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BRUNO ANSELMI
Ultima modifica : 2008-04-12 17:00:10 (29563 leggi)
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Bruno Anselmi nacque il 14 maggio 1907 a Milano in corso Indipendenza da Archimede e Annunciata Mascherpa.
In famiglia venne cresciuto con regole abbastanza rigide dal papà, che fin dagli anni dell’infanzia lo iniziò alle fatiche della montagna di cui era appassionato in compagnia della madre, che seguiva docilmente il marito in eroiche scarpinate tra le quali la prima ciclo montana in assoluto per una signora di allora al Piccolo San Bernardo, fra lo stupore dei frati dell’ospizio.
Questi viaggi e le escursioni gli aprirono la conoscenza di luoghi e persone di estrazione e ceto diversi, e soprattutto della montagna. Il papà aveva allora un’edicola in piazza Caiazzo. Sin da ragazzo e dopo gli studi, le giornate di Bruno finivano fra riviste, giornali e libri. Per fortuna il ragazzo non ereditò proprio del tutto dal padre, perché il genitore era anche un patito del velocipede oltre che della montagna. Capitava talvolta che si allontanasse per giorni finché una cartolina delle Regie Poste non svelava la sua posizione; fatto che faceva rientrare la denuncia di scomparsa e di abbandono del tetto coniugale sporta nel frattempo da mamma Annunciata. È naturale che qualcosa di sportivo fosse rimasto nel suo DNA e così, durante e dopo gli studi tecnici, Bruno divenne praticante il calcio nell’“Ambrosiana” di Milano al Campo all’Acquabella, e il ciclismo in corse da allievo e da dilettante dove emergevano le sue doti di passista.
Ma la montagna era la sua vera grande passione: imparò a sciare e fece parte di alcune società sportive e di squadre di sci di fondo con il dopolavoro, gareggiando con i valligiani del lecchese e della Valtellina in anni pionieristici in cui questo sport era veramente agli albori.
Bruno cominciò a pensare al momento in cui avrebbe dovuto andar soldato e pensò logicamente agli Alpini: si iscrisse al CAI e frequentò la “FALC” di Milano (acronimo di “Ferant Alpes Letitiam Cordibus” cioè: “le Alpi portino letizia ai cuori”), una delle prime società alpinistiche milanesi fondata nel 1920. I suoi impegni di lavoro lo trovarono impegnato professionalmente nella tipografia Pezzini di Milano, una ditta che stampava volumi di buon livello letterario. Questa fu la sua vita sino al 1927, anno in cui vide realizzato il suo sogno. Alla visita militare venne dichiarato abile al Corpo degli Alpini, ove venne arruolato nel 1928 fra lo scherno dei valligiani che gli gridavano: “te ‘endit la aaca per gnii in dij alpini”. Oltrepassò così la porta carraia della caserma del V° Alpini e venne assegnato al Battaglione “Tirano”, ove ritrovò il valsassinese Angelo Casari, uno dei suoi acerrimi rivali nelle gare di fondo, con il quale rimase poi amico per tutta la vita.

Finita la naja, Bruno vinse un concorso per entrare nel Corpo dei Vigili Urbani di Milano e iniziò quel nuovo lavoro. Da quel momento cominciò a pensare a una esistenza più consona all’età ormai matura: allora anche se solo a trenta anni la giovinezza allora finiva presto. E fece di tutto per convolare a nozze con la sua Angela che aveva conosciuto durante le gite in montagna e le famose “narcisate” sulle montagne sopra Erba e Como con i treni messi a disposizione dal Regime a prezzo ridotto.
Nel 1935 sposò Angela Tombola (e diceva di aver vinto per la vita la sua tombola con 67 anni di matrimonio) dalla quale ebbe in tre anni due maschietti. Come ultima leva soggetta a richiamo, la guerra lo vide sotto le armi in Savoia a presidio della zona di Chambery. Il 27 febbraio 1943, nell’attraversare il fiume Aare cadde per una placca ghiacciata e si fratturò il coccige. Venne rispedito in Patria ad Alessandria e lo rimisero in condizioni di ritornare in Francia, da dove il 1° Alpini era stato trasferito parte in Russia e parte in Corsica. La nave che trasportava questa parte fu silurata e i sopravvissuti furono fatti prigionieri dalle Forze Alleate. Nell’agosto 1943 ottenne un permesso speciale per rientrare a Milano, dove, nei bombardamenti di quella estate, la sua casa era stata distrutta.
Per il nostro Paese nei giorni successivi accadde la tragedia dell’8 settembre. Bruno era allora a Milano e tentò di rientrare per raggiungere il suo reparto, ma il consiglio della sua Angela lo invitò a riflettere mentre il Comando dei Vigili lo arruolò nel Corpo armato del Comune per i servizi di sorveglianza annonaria per poi passare al servizio investigativo al Comando di Piazza Filodrammatici.

La famiglia era intanto cresciuta e Luciana venne finalmente viene a completare e concludere gli anni della maturità di Bruno. Negli anni subito successivi la fine della guerra, nel turbine delle ideologie e delle violenze verbali e fisiche, lo troviamo ideologicamente impegnato presso i Gesuiti di piazza San Fedele, come fondatore della “Lega del Sacro Cuore” fra i dipendenti del Comune di Milano, e fu avversato, ma mai domato, dalle correnti di pensiero sindacali. Con l’ausilio del Cardinale Schuster prima e del Cardinale Montini poi, la sua tenacia e la sua fede riuscirono a creare una alternativa sociale e di pensiero nell’ambito dei dipendenti comunali.

Fu il periodo che coincise con la conoscenza diretta di don Carlo Gnocchi, con la frequentazione del Colonnello Belotti, del Generale Reverberi, di Bolla e del suo rientro a tutto titolo nella Sezione di Milano della Associazione Nazionale Alpini dove poi collaborerà attivamente come segretario.
In seno all’Associazione strinse una amicizia fraterna con soci più giovani di lui: Bignami, Strumolo, Antonazzo, Vercesi, formando un gruppetto denominato “i randagi” che a bordo di una FIAT giardinetta faceva man bassa di presenze nelle varie manifestazioni alpine e alle Adunate Nazionali, dove, al termine delle giornate ufficiali, aggiungevano alcuni giorni di allegre “scorribande” su invito dei vari commilitoni ritrovati e delle Sezioni che li ospitavano. Così li troviamo, dopo una Adunata a Trieste, a fare ritorno via Parma – Nervi – Asti – Aosta, con ultima salutare tappa a Varazze prima del rientro a Milano.
La partecipazione all’Adunata de L’Aquila durò ben 10 giorni, ma dicevano: “…eravamo andati troppo in giù e poi troppo in alto, e bisognava riadattarsi all’aria della pianura.”
Poi si consolidò ancora di più l’amicizia con Arturo De Andrea con il quale si vedevano anche durante le vacanze estive, e questa amicizia durò fino agli anni ’90 tra viaggi e inviti nelle caserme e nelle Scuole Alpine di tutta Italia.
Erano già tutti in pensione e la loro vita era praticamente in Sezione a Milano dove con Antonio Rezia ebbero a frequentare da vicino colui che diventò per lui, dopo Belotti e don Gnocchi, un punto di riferimento per tutti gli Alpini di Milano: Peppino Prisco.
Bruno venne introdotto ai convivii degli avvocati e si instaurò con Peppino una fortissima amicizia, consolidata dalla stessa passione per l’Inter.

Alla fine degli anni ’70 con Bignami e Antonazzo, ebbe l’idea di fare un censimento delle sepolture Alpine nei cimiteri di Milano cui portare ogni anno a novembre un mazzolino di fiori legato con il tricolore.
All’inizio quasi improvvisarono, ma credettero in quella idea e tennero duro. Poi cominciarono ad arrivare gli aiuti anche materiali dai Soci Alpini, dalle loro famiglie, dalle Sezioni e talvolta anche dall’estero e da tanti Amici degli Alpini. Il tutto pignolescamente e alpinamente censito, annotato e fatto confluire su un libretto intestato: “Penne Mozze”. Questa meritoria iniziativa è ora passata a mani più giovani che hanno compreso il loro messaggio e continuano la loro opera: così proseguirà ciò che è stato fatto per non dimenticare mai la memoria, così come speriamo non si cancellino mai gli ideali e lo spirito di corpo degli Alpini.
Bruno cominciò pian piano a perdere alcuni gli amici più cari: Strumolo, Vercesi, Zani, cui seguirono Bignami Antonazzo e Gandini.

Già Decano della Sezione, ne è stato davvero la memoria storica. Il “vecchio” aveva una volontà e una memoria di ferro; ne sanno qualcosa i più giovani che gli erano vicini come Gianluca Marchesi, Cesare Lavizzari (che adorava come un figlio), Luca Geronutti e Paul Wilcke. Questi ultimi lui li chiamava: “i suoi Angeli Custodi”, alpini con i quali, sia pure inizialmente con scetticismo, collaborò per la fondazione del Gruppo di “Milano Centro”. Loro, i giovani, lo stimavano e lo consideravano una bandiera oltre che la loro memoria storica.

Poi arrivò la quarta età e Bruno era sempre lì, limpido di mente e sereno nei giudizi, anche se non disdegnava qualche volta di far valere il grado dell’anzianità e dell’esperienza.
Gli anni ’90 segnarono una serie di duri colpi nel morale di Bruno: quando dovette abbandonare la sua casa in affitto dopo 47 anni, e quando lo stato di salute della sua Angela peggiorò sino a lasciarlo solo. Questo fu per lui davvero il colpo più duro.

In quegli anni in Sezione vi fu una innovazione storica: vennero fondati i gruppi cittadini di “Milano Lorenteggio” e “Milano Centro”.
Bruno Anselmi confluì in quest’ultimo perché non avrebbe mai accettato di abbandonare la Sede storica della Sezione del dopo Guerra, sede dove Reverberi, Belotti, Bazzi e don Gnocchi avevano profuso le loro energie e la loro fede Alpina. La sua grande determinazione e la sua volontà di indipendenza lo portarono a cambiare baita, e si ritirò così in una Casa di Riposo a Villa D’Adda.
Anche da lì gestì la sua Alpinità sino ad arrivare, pochi giorni prima di entrare nel centesimo anno della sua esistenza, a far dotare la Casa di Cura di una Bandiera tricolore consegnata con tutti gli onori il 16 dicembre 2006, alla vigilia della S. Messa in Duomo cui partecipò per l’ultima volta sfilando con i suoi Alpini, sollecitato in questo dal suo Presidente che lui chiamava bonariamente “Orso Rosso”.

Ha raggiunto la sua Angela e i suoi Amici nel Paradiso di Cantore nel 2007, all’inizio del suo centesimo anno di vita. Come nelle sue previsioni, perché il numero sette era stato presente, come un segnavia al quale si era affezionato, per tutta la sua vita nelle date più importanti e cruciali che lo avevano toccato.

Mario e Silvio Anselmi

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