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DON PIETRO CAGNONI
Ultima modifica : 2008-01-14 19:44:52 (30817 leggi)
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Don Cagnoni appartiene a quella eletta schiera di Cappellani Alpini che, animati e sorretti dalla umile e salda fede dei nostri padri, hanno saputo sublimare nel loro ministero militare fermezza ed efficace spiritualità, doti che nei momenti drammatici e di crisi si sono spesso accompagnate a decisive e pronte azioni di comando.

Nasce a Sacconago di Busto Arsizio (VA) il 17/7/1910, quinto di sei fratelli. I genitori, Pietro e Maria Castiglioni, operai tessili, sono presto provati dalla morte, in tenera età, dei loro primi quattro figli.
Dopo avere frequentato le scuole elementari, a dodici anni entra in una fabbrica di mobili come apprendista.
A sedici anni, dopo avere frequentato con profitto per due anni le Scuole Professionali serali di Busto Arsizio, esprime il desiderio di diventare sacerdote. Viene, pertanto, avviato alla Casa Salesiana di via Copernico a Milano per gli studi ginnasiali.
Nel 1929, dopo avere partecipato alle cerimonie indette per la beatificazione di don Bosco, domanda di farsi Salesiano. Nel 1930 emette i primi voti triennali. Interpretando lo spirito salesiano promette, in quella occasione: “Sacrificio continuo, umiltà sincera, obbedienza pronta e perseverante”.
Nel 1932, dopo gli studi di filosofia, viene invitato a Faenza come Assistente generale dei piccoli e insegnante di matematica, rimanendovi per quattro anni.
Nel 1934, dopo avere conseguito la maturità magistrale, frequenta, per la sua prestanza, i corsi estivi per l’abilitazione all’insegnamento della educazione fisica.
Dall’ottobre 1935 è a Torino dove si iscrive alla facoltà di magistero che abbandona nel 1939, anno della sua ordinazione sacerdotale, dopo avere sostenuto tutti gli esami tranne l’ultimo e la tesi di laurea. Passa quindi alla Casa Salesiana di Milano come Consigliere scolastico degli studenti e per insegnare prima lettere e poi matematica al ginnasio.

Nel 1941 riceve la cartolina precetto e viene destinato all’Ospedale Militare di Novara dove è in corso l’allestimento di un ospedale da campo. A fine giugno chiede all’Ordinario Militare di essere assegnato a un reparto alpino combattente.
Viene così inviato al Btg. “Val Pellice”, appena rientrato dalla Yugoslavia, composto per un terzo di alpini di culto evangelico. Sostituisce il precedente cappellano, non gradito, e in poco tempo riporta l’ordine nei reparti e si guadagna la stima generale.
Non contento, ribadisce il suo desiderio di essere assegnato ad un battaglione di prima linea.
Viene quindi mandato al Btg. Alpini Sciatori “Monte Rosa” composto in buona parte da volontari, in partenza per la Russia. Questi alpini troveranno in lui “un cappellano sicuro nella fede e assiduo nei compiti spirituali”.
Invece che in Russia, il “Monte Rosa” viene inviato nel novembre 1942 ad occupare una parte della Francia assegnata all’Italia. Il battaglione prende stanza in Alta Savoia, ad Annecy, rimanendovi sino alla fine di agosto 1943.

L’8 settembre sorprende il “Monte Rosa” a Grenoble, in fase di trasferimento verso l’Italia.
La sera di quel fatidico giorno don Cagnoni si trova per una funzione religiosa presso delle suore che lo avvertono dell’avvenuto armistizio e lo pregano di rifugiarsi presso di loro.
Senza esitazioni rifiuta la proposta, che equivale a sicura libertà, e si reca subito alla caserma dove è acquartierato il suo battaglione trovandola già circondata da truppe tedesche. Con molta fatica riesce a ricongiungersi ai suoi alpini. I tedeschi sulle prime gli vietano l’ingresso. Non riescono, infatti, a comprendere perché quel religioso (è in abiti talari) rivendichi con tanta insistenza il diritto, da buon comandante spirituale, di condividere la sorte riservata ai suoi alpini.
Don Cagnoni trova la caserma in subbuglio, molti alpini non sono disposti ad accettare la resa e vorrebbero tentare una sortita per dirigersi verso l’Italia. Il cappellano si rende subito conto dell’impossibilità di questa impresa per la distanza dal confine italiano (circa 100 Km) e perché il battaglione dispone soltanto di armamento leggero. Determinante è quindi la sua azione di convincimento alla resa per evitare una inutile strage.
Nella notte del 12 settembre 600 alpini, che hanno rifiutato ogni forma di collaborazione con i tedeschi, vengono caricati su carri bestiame per destinazione ignota. Gli ufficiali prigionieri sono già stati avviati verso la Polonia.
Don Cagnoni, rifiutando una seconda proposta di libertà, sale sulla tradotta. “Il mio posto è con gli alpini, prigioniero come loro”.
Dopo lunghe soste il treno ferma a Troyes, a 150 Km da Parigi, dove gli alpini vengono impiegati nel duro lavoro di preparazione di un campo di atterraggio di emergenza. “Il cibo è scarso, ma basta per sopravvivere”.

Durante i lunghi 14 mesi di prigionia tedesca non abbandonerà mai i suoi alpini accompagnandoli, da buon pastore e comandante, nelle località francesi di detenzione (Juvigny, Pont-Audemer (Normandia), Evreux, Compiègne, Verdun) dove di volta in volta vengono trasferiti per essere impiegati in lavori di natura strategica.
Sovente si troveranno sotto il tiro incrociato degli opposti schieramenti; è in Normandia durante lo sbarco e successivamente sul fronte della Lorena.
Con loro e per loro affronta rischi di ogni genere sia per portare conforto spirituale che per rendere meno dura la prigionia. Fra l’altro, arriverà anche a falsificare tessere annonarie per racimolare generi alimentari da distribuire ai suoi alpini.
Ripetutamente sollecitato, rifiuta (e così i suoi alpini) di aderire alla Repubblica Sociale Italiana.
Agli inizi di novembre 1944 sono finalmente liberati dalle truppe alleate, ma trattenuti in un campo di “liberazione” in Normandia a Cherbourg.
Anche in questo periodo si attiva affinchè la disciplina venga mantenuta sia fra gli alpini che fra gli eterogenei elementi di nazionalità italiana successivamente rastrellati dagli Alleati sui vari fronti europei o provenienti dai campi di concentramento tedeschi. Nel maggio 1945 ottiene dopo fiere proteste, e conseguenti punizioni, di formare un battaglione di “cooperatori” da impiegare nel recupero delle munizioni abbandonate nei vicini campi di battaglia. Farà anche costruire una chiesetta di legno in luogo di quella originaria distrutta dai bombardamenti.
In questo modo gli italiani recuperano dignità e possono godere di una maggiore libertà di movimento.

Finalmente giunge il giorno del ritorno, il 21 settembre 1945. A Iselle, primo paese italiano, gli alpini chiedono di fermare il treno per scendere e baciare la terra della Patria.
Soltanto nel 1967 Don Cagnoni riceverà due Croci di Guerra al valor militare per il suo animoso comportamento e per l’assistenza ai prigionieri.

Smessa la divisa, torna alla Casa salesiana di Milano come insegnante di francese. Riveste svariati incarichi sempre nell’ambito della educazione scolastica dei ragazzi.
Dopo essere stato nei centri salesiani di Treviglio e Varese, nel 1967 approda a quello di Sesto San Giovanni come responsabile del Centro di Formazione Professionale e insegnante di matematica. Feconda attività che presterà sino al forzato distacco per raggiunti limiti di età, sempre consapevole che i giovani chiedono ai loro insegnanti non solo nozioni e conoscenze, ma pretendono soprattutto esempi di vita. Prete e alpino è sempre stato un “baluardo fedele” della fede in Cristo senza mai scendere a compromessi con le mode, le filosofie o le ideologie del momento.
Scriverà: “Per ogni crocifisso che si abbatte, un patibolo si eleva”.
Trova anche il tempo di riprendere gli studi universitari che aveva abbandonato prima della guerra e nel 1971 si laurea in lettere presso la facoltà di magistero di Genova.
Nel 1982 riceve la nomina a Cavaliere della Repubblica per l’attività svolta durante il periodo militare, la prigionia e, in pace, presso le Sezioni e i Gruppi della nostra Associazione.

Diventa il Cappellano della nostra Sezione; frequenta in particolare il Gruppo di Cinisello Balsamo.
Sempre disponibile, giungeva puntuale alle nostre cerimonie alla guida della sua motoretta sulla quale era sistemato il suo altarino portatile. All’omelia la sua parola saliva alta e chiara.
E' andato avanti l’8 maggio 1992 per le complicazioni di un difficile intervento chirurgico cui si era sottoposto per poter tornare nel pieno delle sue possibilità e non essere di peso a nessuno.
Ogni anno gli alpini del Gruppo di Cinisello si recano al cimitero del suo paese natale, ove riposa, per onorarlo con un fiore, per pregare ancora con lui e per non dimenticare.

testo di Giuseppe Semprini


Una delle ultime foto di Don Cagnoni, qui in visita ad un fratello di naia



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