo cereale veniva seminato in luglio e raccolto il settembre dell’anno successivo. Dopo il raccolto, la segale completava la sua maturazione negli Stadel, costruzioni in legno appoggiati su funghi di pietra per impedire l’accesso ai topi. Con la segale si faceva (e si fa ancora adesso) un pane nero dal gusto caratteristico e la sua preparazione avveniva in occasione di festa grande.
Sopra Salecchio c’era l’alpe Campo (Kammeralpu in lingua Walser), il grande alpe con un periodo di alpeggio di circa 60 giorni. Vi si produceva una particolare fontina, un formaggio grasso ottenuto lavorando il latte bovino intero; questo prodotto che veniva interamente venduto, era, insieme alla vendita di patate, la principale risorsa finanziaria della famiglie abitanti a Salecchio.
Il declino del villaggio visse gli ultimi giorni agli inizi degli anni ’60, quando il villaggio contava 31 abitanti: quattro famiglie a Salecchio Inferiore e tre a Salecchio Superiore. Nel volgere di pochi anni, dopo aver iniziato a trascorrere gli inverni nel fondovalle, le ultime famiglie abbandonarono del tutto il villaggio campestre.
Erano gli anni del boom economico, di un Italia che stava diventando una potenza industriale e la montagna veniva abbandonata, in quanto stava diventando simbolo di terra di emarginazione e povertà. Giuseppe Pali fu l’ultimo abitante di Salecchio. Nacque nel 1901 e, rimasto vedovo nel 1963, dopo che i figli scesero a valle, rimase solo a trascorrere gli ultimi inverni nella solitudine del villaggio abbandonato. Morì di infarto il 23 agosto 1969 mentre faceva il fieno sui prati di Salecchio, gli ultimi gesti di una vita trascorsa sulla montagna senza accettare l’abbandono del villaggio. Egli rimase l’ultimo montanaro Walser a presidiare il “Monte di Salecchio”, la Sua lingua e la Sua cultura. Con la Sua morte, un’Italia più ricca si ritrovò più povera. È per questo, per far conoscere questa montagna e i loro abitanti che ho tanto insistito presso gli amici perché mi accompagnassero a vedere i luoghi per fare memoria delle fatiche di questo popolo, nella lunga lotta per la vita sull’alpe.
Così, domenica 7 febbraio, il Roberto Campaci, il Faverio, l’Alberto e io siamo saliti lassù in Val d’Ossola appena dopo Premia e San Rocco: proprio lì, sulla statale abbiamo incontrato le tante macchine parcheggiate di coloro che come noi avevano voluto essere testimoni della festa della Madonna della Candelora. Da quel punto si prende un sentiero che sale; quel giorno la neve era tanta e le ciaspole inutili perché si procedeva in fila indiana sulla traccia percorsa dai tanti che ci avevano preceduto. Seguendo quella stradicciola si raggiunge una galleria che venne attraversata alla luce delle nostre torce e, appena fuori, il sentiero si fa più stretto e si inerpica molto più velocemente. Dopo un’ora di cammino ci chiedevamo se mancasse ancora molto. Il bosco sembrava diradarsi e si intravedeva qualcosa di indefinito come all’apparenza di case, ma fu soprattutto il suono di una campana, ritmata in maniera particolare, a farci comprendere che ormai mancava poco. Chi si ricorda il mio scritto per ricordare Fortunato Crippa, si ricorderà anche del racconto dei pochi Alpini puzzolenti per la cancrena e malconci per la lunga marcia per sfuggire al nemico. Essi, mentre una mattina attraversavano in treno la pianura cecoslovacca, al suono di una campana si precipitarono tutti ai finestrini, tanto il ricordo era ormai affievolito.
La nostra campana ci chiamava alla S. Messa; peccato che il prete che doveva celebrarla fosse un po’in ritardo. L’Alberto era fuori ad occupare con fatica una panca che ci sarebbe servita poi per pranzare, noi tre dentro la chiesa di S. Maria di Salecchio Inferiore per la festa della luce. La cerimonia religiosa terminò con una processione intorno alla chiesa: degli uomini vestiti di candide vesti portavano croci antiche e stendardi, al seguito vi era il popolo. Abbiamo poi mangiato un po’di polenta fatta in grandi pentoloni, con un po’ di carne, il tempo di dare un’occhiata alle case circostanti, la loro architettura, di fare qualche foto per testimoniare quanta neve c’era e poi via verso la discesa e verso casa. Il giorno dopo leggemmo sui giornali che la bellissima giornata era stata funestata da un incidente. Da una cascata di ghiaccio, su un sentiero che non si doveva percorrere, dei blocchi di ghiaccio hanno colpito due persone uccidendole. Sembra impossibile che una giornata così bella abbia potuto essere turbata da una tragedia simile: ma così è la montagna, abbassi un attimo la guardia e questa ti castiga.
Occhio…sempre!!!



Sono ritornato domenica 4 luglio in Val d’Ossola sempre con l’Alberto, il Luciano Bottarelli e il Giuseppe Di Pilato per raggiungere Salecchio Superiore. Invece che da Premia, questa volta siamo partiti da più in alto, oltre l’uscita di una grossa galleria costruita per evitare i tanti tornanti sulla statale; appena fuori si parcheggia e si riscende un po’ per la strada vecchia fino a incontrare il sentiero che, passando da Antillone, Alpe Vova e Ca’ Francoli, porta a Salecchio Superiore, attraverso saliscendi un po’ faticosi (tempo di percorrenza circa due ore). Prima di arrivare ad Antillone, che si raggiunge in 20 minuti, vi sono sul sentiero delle cappellette che rappresentano la Via Crucis. Peccato che qualche idiota abbia provveduto a rimuovere le immagini delle persone o, nei casi più benevoli a deturpare solo il viso! Parlando tra di noi, sembra che chi abbia commesso questi reati siano dei trafugatori di arte antica o forse più ladri imbecilli di qualche setta, la quale avrà sicuramente in odio le cose religiose che ricordano il sacrificio di Gesù per i nostri peccati.
Solo l’ultima, al centro di Antillone e riguardante la deposizione, era intatta. Antillone (“Puneiga”, in lingua Walser), così come tutti gli altri villaggi, è stato abbandonato negli anni ’60.
Dalla seconda metà degli anni ’70, i discendenti delle famiglie iniziarono a tornare al villaggio dei padri per ristrutturare le case abbandonate, ripristinare i sentieri e coltivare ancora i piccoli campi. Va detto che è stata una gita intersezionale del Club Alpino Italiano a far scoprire a tutto il popolo degli escursionisti Salecchio, il suo Alpe e le tre feste principali: la Candelora, il Primo maggio San Giuseppe a Salecchio Superiore e Santa Maria Assunta il 15 agosto, durante la quale è stata ripresa la tradizione della distribuzione di erica benedetta a protezione delle abitazioni. Ma torniamo ad Antillone. Quando si arriva ci si trova davanti le poche case ristrutturate, tutte belle con lo stemma della famiglia dipinto sulla facciata. Inoltre, non si può non restare colpiti dalla chiesa dedicata alla Visitazione di Maria. Se si guarda la facciata dipinta è come se si leggesse il Vangelo di San Luca: “e Maria salì sulla montagna” che se anche non si conosce il brano, il dipinto parla da solo (bellissimo!). Il sentiero prosegue nel bosco in saliscendi passando in mezzo a faggi, abeti, pini e larici secolari; a volte passa vicino ad alpeggi ricavati su piccole radure abbandonate e infestate da erbe non commestibili, per poi arrivare all’alpe Vova e a Ca’ Francoli. Qui il sentiero si apre verso l’alpeggio e alla prima domenica di luglio, quando il fieno ancora non è stato tagliato, i prati sono pieni di fiori e di sole.
Una cosa stupenda! Vale la pena di faticare un po’ per restare meravigliati da queste bellezze.
Dopo poco inizi a vedere le case di Salecchio Superiore. Appena dentro il villaggio ho incontrato un uomo a cui chiedo se è un discendente dei vecchi abitanti; alla risposta affermativa mi racconta che è in pensione, ha lavorato nelle ferrovie e che d’estate sale con sei mucche, probabilmente il massimo a cui riesce ad accudire. Salecchio Superiore è un bel villaggio, tante belle case, molta animazione e molti abitanti, almeno in quella domenica.
Per pulire l’alpeggio affittano a un pastore con 800 tra pecore e capre, ma se queste puliscono dove l’erba non è alta (mi raccontava sempre il discendente dei vecchi abitanti) il fieno più alto, più che mangiato, viene calpestato. Questa cosa l’avevamo già notata alcuni anni fa quando insieme al Faverio e al Luciano eravamo andati nella Valle dei Magli (Val Camonica). Dappertutto purtroppo si avverte questo abbandono: anche lì il bosco non viene più tagliato perché anti-economico e quindi si fanno pascolare tante capre e pecore in modo che mangino l’erba. Verrebbe da chiedere alle comunità montane: forse più che stipendi sarebbe il caso di agevolare la popolazione che abita in alto, ma evidentemente sono problemi di non facile soluzione.
Al rifugio Zum Gora (letteralmente significa “sopra il burrone”), un rustico edificio del 1645, trovo gli amici che si sono già sdraiati in attesa del pasto. Siamo solo noi quattro per questa domenica. Intanto che viene pronta la polenta parliamo con Franca che con il marito e la figlia mandano avanti il rifugio. Franca ci racconta alcune storie sul popolo dei Walser, di alcuni sacerdoti Rosminiani, i quali in primis hanno studiato e fatto scoprire la cultura di questo popolo a tutto il mondo. Ci dice che a seguito dell’incidente avvenuto alla Candelora non si è fatta la festa del 1° maggio S. Giuseppe lavoratore; è un po’ delusa per la piega che hanno preso gli avvenimenti e si chiede se vale la pena di fare tanti sacrifici e tanto lavoro, se poi un incidente può vanificare tutto. Voglio sperare che questo scritto, che manderò anche a Lei, possa aiutarla a fare scelte positive e belle per tutte le persone che vorranno vedere l’Alpe di Salecchio. Su una mensola insieme ad altri libri ce n’è uno dal titolo “S’è di speranza fontana vivace”. È un verso del canto XXXIII° del Paradiso della Divina Commedia dedicato alla Madonna. Provate a pensare alla Madonna e poi vedrete che non si può non dire “com’è vera questa frase!”. È come quella poesia di Ungaretti scritta per i soldati che stavano combattendo sul fronte della Prima Guerra Mondiale “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Queste similitudini mi hanno colpito, in poche parole spiegano tutto… È proprio dei poeti racchiudere in poche parole l’essenziale. Chissà quante volte ho letto l’inno alla Vergine di Dante “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso di eterno consiglio…”. Ci voleva un libro scoperto su un rifugio di un villaggio Walser ad aprirmi gli occhi su un rigo del canto di Dante.
A tale proposito vi voglio regalare un racconto di questo libro che parla soprattutto delle apparizioni della Vergine in Val d’Ossola. È semplice ma racconta anch’esso della storia, della cultura e del credo di questo nostro popolo. “L’origine del culto della Madonna del Boden ad Ornavasso (Und-Wasser) è la miracolosa esperienza vissuta da una pastorella nel remoto 7 settembre del 1528. Dopo una giornata trascorsa come tante altre ad accudire e sorvegliare il suo gregge, la giovane Maria della Torre si assopisce proprio nei dintorni della piccola radura chiamata Boden, dove sorge da tempo una modesta cappella, con una rassicurante effigie della Madonna in trono con il Bambino Gesù in braccio, un piccolo ripiano con una statuetta della Vergine Incoronata. Per la dura vita dei contadini e dei pastori che trascorrevano tante ore su questi sentieri impervi, la cappella che proteggeva la Sacra Immagine doveva rappresentare un momento di pausa, di preghiera e soprattutto di protezione dalle tante avversità cui erano soggette le popolazioni locali. La pastorella, nel cuore della notte, si ridesta dal suo torpore immersa nell’oscurità e con il gregge disperso. Sola e disperata, invoca l’aiuto della Madonna. Mentre cerca di raggiungere un sentiero conosciuto, scivola e precipita in un burrone, ed ecco che un improvviso bagliore la circonda, ed essa atterra in fondo al precipizio completamente illesa. Dopo essersi ripresa, si accorge di trovarsi vicino alla cappella del Boden, intorno alla quale si trova tranquillo e beato il suo bestiame. Sopraggiungono anche i soccorsi inviati dalla famiglia alla sua ricerca, tutti si stupiscono di ritrovarla sana e salva e circondata da un insolito bagliore luminoso, segno visibile dell’intervento prodigioso che di lì a poco sarà conosciuto in tutta la regione. Nel ritorno siamo scesi passando da Salecchio Inferiore e poi giù fino a raggiungere il fondo valle.
Avevamo però una preoccupazione, ossia come fare a raggiungere la macchina situata molto più in alto e distante da dove eravamo noi. La signora Franca ci aveva dato un telefono di un taxi, ma il pensiero rimaneva; se non che appena fuori dalla galleria che siamo riusciti ad attraversare grazie a due pile di fortuna, abbiamo incontrato una coppia abitante dalle parti di Gallarate, anche loro in gita per vedere Salecchio. Insieme abbiamo iniziato a chiacchierare degli abitanti del villaggio visitato e questo incontro è stato molto interessante. Per di più grazie a loro abbiamo risolto il problema della macchina; infatti, hanno accompagnato in auto Alberto a prendere la sua macchina. Noi abbiamo aspettato che scendessero per ringraziarli di tutto cuore. Com’è bello parlare con le persone che non conosci e sentire che qualche volta ti scalda il cuore.
Ci chiedevano della Candelora, del perché di quella festa: perché ci si rende conto che nonostante la neve, nonostante il freddo, il Signore ci sta regalando sempre più giorni luminosi. È la promessa di una nuova primavera. In macchina, se al mattino c’eravamo fermati a Crodo a bere un cappuccino e a comprare lo strudel da portare a casa, nel ritorno ho dirottato la compagnia a vedere la chiesa di Baceno, che è definita dalla guida un monumento nazionale e la chiesa più bella delle Alpi. Non so se ciò sia vero; ogni chiesa ha una sua storia e una sua bellezza, ma questa ti colpisce con un grande San Cristoforo dipinto sulla facciata, mentre l’interno, con vari altari, ti colpisce per le storie dipinte sulle pareti e per l’architettura a tante volte, usata per costruirla, il che le conferisce un non so che di magico e misterioso. Terminata la visita, una piccola sosta in un bar nella piazza di Baceno per ritemprare le forze e poi a casa che il lavoro ci aspettava per il giorno successivo. Per quanto riguarda il racconto del popolo Walser, seppur incompleto e lacunoso, la parte del Giovanni finisce qui. Vi mando anche alcune foto, aiuterà a comprendere meglio. Spero di essere riuscito a trasmettervi quello che Giancarlo a sua volta ha trasmesso a me. E se avete avuto la forza e la voglia di leggere fino in fondo Vi sono molto grato.
Ciao a tutti
Giovanni Moltrasio
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