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VECI E BOCIA 3-2011
Ultima modifica : 2011-09-17 13:59:53 (32015 leggi)
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Notiziario della Sezione ANA di Milano - edizione: settembre 2011

IL NUMERO 3 DEL 2011 E' STATO MANDATO ALLA STAMPA IL 13 SETTEMBRE

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SEGUONO 4 ARTICOLI CHE NON HANNO TROVATO POSTO NELL'EDIZIONE SU CARTA...

Il 40° Pellegrinaggio al “Bosco delle Penne Mozze”

Tra i vari “luoghi della memoria” sparsi in tutta Italia nel nostro ampio mondo alpino, ce n’è uno in particolare che vive di una magia propria: è il Bosco delle Penne Mozze.
È difficile descrivere solo con le parole la misticità di questo luogo sacro nel quale sono ricordati, con delle apposite stele, i Caduti Alpini della Marca trevigiana. Solo una visita di persona a questo bosco, camminando tra i vari sentieri segnalati coi nomi di questi soldati trevigiani, magari nel silenzio, e soffermandosi di tanto in tanto a leggere gli altri nomi, fa comprendere per intero l’estremo loro ultimo sacrificio: ben oltre 2800 sono infatti le stele che sono state piantate a perenne ricordo di queste Penne Mozze venete.
Quest’anno è stata la 40ª volta che gli Alpini sono saliti fino a Cison di Valmarino (paesino a pochi chilometri da quella Vittorio Veneto che decretò la fine della Prima Guerra Mondiale il 3 novembre 1918) in provincia di Treviso ai piedi delle prealpi trevigiane, e a detta degli organizzatori quest’anno il numero degli intervenuti è stato ancor più maggiore dei pellegrinaggi degli anni precedenti, anche se la concomitanza con altri tre pellegrinaggi importanti (Monte Tomba col Presidente nazionale Corrado Perona, Monte Bernadia e Monte Pasubio) e le molte altre manifestazioni minori hanno sicuramente tolto qualche partecipante.
Un particolare di cui sono venuto a conoscenza è che il primo Pellegrinaggio al Bosco delle Penne Mozze è stato fatto nel 1972, quando è stato, se si può dire così, “inaugurato” questo Memoriale proprio nell’anno del centenario di fondazione delle Truppe Alpine: quasi un modo per ricordare degnamente tutti coloro che hanno indossato il Cappello Alpino nel primo secolo di vita delle penne nere. Ero a conoscenza di questo posto avendone letto qualche articolo su alcuni numeri de “L’Alpino” e la curiosità e la voglia di parteciparvi si sono sempre scontrate con qualche altro impegno da me preso in precedenza per cui molte volte ho dovuto rinunciarvi, ma quest’anno ho deciso di lasciar perdere altre manifestazioni per poterci essere e così sabato 3 settembre sono partito in direzione del Veneto. Lì giunto nel pomeriggio ho avuto modo di poter visitare dapprima il paesino e quindi il Bosco delle Penne Mozze in assoluta tranquillità ed in compagnia di altri Alpini lì presenti per completare i preparativi della manifestazione.
All’ingresso di questo Memoriale c’è un “albero genealogico” sul quale sono apposte delle targhe con i nomi delle Sezioni che hanno avuto dei Caduti nelle guerre, quest’anno sono state apposte le targhe delle Sezioni di Aosta, Asti, Bolzano e Padova alla presenza dei loro presidenti e di alcuni loro soci iscritti. La notte ho dormito come mio solito in auto e la domenica mattina presto ho portato la mia vettura in pole-position per poter partire alla svelta una volta finita la cerimonia. La mattina è stato un continuo arrivare di auto piene di Alpini e familiari. Da sud a nord e da ovest a est, era rappresentata tutta l’Italia alpina: c’erano almeno 150 gagliardetti, una trentina di vessilli sezionali tra cui Sicilia, Abruzzi, Aosta, Torino, Reggio Emilia, Palmanova, Carnica (portato dal mio amico Umberto Spangaro che ho avuto il piacere di reincontrare dopo averlo conosciuto al CISA di Conegliano dello scorso anno), persino quella Sezione australiana di Brisbane ed almeno un migliaio di partecipanti. Alle 10 precise la manifestazione è iniziata con l’alzabandiera e la deposizione di una corona d’alloro al Monumento alle Penne Mozze seguita dal discorso del presidente del “Comitato per il Bosco delle Penne Mozze” Claudio Trampetti, Alpino ovviamente. Della nostra Sezione era presente anche Michele Tresoldi del Gruppo di Gessate; erano presenti anche il Consigliere nazionale Onorio Miotto e l’ex Consigliere nazionale Ornello Capannolo.

L’appassionata orazione ufficiale è stata tenuta dal Consigliere nazionale e nostro socio Cesare Lavizzari (potete leggerne il testo integrale in un altro articolo).
Cesare ha parlato del sacrificio dei Caduti che in questo bosco sono ricordati, del perché ogni anno in tanti, Alpini e non, raggiungono questo posto la prima domenica di settembre, dell’Italia dei nostri “Veci” e di quella ricostruita dai nostri Reduci di Russia una volta tornati a baita, della semplicità con cui gli Alpini fanno cose buone senza che queste vengono imposte dai nostri governanti. Nel suo discorso Lavizzari ha ripetuto a più riprese la frase «…basta solo copiare gli Alpini…».
Particolarmente applaudite sono state le parti in cui ha detto che «…esiste ancora un’Italia buona e positiva, un’Italia di chi lavora si impegna e si sacrifica per le proprie comunità e questi sono gli Alpini…»; successivamente ha aggiunto che «…nessuno ci ha chiesto di costruire una casa per Luca Barisonzi, l’Alpino dell’8° Reggimento Alpini ferito in Afghanistan e bloccato su un letto d’ospedale, abbiamo deciso noi di costruirgliela perché Luca è uno di noi; nessuno ci ha detto che dovevamo andare in Abruzzo dopo il terremoto ma lo abbiamo fatto lo stesso, siamo stati i primi ad arrivare e gli ultimi ad andare via finita l’emergenza…».
Un giusto tributo di applausi è partito al termine della sua orazione. La successiva Santa Messa e il rancio alpino preparato dagli Alpini del Gruppo ANA di Cison di Valmarino hanno chiuso questo 40° Pellegrinaggio al Bosco delle Penne Mozze.
Dario Bignami



BOSCO DELLE PENNE MOZZE - 4.9.2011
pubblicata da Cesare Lavizzari lunedì 5 settembre 2011 alle ore 11.14

È per me una grande emozione essere qui a portarvi il saluto del Presidente Nazionale, oggi impegnato sul Monte Tomba, e quello di tutta l’Associazione Nazionale Alpini.
Ieri sera ero con il Presidente e parlavamo di futuro associativo, di famiglia alpina e di quanto sia diversa dalla società civile. Certo che è diversa. Noi abbiamo l’abitudine di ricordare e ricordando sentiamo la necessità di essere all’altezza dell’esempio dei nostri Padri e del loro sacrificio.
Ecco perché questa famiglia alpina non dovrà morire mai, perché costituisce un esempio, una sorta di virus benefico che deve diffondersi come una gigantesca pandemia nella società, per sperare davvero di fare dell’Italia un posto migliore. La prima volta che ho messo piede in questo luogo ero poco più che un bambino. Ci ero venuto con Peppino Prisco, il reduce di Russia Peppino Prisco, ma allora non capivo... non riuscivo a percepire la magia vera di questo piccolo grande pezzo di Paradiso.
Oggi è passato tanto tempo. Ho un ben diverso bagaglio di esperienza e soprattutto sono stato formato dalla naja prima e da questa bella famiglia alpina poi.
Ecco: oggi riesco a percepire l’essenza di questo luogo. Riesco a sentirne la voce e vi assicuro che l’emozione toglie davvero il fiato.
Venendo qui mi sono chiesto se fosse giusto parlare, se, parlando, non avremmo in qualche modo disturbato la quiete di questo Bosco che dovrebbe essere votato al riposo e alla meditazione. Mi sono detto, però, che questo non è un luogo di morte ma di vita perché nessuno muore davvero fin tanto che lo si ricorda e in questo luogo, forse più che in qualsiasi altro, questo concetto appare chiaro come il sole.
Certo il Bosco ha un fascino tutto suo e basta camminarci dentro per sentirne lo spirito. E venire qui a ricordare tutti i ragazzi che vivono questo luogo è un dovere morale che, però, riesce a restituirci energia e ci fornisce quelle motivazioni che ci permettono di affrontare la vita di tutti i giorni in questi momenti non certo facili e felici.
Ed allora veniamo qui a camminare tra questi sentieri, non certo per ricordare o celebrare gli orrori della guerra, ma per riflettere sulla lezione di dignità, di senso del dovere, di fratellanza, di tenacia, di amore incondizionato verso la Patria che questi ragazzi, che hanno dato tutto per l’Italia, ci hanno lasciato.
Una lezione che ci è stata mostrata dai Reduci che, al loro rientro, senza nulla chiedere per loro, si sono messi a ricostruire l’Italia e si sono impegnati a trasmetterci quelle virtù che loro avevano dovuto affinare in momenti davvero tragici chiedendo a noi di coltivarle e di applicarle in campo pacifico.
Una lezione che ci stimola ad essere uomini migliori, a coltivare i valori veri, l’amicizia sincera, a dare il meglio di noi stessi, a collaborare tra di noi per il bene della nostra comunità, per sentire di essere davvero degni del loro esempio.
Una lezione che gli alpini hanno appreso, che conservano e divulgano spendendo tante delle loro energie.
Passeggiando per questi sentieri potrete sentire le voci dei ragazzi che son qui ricordati: ci chiedono di non dimenticare e noi non abbiamo dimenticato e continuiamo a ricordare con testardaggine in una società che tende a divorare ogni cosa con rapidità.
Ci chiedono di seguire sempre la strada del dovere, della responsabilità, della tenacia e della concretezza in un mondo che predilige i risultati immediati ed effimeri.
Ci pregano di essere semplici, franchi e schietti, disciplinati quando serve e scanzonati quando la situazione lo permette. Ci ricordano che la vita, anche quella di tutti i giorni, è come una cordata: ciascuno deve fare fino in fondo il proprio dovere perché si possa proseguire in armonia e raggiungere risultati importanti, e noi cerchiamo di comportarci sempre come se fossimo legati l’uno all’altro.
E se ancora oggi, dopo oltre novant’anni, la famiglia alpina è così grande ed in salute lo si deve proprio alla potenza di quella lezione, di quel monito che questi ragazzi ci hanno lasciato.
Solo continuando ad ascoltare la voce di questi ragazzi coltivando il ricordo di questo sacrificio potremo trovare le motivazioni giuste per continuare a camminare su questo percorso che è l’unico che ci fa sentire davvero uomini e cittadini a pieno titolo. Il Beato Don Carlo Gnocchi, il grande cappellano degli alpini, disse che loro avevano trovato la forza di tornare a casa per far dell’Italia un posto migliore dove vivere e dove crescere i loro figli.
Disse che per far bella l’Italia ci vuole il coraggio degli alpini, ci vuole l’amore della terra degli alpini, ci vuole la sobrietà degli alpini, ci vuole la religiosità degli alpini, virtù tratte da tutte le guerre, che oggi devono essere applicate in campo pacifico e trasmesse alle future generazioni.
E noi continuiamo a farlo e non ci fermeremo anche se diventa ogni giorno più difficile. Certo l’Italia di oggi non è quella che sognavano questi ragazzi.
Ma sta a noi continuare a costituire un esempio di quale deve essere e deve tornare ad essere la nostra Italia.
Noi che abbiamo il privilegio di essere nati e cresciuti nel posto più bello del mondo, quello con le bellezze naturali ed artistiche che tutto il mondo ci invidia, con le donne più belle e quello dove si mangia e si beve come in nessuna altra parta del globo. Ebbene noi dobbiamo tornare a pretendere di poter essere orgogliosi del nostro Paese, della nostra Patria.
Dobbiamo pretendere che cessi questa demagogia del nulla e del tutti contro tutti.
Che si torni davvero a fare cordata tutti assieme.
In fondo non sarebbe troppo difficile. Basterebbe fare quello che fanno gli alpini che, per prima cosa non si chiedono cosa possano avere dalle Istituzioni, quanto piuttosto cosa possono concretamente fare per aiutare le Istituzioni e le loro comunità. Noi non vogliamo e non possiamo fare politica, ma possiamo e dobbiamo continuare a mostrare che alternative possibili esistono, semplicemente continuando ad essere gli alpini di sempre!
Possiamo continuare a dare l’esempio di quello che si può fare con la concordia, con la semplicità e con l’amicizia.
Noi non ci chiediamo, ad esempio, a chi spetti aiutare Luca Barisonzi, alpino dell’8° gravemente ferito in Afghanistan, ad avere una casa tecnologica che gli consenta di vivere una vita il più possibile vicina alla normalità.
Noi la casa gliela costruiamo perché è un nostro ragazzo, perché è uno che ha compiuto sino in fondo il suo dovere senza lamentarsi mai, in un Paese dove tutti si lamentano, persino i calciatori miliardari! Perché è un ragazzo che, arruolandosi, ha deciso di dedicare la sua vita al servizio di questa Nazione e della sua collettività.
Non ci siamo chiesti chi dovesse intervenire per il terremoto. Ci siamo presentati in Abruzzo forti delle nostre braccia, della nostra esperienza e del nostro cuore e ce ne siamo andati per ultimi lasciando un villaggio con la sua nuova Chiesa perché sappiamo che ogni comunità ha bisogno delle proprie tradizioni e della propria fede specialmente quando deve risollevarsi. Oggi l’armonia di questo posto stride con quello che avviene fuori di qui.
Fuori da questo luogo ci sono due Italie.
Da un lato una parte di questo meraviglioso Paese ha ancora in sé ben radicato il concetto di responsabilità: penso agli alpini in congedo e a quanti con noi operano quotidianamente, penso ad altre organizzazioni come la nostra. Penso ai nostri militari in armi che, ancora oggi pagano un alto tributo al senso del dovere ma continuano ad operare con serietà, con professionalità e con la profonda umanità che li ha sempre caratterizzati.
Dall’altra parte, invece, c’è ancora chi, nonostante la barca sembri far acqua da tutte le parti, si perde in discussioni inutili o si compiace della peggiore demagogia.
C’è l’Italia dei furbi, dei soloni del nulla! Di quelli che danno il porto d’armi agli obiettori di coscienza e poi pensano di togliere l’anno di naja dalla computo della pensione quasi a volerci dire che lo abbiamo gettato via inutilmente.
C’è l’Italia dei segnali pessimi, dell’assistenzialismo e della clientela.
No. La nostra è un’Italia differente. È quella che sognavano questi ragazzi, e quella che ci raccontano le voci e i sussurri di questo bosco, un Italia seria, per bene, operosa e solidale.
E per questa Italia noi continueremo a camminare sulla strada di sempre che è quella giusta e continueremo a dare quell’esempio che i nostri vecchi hanno dato a noi e lavoreremo di continuo per trasmettere questo tesoro alle generazioni che verranno.
E se, nonostante tutto, ancora oggi riusciamo a pensarla così, lo dobbiamo a posti come questo che ci sollecitano la memoria e con essa il giuramento che abbiamo fatto a questi ragazzi: di fare dell’Italia un posto migliore. Il posto migliore dove vivere e crescere i nostri figli.
W l’Italia, W il Bosco delle Penne Mozze, W gli Alpini
Cesare Lavizzari, Bosco delle Penne Mozze, 4 settembre 2011

Al 40° di fondazione del Gruppo di Civo-Dazio

Tra i miei ricordi di quando ero adolescente c’è quello di diversi campiscuola oratoriani estivi fatti con la parrocchia del quartiere Borgo in Lodi dove abitavo all’epoca.
Questi campiscuola li facevamo in Valtellina perché la parrocchia aveva una casa dove far alloggiare i ragazzi a Cevo e successivamente a Roncaglia. Qualcuno adesso potrebbe domandarsi cosa c’entrano i miei ricordi adolescenziali con gli Alpini. Nulla.
Però qualche giorno prima del 6-7 agosto, dando una controllata (tanto per tenermi aggiornato su cosa accade in giro per le varie Sezioni nel periodo estivo) al sito della Sezione Valtellinese di Sondrio e leggendo on-line il loro giornale sezionale, ho letto che a Poira di Civo si sarebbe tenuta la festa per il 40° di fondazione del locale Gruppo Alpini. Solleticato dall’idea di tornare a rivedere il posto dove per una quindicina di giorni all’anno passavo un piccolo periodo della mia giovinezza, e collegandolo al partecipare ad una manifestazione alpina, senza pensarci su troppo ho deciso di andarci.
Arriva il 6 di agosto, giorno tanto sospirato. Parto alla mattina con calma e in poco più di un paio d’ore arrivo in zona, ma Poira di Civo può aspettare. Leggo i cartelli indicatori: Costiera dei Cech, Cevo [Ce vò (ci vado) a Cevo di Civo era uno dei nostri scioglilingua], Roncaglia, Caspano, Cadelsasso, Cadelpicco, Ponte del Baffo e mi ritornano in mente frammenti di cose vissute all’età di 12-13 anni; episodi che riaffiorano.
La prima visita è ovviamente per questi luoghi della mia adolescenza; tranne Roncaglia faccio fatica a riconoscere i restanti. Dopo questa “full immersion” in questo tour dei ricordi mi sposto a Poira di Civo, la meta stabilita. Civo è un paesino particolare perché è tutto diviso in frazioni: oltre a quelle già citate ci sono anche Vallate, Serone, Naguarido e Chempo prima dell’arrivo a Poira. Dopo aver preso contatto col posto, aver conosciuto il capogruppo uscente di Civo-Dazio facendoci assieme due parole davanti ad un buon bicchiere di bianco ed aver un poco riposato, parto per una breve escursione verso alcuni maggenghi seguendo informazioni che avevo scaricato da internet. La camminata in mezzo ai boschi e ai prati, anche se pur faticosamente in salita mi rilassa. Sono in mezzo alla natura e sono circondato dalle montagne: da buon Alpino che cosa posso pretendere di più?
Arrivo ai maggenghi di Careggio e di Ledino per ammirare un po’ il panorama, anche se l’altezza non è eccessiva (mt. 1232): stando alle indicazioni davanti a me dovrei avere i Pizzi Torrone della Val Masino e il monte Arcanzo, mentre del monte Disgrazia intravvedo qualcosa in lontananza tra una nuvola e l’altra. Consulto le indicazioni che mi sono portato al seguito (mica ho voluto essere sprovveduto facendo cose a casaccio…) e l’idea sarebbe quella di salire verso la Croce di Ledino o verso i Laghi dello Spluga (altre 4 ore di camminata in salita, oltre alla discesa) ma la distanza è eccessiva da fare nel solo pomeriggio, inoltre il tempo non lascia presagire nulla di buono per cui preferisco non rischiare per non perdermi inutilmente nei boschi e torno indietro per trascorrere il resto della giornata in paese; in fin dei conti io sono lì per la manifestazione della domenica, non per sfidare me stesso e la natura. Il diluvio sceso in piena notte lascia molti dubbi sulla riuscita della manifestazione e in mattinata il cielo è grigio con una leggera pioggerellina che va e viene.
L’ammassamento viene fatto davanti al piazzale della pizzeria e qui a trovarci non siamo in tanti, all’incirca saremo una cinquantina di Penne Nere. Con piacere vedo che non sono l’unico ospite a questo 40° di fondazione unito al raduno sezionale estivo: vi sono anche il vessillo della Sezione di Luino (l’alfiere mi viene ad abbracciare perché si è ricordato che sono l’Alpino giunto da Lodi lo scorso dicembre all’inaugurazione del 25° Presepe degli Alpini di Luino) e una piccola delegazione del Gruppo di Risano della Sezione di Palmanova del Friuli con il quale gli Alpini civesi sono gemellati da oltre trent’anni, oltre ovviamente ad una ventina di gagliardetti dei Gruppi ANA sondriesi.
La sfilata è la più corta mai fatta ad una manifestazione: si e no 300 metri per arrivare al piazzale per l’alzabandiera. La piccola fanfara alpina di Rogolo allieta con alcune sonate le persone in attesa dell’arrivo del sacerdote, quindi la successiva S. Messa si tiene nella piccola ma accogliente chiesetta di Poira: tutta la frazione è qui riunita come una piccola grande famiglia stretta intorno ai suoi Alpini per festeggiarli e il calore della gente contrasta il freddo della pioggia che scende fuori.
Al termine ci si sposta vicino alla sede dove c’è il nuovo monumento agli Alpini Andati Avanti. Lo scoprimento e i discorsi da parte del presidente della Comunità Montana Valtellinese, dei sindaci dei due paesi, del capogruppo di Civo-Dazio e dell’ex presidente sezionale Ettore Leali sono stati l’ultimo atto ufficiale di questo 40° anniversario di fondazione prima del rancio alpino a base di polenta taragna, salsicce e formaggi (e cosa altrimenti in Valtellina?). Nulla di nuovo per me sotto il sole, anzi sotto la pioggia, a livello di partecipazione a qualche manifestazione alpina, ma il rivedere una piccola parte della mia esistenza adolescenziale mi ha fatto molto piacere.
Dario Bignami


Al 90° anniversario di fondazione della Sezione ANA di Firenze.

I casi della vita: per la seconda volta quest’anno sono stato a Borgo San Lorenzo. Qualcuno, leggendo questo articolo potrebbe benissimo domandarsi dove sta il caso: se lo scorso metà febbraio ero stato presente in Abruzzo insieme ad un terzo della nostra Sezione, in quella località di Fossa dove è stato costruito il villaggio ANA, gli scorsi 25 e 26 giugno sono stato in quella cittadina toscana che si può tranquillamente etichettare come il “capoluogo del Mugello”, come lo sono Treviglio per la Bassa Bergamasca e Vigevano per la Lomellina tanto per intenderci; e nella patria degli appassionati dei motori e dell’alta velocità a due e quattro ruote a trionfare, col loro passo lento ma sicuro e deciso, sono stati… gli Alpini.
Un caldissimo sole giallo entrambi i giorni, le dolci e verdi colline del Mugello a contrastare l’azzurro del cielo, del fiume Sieve e dei tanti laghetti lì intorno, tantissimi tricolori appesi ovunque e tantissime penne nere: questi sono stati i colori di questo 90° anniversario di fondazione della Sezione ANA di Firenze. Un anniversario importante per una Sezione importante che, pur essendo piccola nei numeri, risiede in quella città che è stata la “culla del Rinascimento” e per un breve periodo anche la seconda capitale d’Italia dopo Torino. Senza dimenticare che, a inizio giugno, pure la Sezione ANA di Roma ha festeggiato il suo 90° di fondazione.
E nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia non è cosa di poco conto per noi Alpini, credenti praticanti del verde-bianco-rosso nazionale, aver festeggiato l’adunata nazionale e due 90mi di fondazione nelle tre capitali d’Italia.
Questa due-giorni di festa alpina è cominciata nel tardo pomeriggio del sabato presso il Foro Boario della cittadina toscana dapprima con l’arrivo dei partecipanti e poi con l’alzabandiera alla presenza del vessillo della Sezione fiorentina, di quello del Battaglione “Tirano” scortato dal generale in pensione Gioacchino Gambetta, e di diversi gagliardetti. Il momento successivo della manifestazione è stato l’inaugurazione della “Passerella degli Alpini”, dono dell’amministrazione comunale alla cittadinanza a ricordo di questo fine settimana alpino. La sfilata successiva ha portato il corteo al Monumento alle Vittime Civili per la deposizione della corona d’alloro e quindi, un po’ a sorpresa, nella sala consiliare del municipio per i discorsi del sindaco dott. Giovanni Bettarini, del capogruppo locale Giuseppe Tronconi e del presidente sezionale Giancarlo Romoli. L’ultimo atto del sabato si è tenuto alla sera presso il cinema-teatro Don Bosco ed è stato il concerto, molto applaudito, del Coro Alpino del Mugello e del Coro sezionale “Su Insieme”.
La domenica mattina è stata Villa Pecori Giraldi ad accogliere i partecipanti alla manifestazione. A dettare i ritmi musicali c’erano la banda musicale di Vicchio e la Fanfara Alpina di Bassano del Grappa, mentre sei ragazzi vestiti con delle divise storiche degli Alpini hanno dato quel tocco di originalità in più alla festa. Sei i vessilli sezionali presenti: Firenze, Pisa-Lucca-Livorno, Bolognese-Romagnola, Marche, Roma, Bassano del Grappa; tutti i Gruppi della locale Sezione con i loro striscioni e diversi Gruppi ospiti [Lodi (Milano), Dolegnano (Udine), Pisa e Porcari (Pi-Lu-Li), Roma (Roma), Brisighella, Forlì e Faenza (Bolognese-Romagnola), Camerino (Marche)] giunti appositamente a Borgo San Lorenzo per festeggiare questo importante anniversario. Tutto il paese era in festa ed ha accompagnato gli Alpini nella loro sfilata per le vie cittadine per l’ultimo atto formale della manifestazione ovvero la Santa Messa presieduta da S.E. cardinale Silvano Piovanelli vescovo emerito di Firenze e concelebrata da altri tre sacerdoti nel parco cittadino, preceduta dalla deposizione della corona d’alloro al Monumento ai Caduti. Al termine della celebrazione eucaristica il ritorno al Foro Boario ancora in sfilata per il pranzo organizzato appositamente per l’occasione che ha chiuso i festeggiamenti per i primi 90 anni della Sezione ANA di Firenze.
Se fosse stato presente alla manifestazione, chissà quale importante poema avrebbe poi potuto scrivere in merito il sommo poeta Dante Alighieri per i 90 anni degli alpini della sua terra… “La Divina Penna Nera Fiorentina”…
Dario Bignami
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