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DON CARLO GNOCCHI
Ultima modifica : 2008-01-14 19:45:49 (29266 leggi)
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Don Gnocchi rappresenta bene il prete tipico della diocesi milanese, figlio di una secolare tradizione capace di coniugare la spiritualità con l’azione concreta. Egli fu educatore, cappellano con la penna nera e uomo di carità.
Nacque a San Colombano al Lambro, nella bassa milanese, il 25 ottobre 1902, terzo figlio di Enrico, operaio marmista, e di Clementina Pasta, sarta.
Alla morte del padre, nel 1907 la famiglia si trasferisce a Milano. A tredici anni, rimasto figlio unico dopo la morte dei due giovani fratelli, Carlo entrò nel seminario di San Pietro in Seveso per poi passare, nel 1918, al Seminario liceale di Monza.
Nel 1921 iniziò i corsi teologici presso il Seminario maggiore di Milano. Venne ordinato sacerdote nel 1925, e quindi inviato in qualità di Vicario Parrocchiale presso la parrocchia di S. Maria in Cernusco sul Naviglio (Milano). L’anno successivo fu trasferito alla parrocchia di San Pietro in Sala di Milano dove si distinse fra i giovani per le doti educative.
Nel 1928 divenne cappellano dell’Opera Nazionale Balilla, organizzazione attraverso la quale il regime fascista mirava a controllare e indirizzare l’educazione delle giovani leve, e nel 1933 eccolo cappellano della Seconda Legione Universitaria della Milizia. Questi incarichi, decisamente delicati e politicamente rischiosi, vennero accettati e assolti in perfetta sintonia con le direttive degli arcivescovi dell’epoca; prima il cardinale Tosi e poi il cardinale Schuster.
Nel 1936 don Carlo fu trasferito come direttore spirituale presso il prestigioso Istituto Gonzaga di Milano.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ritenne suo dovere seguire la sorte dei tanti giovani, da lui assistiti ed educati, che venivano chiamati alle armi, e come cappellano militare partecipò alle operazioni sul fronte greco-albanese e poi in Croazia.
Nel 1942 partì con gli alpini della “Tridentina” per il fronte russo, e con loro divise la tragica esperienza della ritirata e gli epici e disperati combattimenti per aprire un varco nei successivi accerchiamenti della truppe sovietiche. Fra tanto dolore e disperazione maturò il proposito di adoperarsi per aiutare le vittime innocenti, gli orfani e i mutilatini di quella immane tragedia, e nel suo libro “Cristo con gli Alpini” scrisse: “Dio fu con loro, ma gli uomini furono degni di Dio”.

Al ritorno in Italia si preoccupò per prima cosa di recarsi presso le famiglie dei suoi Alpini caduti per portare, con la consolazione ed il ricordo, gli oggetti che i morenti gli avevano affidato.
Si adoperò anche per aiutare i perseguitati politici, ebrei e partigiani, facilitando i loro tentativi di trovare rifugio in Svizzera.
Sospettato di questa attività, nel 1944 fu imprigionato per dieci giorni nel carcere di San Vittore di Milano e venne liberato soltanto per il deciso intervento in suo favore del cardinale Schuster che, pur apprezzandolo, avrebbe voluto da quel prete fattivo e inquieto un comportamento più contemplativo e meditativo.
A chi, alla caduta del fascismo, lo rimproverò di collaborazione col passato regime, egli poté ribattere che, a differenza di molti suoi accusatori, “….non accettai mai la tessera del partito fascista”.

Nel 1945, subito dopo la fine della guerra, divenne direttore dell’Istituto dei Grandi Invalidi di Arosio (Como), e in quella sede ebbe la provvidenziale intuizione di accogliere in quel Centro anche bambini orfani di guerra (soprattutto figli degli Alpini) e i tanti bambini mutilati vittime della guerra e delle conseguenze (i mutilatini).
Nel marzo 1949 nacque la Fondazione “Pro Infanzia Mutilata” che, successivamente, cambierà il proprio nome in “Pro Juventute”. Venne aperta una nuova sede a Pessano e, a partire dal 1950, furono inaugurati altri centri in tutta Italia: Inverigo, Milano, Parma, Firenze, Roma, Genova, Salerno e poi ancora in molte altre città.

La sua esile figura nascondeva un carattere fermo ed una energia indomabile, doti che impiegò per raccogliere ed assistere i suoi piccoli infermi, ma anche per catalizzare intorno alle sue opere una moltitudine di persone generose, enti e associazioni (e ovviamente anche l’A.N.A. fu sempre in prima fila nell’aiuto alla sua opera).

Di quel periodo ebbe fama internazionale l’epica trasvolata dei piloti Bonzi e Lualdi che, a bordo di un piccolo aereo “L’angelo dei bimbi”, raggiunsero Buenos Aires partendo da Milano per raccogliere fondi da devolvere alle attività assistenziali di don Gnocchi. Quell’impresa fruttò ben 500 milioni di lire dell’epoca.
Don Carlo consumò gli ultimi anni della sua vita in questa intensa e provvidenziale attività caritatevole grazie alla quale i bambini e ragazzi accolti non venivano soltanto assistiti, ma imparavano a diventare autosufficienti ed a rientrare competitivi nella società.

Alla sua morte prematura, che avvenne il 28 febbraio 1956, qualcuno temette anche la fine della sua opera.
Altri, invece, hanno raccolto la sua ultima esortazione dettata nel nostro bel dialetto: “Amis ve raccomandi la mia baracca”.
Oggi la Fondazione che porta il suo nome conta oltre 20 centri diffusi in 9 regioni italiane.
Ultimo provvidenziale segno della sua carità fu il dono delle sue cornee affinché due bambini potessero ritornare a vedere. Con quel gesto provocò l’inizio di un cambiamento nel modo di pensare che portò all’approvazione di una nuova legge sui trapianti, sino allora proibiti.
Milano partecipò in massa ai suoi funerali.
Il suo feretro vegliato, sorretto e scortato dai suoi Alpini sino in Duomo, fu accolto dalla ormai celebre e profetica frase di un mutilatino: «Prima ti dicevo: “Ciao, don Carlo!”. Oggi ti dico: “Ciao, San Carlo!”».

E la via della santità, che noi Alpini invochiamo per lui ormai da mezzo secolo, si è già aperta!
Non rammarichiamoci se la sua santificazione tarda a venire; essa non serve a don Carlo, serve soprattutto alla Chiesa e a tutti noi. Noi siamo certi che Lui ha già ricevuto un premio ben superiore. Don Carlo Gnocchi ci ha insegnato che la carità non si fa con le belle parole, ma con il proprio impegno, rimboccandosi le maniche con grande fede e coraggio.
Noi Alpini possiamo dire che abbiamo praticato il nostro impegno civile nel solco da Lui tracciato, cercando di dimostrarci degni figli di don Carlo.

testo di Giuseppe Semprini



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