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MONSIGNOR GIOVANNI ANTONIETTI
Ultima modifica : 2008-01-13 14:04:56 (34941 leggi)
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Nato tra i monti della Val Seriana in una piccola frazione di Gandino (provincia di Bergamo) denominata Girano, ai piedi del monte Farno, monsignor Giovanni Antonietti è scomparso nel novembre 1976, a 84 anni d'età nella sua "Casa dell'orfano" di Ponte Selva, l'istituzione a cui aveva dedicato l'intera vita.

Dimostrò nella sua lunga esistenza un impegno particolare a favore della gioventù e verso tutti coloro che si rivolgevano a lui in un momento di particolare difficoltà. Momenti che non furono estranei neppure a monsignor Antonietti, ma che egli seppe superare sempre grazie alla non comune forza d'animo e alla fede religiosa.
Orfano di padre dalla nascita, visse la sua infanzia con la mamma e gli zii materni, contadini, i quali durante il periodo estivo salivano sugli alti pascoli con il bestiame. Il piccolo Giovanni aiutava gli zii accudendo le mucche, procurando la legna per l'inverno e svolgendo i mestieri della baita, della vita in alpeggio.
Entrò in seminario dopo le scuole elementari; per pagarsi la retta faceva l'assistente nel collegio dei sordomuti di Bergamo e prestava servizio presso l'albergo popolare della città, la famosa "Opera Bonomelli".
Allo scoppio del primo conflitto mondiale Giovanni Antonietti, già sacerdote, venne assegnato a una compagnia di sanità, ma subito chiese e ottenne di essere trasferito in zona operativa, venendo inviato alle truppe alpine nel battaglione "Tirano" del 5° alpini, in linea sullo Stelvio. Si fece subito apprezzare dai superiori con l'impegno e la collaborazione con i commilitoni.
Il primo gennaio 1916 con la costituzione del battaglione "Stelvio" ne fu nominato cappellano.
Il nuovo battaglione valtellinese raggiunse l'alto Isonzo attestandosi sulla cima di monte Nero.
La guerra mise a dura prova le doti di monsignor Antonietti: su quella cima si consumò uno dei drammi della prima guerra mondiale. In quell'occasione monsignor Antonietti partecipò come cappellano prima e come ufficiale poi alla resistenza per mantenere la posizione davanti al nemico incalzante.
Il sacerdote venne proposto per la medaglia d'oro che gli venne però mutata in quella d'argento a causa, sembra, d'un diverbio avuto con un generale del comando: nel pieno della battaglia era corso a rispondere al telefono da campo e al generale che gli ordinava di "crepare" ma di non lasciare la linea, aveva risposto che forse "non era del tutto il caso".
Ma restò in prima fila, con coraggio guidò i suoi alpini (gli ufficiali erano tutti morti) e respinse l'attacco delle forze nemiche di gran lunga superiori. Ma la medaglia d'oro divenne medaglia d'argento.
Dopo i fatti di Caporetto trascorse un periodo sull'altopiano di Asiago e a Bassano del Grappa dedicandosi ai soldati che scendevano dalle prime linee, chiendo poi di essere mandato di nuovo in zona operativa. Trascorse l'ultimo anno di guerra sui ghiacciai dell'Adamello con il battaglione "Moncenisio", del 3° reggimento.
Ricevette altri riconoscimenti ed encomi solenni.

Tornato alla vita civile riprese il suo posto come curato della parrocchia di Chioduno in provincia di Bergamo dove si prodigò curando e organizzando assistenza nei confronti delle persone che in quegli anni furono colpite dalla terribile epidemia di spagnola che fece in Italia centinaia di migliaia di morti.
L'impegno eccessivo dovuto alla guerra e al prodigarsi continuo durante l'epidemia gli costò seri disturbi polmonari: venne ricoverato nel sanatorio di Croppino dove rimase per diversi mesi.
In quel periodo matura in don Antonietti l'idea di istituire dentro quella meravigliosa pineta una casa per ospitare e assistere i numerosi orfani di guerra bergamaschi figli di tanti "suoi" alpini caduti sui campi di battaglia.
Il 24 giugno 1925 nella pineta di Clusone venne inaugurata la "Casa dell'orfano" che accolse i primi quaranta ragazzi grazie al "generoso contributo del popolo bergamasco" come è scritto nella lapide ancora oggi visibile.
Monsignor Antonietti si identificò con la sua "Casa dell'orfano", che diresse per oltre cinquant'anni.
Riuscì a realizzare sette padiglioni sparsi nel grande parco, un padiglione ospitava le scuole, un altro il teatro, poi l'infermeria, i dormitori. C'era e c'è ancora un'artistica chiesetta perfettamente inserita nel verde della pineta, opera di Luigi Angelini.
Nei cinquant'anni di direzione, monsignor Antonietti riuscì a dare un alloggio e, cosa ancora più importante, un'educazione a ben ventimila ragazzi. Molti di loro riuscirono a ottenere non solo il diploma di scuola superiore ma anche la laurea.
Non è un caso che ancora oggi l'associazione degli ex allievi sia particolarmente viva e nutrita.
Monsignor Antonietti fu anche presidente dell'opera nazionale orfani di guerra della provincia di Bergamo. Fondò inoltre l'associazione nazionale cappellani militari d'Italia divenendone il primo presidente; il suo amore per i soldati difensori della Patria lo portava spesso a presenziare alle manifestazioni dell'ANA.
Nel novembre 1976, pochi giorni prima di morire, malato chiese di essere accompagnato sul terrazzo della casa per poter vedere e gustare un'ultima volta l'incantevole pineta e la grande opera alla quale aveva dedicato tutta la vita.
Ora riposa nella chiesetta della sua "Casa dell'orfano".


Correva l'anno 1960 quando un gruppo di alpini milanesi inventarono una scampagnata familiare estiva in montagna, cui invitare mogli e figli, allo scopo di farsi perdonare i continui abbandoni per seguire le manifestazioni associative.
Nasce così il Rancio alpino, che dopo peregrinazioni da una valle all'altra trova nel 1967 sede definitiva a Ponte Selva, nella "Casa dell'orfano"allora diretta da monsignor Antonietti.
Il gruppetto che si incarica di organizzare il Rancio prende così il nome di "Corvèe di Ponte Selva" e per ben 25 anni prosegue nella tradizione, per poi cedere il passo alla "Festa sezionale di Ponte Selva".

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