I GRANDI UOMINI DELLA SEZIONE
Ultima modifica : 2009-07-06 15:30:12 (192237 leggi)


Nel rinnovare aspetto e contenuto del sito in occasione degli 80 anni dalla fondazione della Sezione di Milano non potevamo tralasciare di dedicare uno spazio a coloro che hanno lasciato un segno nella storia sezionale.

Buona parte delle biografie qui riportate sono state già pubblicate su vari numeri di "Veci e Bocia", grazie al paziente ed importante lavoro di ricerca effettuato da Giuseppe Semprini.


Oltre ai decorati di medaglia d'oro, citati nella pagina "IL VESSILLO", riportiamo - elencando i cognomi in ordine alfabetico - una biografia di:

  • Bruno Anselmi

  • Mons. Giovanni Antonietti

  • Giulio e Mario Bazzi

  • Dante Belotti

  • Don Pietro Cagnoni

  • Carlo Crosa

  • Luciano Gandini

  • Don Carlo Gnocchi

  • Teresio Olivelli

  • Giuseppe Novello

  • Vitaliano Peduzzi

  • Peppino Prisco

  • Giuseppe Reina

  • Arturo Vita




  • MONSIGNOR GIOVANNI ANTONIETTI


    Nato tra i monti della Val Seriana in una piccola frazione di Gandino (provincia di Bergamo) denominata Girano, ai piedi del monte Farno, monsignor Giovanni Antonietti è scomparso nel novembre 1976, a 84 anni d'età nella sua "Casa dell'orfano" di Ponte Selva, l'istituzione a cui aveva dedicato l'intera vita.

    Dimostrò nella sua lunga esistenza un impegno particolare a favore della gioventù e verso tutti coloro che si rivolgevano a lui in un momento di particolare difficoltà. Momenti che non furono estranei neppure a monsignor Antonietti, ma che egli seppe superare sempre grazie alla non comune forza d'animo e alla fede religiosa.
    Orfano di padre dalla nascita, visse la sua infanzia con la mamma e gli zii materni, contadini, i quali durante il periodo estivo salivano sugli alti pascoli con il bestiame. Il piccolo Giovanni aiutava gli zii accudendo le mucche, procurando la legna per l'inverno e svolgendo i mestieri della baita, della vita in alpeggio.
    Entrò in seminario dopo le scuole elementari; per pagarsi la retta faceva l'assistente nel collegio dei sordomuti di Bergamo e prestava servizio presso l'albergo popolare della città, la famosa "Opera Bonomelli".
    Allo scoppio del primo conflitto mondiale Giovanni Antonietti, già sacerdote, venne assegnato a una compagnia di sanità, ma subito chiese e ottenne di essere trasferito in zona operativa, venendo inviato alle truppe alpine nel battaglione "Tirano" del 5° alpini, in linea sullo Stelvio. Si fece subito apprezzare dai superiori con l'impegno e la collaborazione con i commilitoni.
    Il primo gennaio 1916 con la costituzione del battaglione "Stelvio" ne fu nominato cappellano.
    Il nuovo battaglione valtellinese raggiunse l'alto Isonzo attestandosi sulla cima di monte Nero.
    La guerra mise a dura prova le doti di monsignor Antonietti: su quella cima si consumò uno dei drammi della prima guerra mondiale. In quell'occasione monsignor Antonietti partecipò come cappellano prima e come ufficiale poi alla resistenza per mantenere la posizione davanti al nemico incalzante.
    Il sacerdote venne proposto per la medaglia d'oro che gli venne però mutata in quella d'argento a causa, sembra, d'un diverbio avuto con un generale del comando: nel pieno della battaglia era corso a rispondere al telefono da campo e al generale che gli ordinava di "crepare" ma di non lasciare la linea, aveva risposto che forse "non era del tutto il caso".
    Ma restò in prima fila, con coraggio guidò i suoi alpini (gli ufficiali erano tutti morti) e respinse l'attacco delle forze nemiche di gran lunga superiori. Ma la medaglia d'oro divenne medaglia d'argento.
    Dopo i fatti di Caporetto trascorse un periodo sull'altopiano di Asiago e a Bassano del Grappa dedicandosi ai soldati che scendevano dalle prime linee, chiendo poi di essere mandato di nuovo in zona operativa. Trascorse l'ultimo anno di guerra sui ghiacciai dell'Adamello con il battaglione "Moncenisio", del 3° reggimento.
    Ricevette altri riconoscimenti ed encomi solenni.

    Tornato alla vita civile riprese il suo posto come curato della parrocchia di Chioduno in provincia di Bergamo dove si prodigò curando e organizzando assistenza nei confronti delle persone che in quegli anni furono colpite dalla terribile epidemia di spagnola che fece in Italia centinaia di migliaia di morti.
    L'impegno eccessivo dovuto alla guerra e al prodigarsi continuo durante l'epidemia gli costò seri disturbi polmonari: venne ricoverato nel sanatorio di Croppino dove rimase per diversi mesi.
    In quel periodo matura in don Antonietti l'idea di istituire dentro quella meravigliosa pineta una casa per ospitare e assistere i numerosi orfani di guerra bergamaschi figli di tanti "suoi" alpini caduti sui campi di battaglia.
    Il 24 giugno 1925 nella pineta di Clusone venne inaugurata la "Casa dell'orfano" che accolse i primi quaranta ragazzi grazie al "generoso contributo del popolo bergamasco" come è scritto nella lapide ancora oggi visibile.
    Monsignor Antonietti si identificò con la sua "Casa dell'orfano", che diresse per oltre cinquant'anni.
    Riuscì a realizzare sette padiglioni sparsi nel grande parco, un padiglione ospitava le scuole, un altro il teatro, poi l'infermeria, i dormitori. C'era e c'è ancora un'artistica chiesetta perfettamente inserita nel verde della pineta, opera di Luigi Angelini.
    Nei cinquant'anni di direzione, monsignor Antonietti riuscì a dare un alloggio e, cosa ancora più importante, un'educazione a ben ventimila ragazzi. Molti di loro riuscirono a ottenere non solo il diploma di scuola superiore ma anche la laurea.
    Non è un caso che ancora oggi l'associazione degli ex allievi sia particolarmente viva e nutrita.
    Monsignor Antonietti fu anche presidente dell'opera nazionale orfani di guerra della provincia di Bergamo. Fondò inoltre l'associazione nazionale cappellani militari d'Italia divenendone il primo presidente; il suo amore per i soldati difensori della Patria lo portava spesso a presenziare alle manifestazioni dell'ANA.
    Nel novembre 1976, pochi giorni prima di morire, malato chiese di essere accompagnato sul terrazzo della casa per poter vedere e gustare un'ultima volta l'incantevole pineta e la grande opera alla quale aveva dedicato tutta la vita.
    Ora riposa nella chiesetta della sua "Casa dell'orfano".


    Correva l'anno 1960 quando un gruppo di alpini milanesi inventarono una scampagnata familiare estiva in montagna, cui invitare mogli e figli, allo scopo di farsi perdonare i continui abbandoni per seguire le manifestazioni associative.
    Nasce così il Rancio alpino, che dopo peregrinazioni da una valle all'altra trova nel 1967 sede definitiva a Ponte Selva, nella "Casa dell'orfano"allora diretta da monsignor Antonietti.
    Il gruppetto che si incarica di organizzare il Rancio prende così il nome di "Corvèe di Ponte Selva" e per ben 25 anni prosegue nella tradizione, per poi cedere il passo alla "Festa sezionale di Ponte Selva".



    GIULIO E MARIO BAZZI



    La famiglia Bazzi, originaria di Cassano d’Adda, appartiene a quella borghesia lombarda risorgimentale che non ha mai esitato nel dare all’Italia i suoi figli migliori.
    Giulio Bazzi nacque nel 1880 e fu giovanissimo sottotenente di complemento al 5° Alpini nel 1899. Allo scoppio della Grande Guerra venne richiamato alle armi e combattè al Tonale col Battaglione Valle Camonica, dove gli venne subito conferita una Medaglia di Bronzo al V.M., e successivamente in Valsugana e sull’altipiano di Asiago. Nel maggio 1916 col grado di capitano del 31° Rgt. Ftr. guadagnerà al passo San Marco un’altra Medaglie d’Argento al V.M.
    Partecipò alle operazioni belliche in Albania presso i comandi di Divisione e Corpo d’ Armata (agosto 1917-febbraio 1919) dove raggiunse il grado di Maggiore del 5° Rgt. Alpini.
    Nel 1918 venne decorato di una Croce al Merito di guerra e della Military Cross inglese nonché della Croce di Cavaliere della Corona d’ Italia.

    Al suo congedo nel 1919 fu tra i soci fondatori della nostra associazione ricoprendo anche la carica di Vice Presidente.
    Quando nel giugno 1928 la direttiva centralista del regime dispose il trasferimento della sede centrale dell’ANA da Milano a Roma, provocando tra i soci milanesi e lombardi proteste e fermenti scissionisti, Giulio Bazzi, non iscritto al partito fascista per spirito alpino di servizio, svolse una efficace opera di componimento delle pur sacrosante frizioni interne all’ANA e venne nominato reggente della nuova Sezione di Milano costituita il 1° dicembre 1928.
    Non volle la presidenza per sottolineare la provvisorietà del suo incarico; si dimetterà infatti nel giugno 1929.
    È da sottolineare, nel suo attivo contributo alla vita associativa, la fondazione del Gruppo di Cassano d’Adda nel 1922, e l’erezione del monumento al suo illustre concittadino Giuseppe Perrucchetti, ideatore delle Truppe Alpine (1932).
    Raggiunse il grado di colonnello della riserva, e fu operoso anche nella vita civile, raggiungendo il prestigioso incarico di Ispettore del Personale bancario. Morì improvvisamente il 22 luglio 1942, mentre stava ricoprendo la carica di podestà di Cassano d’Adda.

    Anche il figlio Mario diede un importante contributo all’ANA.
    Mario Bazzi, nacque il 13 marzo 1910, e si laureò in chimica e farmacia all’università di Pavia. Seguendo la tradizione del padre Giulio, nel 1935 partecipò al corso allievi ufficiali di Bassano (comandante della scuola era allora il leggendario capitano Sora).
    Svolse il servizio di prima nomina al 5° Alpini e subito si iscrisse alla nostra Associazione.
    Stimato e intelligente dirigente di azienda chimica fu fra i formulatori di numerosi prodotti che hanno ancora oggi largo consumo (fra i più conosciuti la “Ovomaltina” e il “Citrosil”).

    Contro la sua volontà, nel 1940 non venne richiamato perché impiegato in essenziali incarichi in una industria di primario interesse strategico.
    Nell’immediato dopoguerra non fece mancare la sua opera alla ricostituzione della nostra Sezione. Nel 1962 rifondò il Gruppo di Cassano d’ Adda (il gagliardetto originario era stato gelosamente custodito dall’alfiere Cairoli). Venne eletto più volte consigliere della Sezione fino a diventarne Vice Presidente. Per le sue indubbie ed eclettiche capacità venne nominato direttore del periodico sezionale “Veci e Bocia” dopo Franco Giansiracusa dal 1975 al 1982, quando la direzione passò a Vitaliano Peduzzi perché Mario Bazzi venne chiamato ad assumere l’incarico più prestigioso e oneroso di direttore de “L’Alpino” subentrando ad Aldo Rasero.
    Mantenne questa carica fino all’aprile 1985 cercando di rinnovare la stampa alpina che a suo avviso “deve svolgere un vero e proprio compito civile e sociale assumendo pertanto una spiccata impronta formativa” ed “esprimere interpretazioni, giudizi, consensi, dissensi sui grandi temi nazionali visti in un’ ottica di esclusiva italianità al di sopra delle fazioni e delle parti, fedele a quei principi morali e spirituali ai quali l’ ANA si ispira e si è sempre ispirata”.
    Cedette la direzione ad Arturo Vita per “alcune....divergenze di vedute”, come poi scriverà il Presidente nazionale allora in carica Leonardo Caprioli.

    Mario Bazzi fu per trent’anni il presidente del Coro ANA di Milano che sotto la direzione artistica di Massimo Marchesotti (Maestro del Coro sin dal 1973) diventa uno dei gruppi corali più apprezzati facendo conoscere, in Italia e all’estero, oltre alle “cante” nate e rielaborate durante le guerre, i canti popolari provenienti dall’area lombarda e padana. Gli interventi e le presentazioni di Bazzi durante i concerti del Coro restano esemplari per noi che li abbiamo ascoltati e partecipati. Curerà il nostro, e suo amatissimo, Coro sino alla sua “andata avanti” il 25 febbraio 1997.
    Come scrisse Massimo Marchesotti, “Bazzi ha insegnato come deve essere vissuta la coralità, che il fatto del cantare porta oltre l’amicizia e va verso la fratellanza. Ha voluto che il Coro fosse affidato alla mie mani offrendomi amicizia fraterna e fiducia”.
    Riposa nella cappella di famiglia a Cassano accanto al padre Giulio ed al cugino di secondo grado, l’amato “zio” data la differenza di età, il Maresciallo d’Italia Emilio De Bono.

    testo di Giuseppe Semprini


    Estratto dallo stato di servizio di Giulio Bazzi:
    BAZZI GIULIO fu Carlo – Maggiore nel 5° Reggimento Alpini. Classe 1880. Richiamato alla armi il 2 maggio 1915, collocato in congedo il 25 marzo 1919.
    Lo videro i ghiacciai del Tonale; la Valle Sugana e l’altipiano di Asiago conobbero il suo ardimento.
    Nel 1917 viene inviato in Albania con le nostre truppe ivi combattenti. Si cimentò col nemico a Cima Cady, Sella Tonale, Montozzo Ercavallo, S. Osvaldo di Val Sugana, Altipiano di Asiago, Costone Cima Isidoro, Monte Civaron. Venne decorato con due medaglie al valore, con la Military Cross inglese, con la Croce di Cavaliere della Corona d’Italia, nonché della Croce al merito di guerra e del Distintivo delle fatiche di guerra.
    Nel proporlo per la ricompensa estera il suo Comandante di Brigata così dice:
    “Ho avuto campo di ammirare un giorno la sua compagnia, attraversare un largo letto sassoso, battuto da una mitragliatrice. Egli seppe con l’esempio, farle eseguire senza disordine un movimento che non pareva possibile”



    Queste le motivazioni delle medaglie concesse a Giulio Bazzi:

    Motivazione della Medaglia d’argento al Valor Militare:
    “Essendo stata la sua compagnia attaccata da forze nemiche superiori, su una posizione isolata ed avendo avuto due plotoni accerchiati, con energica controffensiva degli altri due plotoni rimasti in sua mano, riusciva a liberare quelli accerchiati e a mantenere la posizione, dando così mirabile esempio di sangue freddo e di valore”
    Castelloni S. Marco (Asiago)
    31 maggio 1916
    Bollettino Ufficiale - gennaio 1917


    Motivazione della Medaglia di bronzo al Valor Militare:
    “Durante il combattimento, si lanciò arditamente avanti sfidando il fuoco nemico e con contegno energico riuscì anche a ricondurre nella linea di combattimento alcuni militari di truppa dispersi”
    Sella Tonale
    25 agosto 1915
    Bollettino Ufficiale - luglio 1916




    DANTE BELOTTI


    Nella sua lunga storia la Sezione di Milano ha annoverato numerosi personaggi davvero carismatici che hanno contribuito a farla diventare un punto di riferimento per tutta la nostra Associazione.
    Fra questi spicca il Colonnello Dante Belotti. Arruolatosi volontario nella Grande Guerra, nel 1918 é ufficiale subalterno in Adamello nella 52a Compagnia del Btg. Edolo comandata dal Capitano Gennaro Sora, l’eroe del Polo, alle cui dipendenze rimarrà nel successivo tempo di pace per oltre otto anni.
    Nel dicembre 1920 resta ferito negli scontri ingaggiati a Fiume dal Btg. Edolo contro i Legionari di Gabriele D’Annunzio.
    Partecipa alle operazioni di riconquista della Libia e alla campagna d’Etiopia come comandante di bande irregolari. Incarico, questo, assolto brillantemente e nel 1937 viene infatti decorato con una Medaglia d’Argento e 2 di Bronzo.

    Rientrato in Patria, allo scoppio della 2a Guerra Mondiale combatte sul fronte occidentale e con il Btg. Morbegno partecipa alla campagna d’Albania dove si distingue per le sue doti di comandante.
    Viene promosso maggiore per merito di guerra e guadagna ancora una Medaglia d’Argento e una di Bronzo.
    Viene ferito sul monte Guri i Topit.
    Nel 1942 assume il comando del Btg. Edolo nell’imminenza della partenza per il fronte Russo. Durante la ritirata riesce a mantenere organico e compatto il proprio battaglione rimasto di retroguardia.
    Il 27 gennaio 1943, facendosi largo fra le migliaia di sbandati, l’ Edolo, appoggiato da due pezzi del Gruppo Bergamo e un pezzo del “Valcamonica”, partecipa in modo risolutivo all’attacco dell’abitato di Nicolajewka occupato dai russi, concorrendo ad aprire il varco dal quale defluiranno, insieme ai resti dell’Armir, migliaia di soldati di varie nazionalità Per questa azione riceverà un’altra Medaglia d’Argento e una Croce di Ferro tedesca sul campo.
    Fra le sue decorazioni bisogna inoltre annoverare anche cinque Croci di Guerra al Valore.

    Con l’avvento della pace e dei cambiamenti istituzionali della nostra Patria egli non tarda a rendersi conto che per il nostro esercito si era ormai giunti alla fine di un’epoca.
    Per questo, nell’immediato dopoguerra prenderà la dolorosa decisione di abbandonare la carriera militare, che era la sua vita, dopo oltre trent’anni di comando.

    Rientrato alla vita civile si dedica all’attività di venditore per conto di una grossa tessitura di Monza.
    Anche in questo ambito, per lui del tutto inusuale, non mancherà di distinguersi per capacità, tenacia e onestà.
    Aveva abbandonato la divisa ma non il Cappello Alpino e quando l’Associazione Nazionale Alpini, nella difficile fase della sua rifondazione, ebbe bisogno di lui, egli non si tirò indietro.

    È stato Presidente della nostra Sezione dal 1952 al 1956 e dal 1962 al 1970. Anche in questa funzione seppe far emergere le sue doti di trascinatore e la sua grande alpinità. Seppe suscitare rinnovati entusiasmi ed ebbe anche meritate soddisfazioni.
    Il numero degli iscritti si avvicinò ai duemila d’anteguerra, e venne acquisita in affitto l’attuale Sede di Via Rovani.
    Conobbe anche l’amarezza del commissariamento (nel 1954, per pochi mesi), dovuto a contrasti originati dalle divisioni e dai risentimenti lasciati negli animi di molti dal recente, tragico conflitto. Un altro, disilluso, avrebbe abbandonato. Lui invece si ricandidò, fu rieletto e si adoperò per riaccendere lo spirito di fratellanza e di solidarietà tramandatoci dai nostri padri.

    Per delineare la sua figura é significativa la descrizione delle manifestazioni con cui venne accolto dai suoi alpini all’ultima Adunata cui partecipò (Brescia - 1970) riportata da Antonio Rezia, succedutogli nella carica di Presidente: “Chi nell’esaltante giornata dell’Adunata di Brescia é stato al suo fianco durante tutto il percorso della sfilata, può ben dire di avere assistito ad una indimenticabile manifestazione di simpatia e di ammirazione per lui.
    Durante tutto il tragitto é stato un susseguirsi di entusiastiche acclamazioni all’indirizzo del Colonnello Belotti e chi gridava il suo saluto spesso aveva le lacrime agli occhi e la voce roca per una infrenabile commozione. Ed egli accennava a fugaci saluti, commosso lui stesso più di ogni altro, badando a dire continuamente ad ogni applauso della folla trascinata dall’entusiasmo dei “Veci”, col suo caratteristico parlottare sommesso: “Non a me... agli Alpini, sono loro che meritano gli applausi ....” e con la mano accennava agli Alpini che lo seguivano…”

    Sino ad un paio di anni fa un suo busto in bronzo (dono della Sezione di Milano) e le sue decorazioni erano esposte al museo del 5° Reggimento Alpini presso la Caserma Rossi di Merano.
    Con l’abbandono di questa caserma a seguito dello scioglimento dei reparti alpini ivi stanziati, anche tutti gli oggetti custoditi nel Museo, che per noi alpini hanno valore di reliquie, sono stati presi in carico dal Comando Truppe Alpine di Bolzano e sono conservati dal dipendente Reparto Comando presso la Caserma Schenoni di Bressanone, in attesa di allestire il promesso nuovo Museo dei Reggimenti Alpini.

    testo di Giuseppe Semprini


    Per i 60 anni di “Veci e Bocia” è stato pubblicato il seguente articolo dal titolo
    "Ricordiamo Dante Belotti"


    Nel 1971, nel giorno dell’adunata a Cuneo, il professor Galli informandosi della salute del Col. Belotti e parlando di Lui diceva ad Antonio Rezia: “Dì a Belotti che ho sempre negli occhi e mai potrò dimenticare la sua figura che, alla testa dei ragazzi dell’“Edolo”, fendeva la massa degli sbandati bloccata a Nikolajewka, e risalendo la colonna al grido di «Edolo Avanti», andava al combattimento! Ero ufficiale medico e ho visto gli Alpini seguire il loro Comandante, senza esitazione in un momento in cui circostanze di luogo e di tempo avrebbero potuto giustificare un atto di debolezza in chiunque e ancor più in uomini tanto duramente provati”.

    Vi abbiamo già indicato che al sessantesimo del giornale dedicheremo un inserto speciale, ma riteniamo doveroso anticipare tutto quanto verrà scritto con il ricordo di Dante Belotti, il Presidente che fu il “padre” di “Veci e Bocia”. Nella prima pagina del precedente numero avevamo dato evidenza alla semplice cerimonia di ricordo del colonnello Belotti avvenuta venerdì 14 ottobre 2011 presso il cimitero di Palosco, quando il nostro Presidente Luigi Boffi aveva voluto dare inizio alla partecipazione della nostra Sezione al Raduno del 2° Raggruppamento con un gesto di omaggio molto significativo per la nostra Sezione e proprio per il quarantesimo dalla sua scomparsa.
    Nel primo numero del 2006 abbiamo ricordato la sua figura con una scheda storica; in queste righe vogliamo evidenziare che molte delle importanti realizzazioni avvenute sin dagli inizi degli anni ’50 e che caratterizzano ancor oggi la vita della nostra Sezione, si devono proprio all’entusiasmo e alla dedizione di Dante Belotti per gli alpini e per i nostri valori: il notiziario “Veci e Bocia”, la sede di via Rovani, l’incontro annuale di Ponte Selva, la Santa Messa in memoria e onore dei Caduti, la sistemazione del monumento all’Alpino di Milano e altre ancora.
    Nel suo primo periodo di presidenza dal 1952 al 1957, uno dei suoi primi atti fu proprio il volere un notiziario che diffondesse ai Soci quanto fatto dalla Sezione e dai Suoi Gruppi. Belotti fu eletto Presidente nel febbraio 1952 e dopo solo due mesi una delle sue prime iniziative si concretizzò con la nascita del nostro “Veci e Bocia” affidato ala direzione di Bruno Valdameri. Pare che il nome sia stato suggerito da uno dei giovani alpini che frequentavano la sede allora in via Zebedia; non sappiamo il nome di quel giovane ma conosciamo l’intenzione di Belotti che era di voler sigillare un “patto di fraternità indissolubile nello sforzo di cementare sempre di più i soci tra di loro e di legarli con vincoli di fiducia all’organo rappresentativo della Sezione e desiderio di conoscersi attraverso una franca collaborazione che nelle pagine di questo foglio trovi il mezzo più efficace di liberamente esprimersi”. La modernità di quell’idea è confermata dal fatto che la testata, il formato e l’impostazione del giornale sono stati praticamente mantenuti invariati da allora.
    Nel mese di settembre dello stesso anno Belotti raggiunse un altro importante obiettivo annunciando su “Veci e Bocia” che “Avremo una sede entro breve termine” e la sede venne inaugurata due mesi dopo, il 4 novembre.
    La dinamicità e l’entusiasmo di Dante Belotti avevano così portato al grande passo di acquisire la sede di via Rovani (la proprietà venne perfezionata negli anni ottanta); l’impegno per l’affitto di quei locali fu un vero atto di responsabilità e di fiducia negli alpini milanesi. Belotti riuscì a concentrare attorno alla nuova sede un grande interesse, attivando la piena collaborazione dei soci che con generose donazioni la dotarono di tutto quanto potesse servire, e anche più di quanto servisse. Gli alpini volevano bella la propria casa e dopo meno di sei mesi ecco che le pareti erano già state affrescate come le possiamo vedere ora. Già nel settembre del ’53 erano in vendita le cartoline con la riproduzione degli affreschi, evidenza di come la dirigenza sezionale ci tenesse anche a far conoscere il valore di quei lavori. È noto quanto questa sede sia oggi importante per gli alpini milanesi e quanto noi siamo ad essa affezionati; di questo dobbiamo proprio ringraziare Dante Belotti.
    Negli anni della sua presidenza venne iniziata la bella tradizione della Santa Messa in suffragio dei Caduti il cui grande promotore fu Peppino Prisco. Iniziata nel 1955 in S. Ambrogio per ricordare i Caduti e Dispersi in Russia, oggi quel momento di ricordo è una cerimonia per la quale il Duomo di Milano è appena sufficiente a contenere gli Alpini che provengono da moltissime Sezioni.
    Il Raduno di Ponte Selva, che fu voluto per un momento di ritrovo con le famiglie e anche per procurare un aiuto concreto alla istituzione di monsignor Antonietti, è un altro dei patrimoni che la nostra Sezione deve a Dante Belotti.
    Egli fu davvero un Presidente instancabile che seppe essere la forte guida della nostra Sezione anche nel suo secondo periodo di presidenza dal 1962 al 1970 in anni drammatici per la vita sociale italiana. Riuscì a portare a termine altri importanti progetti quali la ricollocazione del monumento all’Alpino nell’attuale definitiva e degna sistemazione dopo ben quattro peregrinazioni e nel 1966 la scalata collettiva al S. Matteo, con ben 170 Alpini della Sezione per rendere omaggio a un’epica impresa compiuta dagli Alpini nella Prima guerra mondiale. Durante un rancio in quegli anni prese vita anche il Gruppo “Alpino” dei donatori di sangue dell’Istituto dei Tumori di Milano e per tutto quel secondo periodo di presidenza Dante Belotti curò personalmente anche la direzione di “Veci e Bocia”. Penso che da queste righe sia evidente l’esempio di dedizione dato da Dante Belotti nella guida della Sezione, esempio che fu da sprone per il grandioso lavoro compiuto dai suoi successori nell’impegnativo incarico di Presidente sezionale.
    Vi abbiamo dato in pochi paragrafi una descrizione del “padre” di “Veci e Bocia” e lo vogliamo infine ricordare con le parole di commiato di Antonio Rezia apparse sul numero di “Veci e Bocia” del 1971 che fu in gran parte dedicato al suo ricordo. “È stato un Presidente esemplare, valente, attento e preciso; preoccupato di ogni cosa che riguardasse la vita sezionale dalle più piccole alle più importanti, sempre presente a ogni manifestazione sia della sua Sezione che delle altre cui era invitato, trascinando come sempre con l’esempio i suoi collaboratori ed i Soci e soprattutto preoccupato di mantenere e alimentare quella unità, quello spirito di fraternità e di amor patrio che sono caratteristiche essenziali degli Alpini e della nostra Associazione. Il suo compito non fu sempre facile. Ebbe disillusioni e grandi amarezze, ma mai venne meno in Lui la fede derivante dalla coscienza di bene operare per la vita futura dell’Associazione. La sua opera instancabile per la concordia di tutti ha dato i suoi frutti e ne sono certo, ne darà ancora nel Suo ricordo”.
    Gianni Papa


    Da “Veci e Bocia” numero 8 del 1952
    Le decorazioni di Dante Belotti

    Medaglia di bronzo al valor militare «sul campo»:
    “Comandante di un distaccamento in ricognizione offensiva, assolveva il suo compito con slancio ed ardimento esemplare. Resisteva contro forze soverchianti infliggendo loro sensibili perdite e respingendoli all'arma bianca in reiterati violenti attacchi fino all'arrivo dei propri rinforzi che le disorganizzavano e volgevano definitivamente in fuga.
    Karid, 31 Gennaio 1937.

    Medaglia di bronzo al valor militare:
    “Comandante di gruppo di bande attaccate improvvisamente da ingenti forze ribelli, riordinava prontamente i suoi reparti sotto l'intenso fuoco avversario e subito con essi passava al contrattacco ricacciando il nemico ed infliggendogli perdite sensibili. In successivi combattimenti dava nuovamente prova di prontezza e di decisione, sprezzo del pericolo e capacita di comando.
    Sasamba, 2·5 Giugno 1937.

    Medaglia d'argento al valor militare:
    “Durante cinque ore di aspra lotta contro preponderanti forze ribelli, sprezzante di ogni pericolo, alla testa delle sue bande, contrattaccava più volte il nemico, ricacciandolo con perdite.
    Ciaba Gheorghis, 29 Settembre 1937.

    Promozione a Maggiore per merito di guerra:
    “Combattente della grande guerra ed in terra d'Africa partecipava ad operazioni belliche sul fronte Greco-Albanese distinguendosi per spiccata capacità di comando e profonda dedizione al dovere. A Monte Leptk, in duri combattimenti, al comando del1a propria compagnia e di altri reparti messi a sua disposizione sosteneva con calma esemplare gli attacchi di soverchianti forze nemiche. Sotto violento fuoco di artiglieria, coordinava l'azione dei propri reparti stroncando l'attacco nemico e con geniale manovra riusciva a contrattaccare ripetutamente l'avversario infliggendogli gravi perdite. Tre volte decorato al valor militare.
    Fronte Greco-albanese: Ottobre-Novembre 1940.

    Medaglia di bronzo al valor militare:
    “Alla testa dei suoi alpini contrattaccava il nemico affermatosi su una importante posizione. Quasi sopraffatto da forze soverchianti, rimaneva in posto e si ritirava soltanto dopo averne ricevuto l'ordine. Raggiunto la nuova posizione infliggeva sanguinose perdite al nemico che attaccava violentemente e passato al contrattacco lo respingeva.
    Quota 2 e Roramit (Fronte Greco- Albanese), 14 Novembre 1940.

    Medaglia d'argento al valor militare:
    “Comandante di Battaglione Alpini, in una giornata di violento e duro combattimento contro il nemico attaccante in forze preponderanti, dava brillanti prove di capacita e di perizia di comandante, di coraggio, di ardimento, spirito di sacrificio e sprezzo del pericolo, continuando a guidare con calma, serenità e ferma mano i suoi reparti nella cruenta lotta, anche dopo essere stato ferito.
    Monte Guri - I – Topit (Fronte Greco- Albanese), 4 Aprile 1941.

    Medaglia d'argento al valor militare:
    “Comandante di Battaglione Alpini, in una lunga, dura, difficile marcia di ripiegamento, con indomito coraggio ed intelligente perizia, in duri aspri combattimenti sgomino l'avversario infliggendogli gravi perdite, contribuendo in modo decisivo al felice risultato della rischiosa impresa.
    Medio Don (Russia), 16-31 Gennaio 1943.



    DON PIETRO CAGNONI


    Don Cagnoni appartiene a quella eletta schiera di Cappellani Alpini che, animati e sorretti dalla umile e salda fede dei nostri padri, hanno saputo sublimare nel loro ministero militare fermezza ed efficace spiritualità, doti che nei momenti drammatici e di crisi si sono spesso accompagnate a decisive e pronte azioni di comando.

    Nasce a Sacconago di Busto Arsizio (VA) il 17/7/1910, quinto di sei fratelli. I genitori, Pietro e Maria Castiglioni, operai tessili, sono presto provati dalla morte, in tenera età, dei loro primi quattro figli.
    Dopo avere frequentato le scuole elementari, a dodici anni entra in una fabbrica di mobili come apprendista.
    A sedici anni, dopo avere frequentato con profitto per due anni le Scuole Professionali serali di Busto Arsizio, esprime il desiderio di diventare sacerdote. Viene, pertanto, avviato alla Casa Salesiana di via Copernico a Milano per gli studi ginnasiali.
    Nel 1929, dopo avere partecipato alle cerimonie indette per la beatificazione di don Bosco, domanda di farsi Salesiano. Nel 1930 emette i primi voti triennali. Interpretando lo spirito salesiano promette, in quella occasione: “Sacrificio continuo, umiltà sincera, obbedienza pronta e perseverante”.
    Nel 1932, dopo gli studi di filosofia, viene invitato a Faenza come Assistente generale dei piccoli e insegnante di matematica, rimanendovi per quattro anni.
    Nel 1934, dopo avere conseguito la maturità magistrale, frequenta, per la sua prestanza, i corsi estivi per l’abilitazione all’insegnamento della educazione fisica.
    Dall’ottobre 1935 è a Torino dove si iscrive alla facoltà di magistero che abbandona nel 1939, anno della sua ordinazione sacerdotale, dopo avere sostenuto tutti gli esami tranne l’ultimo e la tesi di laurea. Passa quindi alla Casa Salesiana di Milano come Consigliere scolastico degli studenti e per insegnare prima lettere e poi matematica al ginnasio.

    Nel 1941 riceve la cartolina precetto e viene destinato all’Ospedale Militare di Novara dove è in corso l’allestimento di un ospedale da campo. A fine giugno chiede all’Ordinario Militare di essere assegnato a un reparto alpino combattente.
    Viene così inviato al Btg. “Val Pellice”, appena rientrato dalla Yugoslavia, composto per un terzo di alpini di culto evangelico. Sostituisce il precedente cappellano, non gradito, e in poco tempo riporta l’ordine nei reparti e si guadagna la stima generale.
    Non contento, ribadisce il suo desiderio di essere assegnato ad un battaglione di prima linea.
    Viene quindi mandato al Btg. Alpini Sciatori “Monte Rosa” composto in buona parte da volontari, in partenza per la Russia. Questi alpini troveranno in lui “un cappellano sicuro nella fede e assiduo nei compiti spirituali”.
    Invece che in Russia, il “Monte Rosa” viene inviato nel novembre 1942 ad occupare una parte della Francia assegnata all’Italia. Il battaglione prende stanza in Alta Savoia, ad Annecy, rimanendovi sino alla fine di agosto 1943.

    L’8 settembre sorprende il “Monte Rosa” a Grenoble, in fase di trasferimento verso l’Italia.
    La sera di quel fatidico giorno don Cagnoni si trova per una funzione religiosa presso delle suore che lo avvertono dell’avvenuto armistizio e lo pregano di rifugiarsi presso di loro.
    Senza esitazioni rifiuta la proposta, che equivale a sicura libertà, e si reca subito alla caserma dove è acquartierato il suo battaglione trovandola già circondata da truppe tedesche. Con molta fatica riesce a ricongiungersi ai suoi alpini. I tedeschi sulle prime gli vietano l’ingresso. Non riescono, infatti, a comprendere perché quel religioso (è in abiti talari) rivendichi con tanta insistenza il diritto, da buon comandante spirituale, di condividere la sorte riservata ai suoi alpini.
    Don Cagnoni trova la caserma in subbuglio, molti alpini non sono disposti ad accettare la resa e vorrebbero tentare una sortita per dirigersi verso l’Italia. Il cappellano si rende subito conto dell’impossibilità di questa impresa per la distanza dal confine italiano (circa 100 Km) e perché il battaglione dispone soltanto di armamento leggero. Determinante è quindi la sua azione di convincimento alla resa per evitare una inutile strage.
    Nella notte del 12 settembre 600 alpini, che hanno rifiutato ogni forma di collaborazione con i tedeschi, vengono caricati su carri bestiame per destinazione ignota. Gli ufficiali prigionieri sono già stati avviati verso la Polonia.
    Don Cagnoni, rifiutando una seconda proposta di libertà, sale sulla tradotta. “Il mio posto è con gli alpini, prigioniero come loro”.
    Dopo lunghe soste il treno ferma a Troyes, a 150 Km da Parigi, dove gli alpini vengono impiegati nel duro lavoro di preparazione di un campo di atterraggio di emergenza. “Il cibo è scarso, ma basta per sopravvivere”.

    Durante i lunghi 14 mesi di prigionia tedesca non abbandonerà mai i suoi alpini accompagnandoli, da buon pastore e comandante, nelle località francesi di detenzione (Juvigny, Pont-Audemer (Normandia), Evreux, Compiègne, Verdun) dove di volta in volta vengono trasferiti per essere impiegati in lavori di natura strategica.
    Sovente si troveranno sotto il tiro incrociato degli opposti schieramenti; è in Normandia durante lo sbarco e successivamente sul fronte della Lorena.
    Con loro e per loro affronta rischi di ogni genere sia per portare conforto spirituale che per rendere meno dura la prigionia. Fra l’altro, arriverà anche a falsificare tessere annonarie per racimolare generi alimentari da distribuire ai suoi alpini.
    Ripetutamente sollecitato, rifiuta (e così i suoi alpini) di aderire alla Repubblica Sociale Italiana.
    Agli inizi di novembre 1944 sono finalmente liberati dalle truppe alleate, ma trattenuti in un campo di “liberazione” in Normandia a Cherbourg.
    Anche in questo periodo si attiva affinchè la disciplina venga mantenuta sia fra gli alpini che fra gli eterogenei elementi di nazionalità italiana successivamente rastrellati dagli Alleati sui vari fronti europei o provenienti dai campi di concentramento tedeschi. Nel maggio 1945 ottiene dopo fiere proteste, e conseguenti punizioni, di formare un battaglione di “cooperatori” da impiegare nel recupero delle munizioni abbandonate nei vicini campi di battaglia. Farà anche costruire una chiesetta di legno in luogo di quella originaria distrutta dai bombardamenti.
    In questo modo gli italiani recuperano dignità e possono godere di una maggiore libertà di movimento.

    Finalmente giunge il giorno del ritorno, il 21 settembre 1945. A Iselle, primo paese italiano, gli alpini chiedono di fermare il treno per scendere e baciare la terra della Patria.
    Soltanto nel 1967 Don Cagnoni riceverà due Croci di Guerra al valor militare per il suo animoso comportamento e per l’assistenza ai prigionieri.

    Smessa la divisa, torna alla Casa salesiana di Milano come insegnante di francese. Riveste svariati incarichi sempre nell’ambito della educazione scolastica dei ragazzi.
    Dopo essere stato nei centri salesiani di Treviglio e Varese, nel 1967 approda a quello di Sesto San Giovanni come responsabile del Centro di Formazione Professionale e insegnante di matematica. Feconda attività che presterà sino al forzato distacco per raggiunti limiti di età, sempre consapevole che i giovani chiedono ai loro insegnanti non solo nozioni e conoscenze, ma pretendono soprattutto esempi di vita. Prete e alpino è sempre stato un “baluardo fedele” della fede in Cristo senza mai scendere a compromessi con le mode, le filosofie o le ideologie del momento.
    Scriverà: “Per ogni crocifisso che si abbatte, un patibolo si eleva”.
    Trova anche il tempo di riprendere gli studi universitari che aveva abbandonato prima della guerra e nel 1971 si laurea in lettere presso la facoltà di magistero di Genova.
    Nel 1982 riceve la nomina a Cavaliere della Repubblica per l’attività svolta durante il periodo militare, la prigionia e, in pace, presso le Sezioni e i Gruppi della nostra Associazione.

    Diventa il Cappellano della nostra Sezione; frequenta in particolare il Gruppo di Cinisello Balsamo.
    Sempre disponibile, giungeva puntuale alle nostre cerimonie alla guida della sua motoretta sulla quale era sistemato il suo altarino portatile. All’omelia la sua parola saliva alta e chiara.
    E' andato avanti l’8 maggio 1992 per le complicazioni di un difficile intervento chirurgico cui si era sottoposto per poter tornare nel pieno delle sue possibilità e non essere di peso a nessuno.
    Ogni anno gli alpini del Gruppo di Cinisello si recano al cimitero del suo paese natale, ove riposa, per onorarlo con un fiore, per pregare ancora con lui e per non dimenticare.

    testo di Giuseppe Semprini


    Una delle ultime foto di Don Cagnoni, qui in visita ad un fratello di naia





    DON CARLO GNOCCHI


    Don Gnocchi rappresenta bene il prete tipico della diocesi milanese, figlio di una secolare tradizione capace di coniugare la spiritualità con l’azione concreta. Egli fu educatore, cappellano con la penna nera e uomo di carità.
    Nacque a San Colombano al Lambro, nella bassa milanese, il 25 ottobre 1902, terzo figlio di Enrico, operaio marmista, e di Clementina Pasta, sarta.
    Alla morte del padre, nel 1907 la famiglia si trasferisce a Milano. A tredici anni, rimasto figlio unico dopo la morte dei due giovani fratelli, Carlo entrò nel seminario di San Pietro in Seveso per poi passare, nel 1918, al Seminario liceale di Monza.
    Nel 1921 iniziò i corsi teologici presso il Seminario maggiore di Milano. Venne ordinato sacerdote nel 1925, e quindi inviato in qualità di Vicario Parrocchiale presso la parrocchia di S. Maria in Cernusco sul Naviglio (Milano). L’anno successivo fu trasferito alla parrocchia di San Pietro in Sala di Milano dove si distinse fra i giovani per le doti educative.
    Nel 1928 divenne cappellano dell’Opera Nazionale Balilla, organizzazione attraverso la quale il regime fascista mirava a controllare e indirizzare l’educazione delle giovani leve, e nel 1933 eccolo cappellano della Seconda Legione Universitaria della Milizia. Questi incarichi, decisamente delicati e politicamente rischiosi, vennero accettati e assolti in perfetta sintonia con le direttive degli arcivescovi dell’epoca; prima il cardinale Tosi e poi il cardinale Schuster.
    Nel 1936 don Carlo fu trasferito come direttore spirituale presso il prestigioso Istituto Gonzaga di Milano.
    Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ritenne suo dovere seguire la sorte dei tanti giovani, da lui assistiti ed educati, che venivano chiamati alle armi, e come cappellano militare partecipò alle operazioni sul fronte greco-albanese e poi in Croazia.
    Nel 1942 partì con gli alpini della “Tridentina” per il fronte russo, e con loro divise la tragica esperienza della ritirata e gli epici e disperati combattimenti per aprire un varco nei successivi accerchiamenti della truppe sovietiche. Fra tanto dolore e disperazione maturò il proposito di adoperarsi per aiutare le vittime innocenti, gli orfani e i mutilatini di quella immane tragedia, e nel suo libro “Cristo con gli Alpini” scrisse: “Dio fu con loro, ma gli uomini furono degni di Dio”.

    Al ritorno in Italia si preoccupò per prima cosa di recarsi presso le famiglie dei suoi Alpini caduti per portare, con la consolazione ed il ricordo, gli oggetti che i morenti gli avevano affidato.
    Si adoperò anche per aiutare i perseguitati politici, ebrei e partigiani, facilitando i loro tentativi di trovare rifugio in Svizzera.
    Sospettato di questa attività, nel 1944 fu imprigionato per dieci giorni nel carcere di San Vittore di Milano e venne liberato soltanto per il deciso intervento in suo favore del cardinale Schuster che, pur apprezzandolo, avrebbe voluto da quel prete fattivo e inquieto un comportamento più contemplativo e meditativo.
    A chi, alla caduta del fascismo, lo rimproverò di collaborazione col passato regime, egli poté ribattere che, a differenza di molti suoi accusatori, “….non accettai mai la tessera del partito fascista”.

    Nel 1945, subito dopo la fine della guerra, divenne direttore dell’Istituto dei Grandi Invalidi di Arosio (Como), e in quella sede ebbe la provvidenziale intuizione di accogliere in quel Centro anche bambini orfani di guerra (soprattutto figli degli Alpini) e i tanti bambini mutilati vittime della guerra e delle conseguenze (i mutilatini).
    Nel marzo 1949 nacque la Fondazione “Pro Infanzia Mutilata” che, successivamente, cambierà il proprio nome in “Pro Juventute”. Venne aperta una nuova sede a Pessano e, a partire dal 1950, furono inaugurati altri centri in tutta Italia: Inverigo, Milano, Parma, Firenze, Roma, Genova, Salerno e poi ancora in molte altre città.

    La sua esile figura nascondeva un carattere fermo ed una energia indomabile, doti che impiegò per raccogliere ed assistere i suoi piccoli infermi, ma anche per catalizzare intorno alle sue opere una moltitudine di persone generose, enti e associazioni (e ovviamente anche l’A.N.A. fu sempre in prima fila nell’aiuto alla sua opera).

    Di quel periodo ebbe fama internazionale l’epica trasvolata dei piloti Bonzi e Lualdi che, a bordo di un piccolo aereo “L’angelo dei bimbi”, raggiunsero Buenos Aires partendo da Milano per raccogliere fondi da devolvere alle attività assistenziali di don Gnocchi. Quell’impresa fruttò ben 500 milioni di lire dell’epoca.
    Don Carlo consumò gli ultimi anni della sua vita in questa intensa e provvidenziale attività caritatevole grazie alla quale i bambini e ragazzi accolti non venivano soltanto assistiti, ma imparavano a diventare autosufficienti ed a rientrare competitivi nella società.

    Alla sua morte prematura, che avvenne il 28 febbraio 1956, qualcuno temette anche la fine della sua opera.
    Altri, invece, hanno raccolto la sua ultima esortazione dettata nel nostro bel dialetto: “Amis ve raccomandi la mia baracca”.
    Oggi la Fondazione che porta il suo nome conta oltre 20 centri diffusi in 9 regioni italiane.
    Ultimo provvidenziale segno della sua carità fu il dono delle sue cornee affinché due bambini potessero ritornare a vedere. Con quel gesto provocò l’inizio di un cambiamento nel modo di pensare che portò all’approvazione di una nuova legge sui trapianti, sino allora proibiti.
    Milano partecipò in massa ai suoi funerali.
    Il suo feretro vegliato, sorretto e scortato dai suoi Alpini sino in Duomo, fu accolto dalla ormai celebre e profetica frase di un mutilatino: «Prima ti dicevo: “Ciao, don Carlo!”. Oggi ti dico: “Ciao, San Carlo!”».

    E la via della santità, che noi Alpini invochiamo per lui ormai da mezzo secolo, si è già aperta!
    Non rammarichiamoci se la sua santificazione tarda a venire; essa non serve a don Carlo, serve soprattutto alla Chiesa e a tutti noi. Noi siamo certi che Lui ha già ricevuto un premio ben superiore. Don Carlo Gnocchi ci ha insegnato che la carità non si fa con le belle parole, ma con il proprio impegno, rimboccandosi le maniche con grande fede e coraggio.
    Noi Alpini possiamo dire che abbiamo praticato il nostro impegno civile nel solco da Lui tracciato, cercando di dimostrarci degni figli di don Carlo.

    testo di Giuseppe Semprini





    GIUSEPPE NOVELLO


    Nasce il 7 luglio 1897 a Codogno, nella bassa pianura lodigiana, terra di fertili campi, di limpide acque e di Alpini di razza. Studia presso il Regio Liceo Berchet di Milano, città dove ha modo di frequentare lo studio dello zio materno, l’affermato pittore Giorgio Belloni, e di mettere in mostra una innata propensione per il disegno.

    Per assecondare le aspettative del padre Eugenio, direttore di banca, nel 1915 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Pavia dove si laureò con una tesi sui diritti d’autore nelle arti figurative.
    Partecipa alla grande guerra sugli altipiani combattendo con la 46ª compagnia del battaglione Tirano, meritando col grado di sottotenente una medaglia d’argento e una di bronzo al V.M. Congedato nel 1919 è a Milano dove frequenta l’Accademia delle Belle Arti di Brera e concorre alla fondazione della nostra Associazione.
    Nel 1919 partecipa per la prima volta ad una mostra collettiva e vince il concorso Fumagalli con l’opera “Interno Borghese”. Si afferma per le sue vignette che interpretano con garbato umorismo le vicende quotidiane, i vizi e le virtù del mondo piccolo borghese contemporaneo.
    Nel 1925, l’appena nato il periodico “L’Alpino” pubblica i suoi disegni umoristici che illustrano con sottile ironia aspetti della “naia” Alpina.
    Nella redazione de “L’Alpino” nasce la sua amicizia col giornalista e scrittore Paolo Monelli (quello de “Le Scarpe al Sole”) che gli propone una collaborazione concretizzatasi nel volume di vignette e racconti “La guerra è bella ma scomoda” (Ed. Treves - 1929).
    Il consenso a questa pubblicazione contribuirà a renderlo famoso e a far conoscere ed amare gli Alpini a tanti italiani.
    È ancora Monelli ad introdurlo al “Cenacolo Milanese” di via Bagutta ove incontra, tra gli altri intellettuali ed artisti, Orio Vergani, Riccardo Bacchelli e Mario Vellani Marchi.
    Negli anni trenta Mondadori pubblica le sue vignette in due volumi “Il signore di buona famiglia” (1934) e “Che cosa dirà la gente” (1937). Fra le due guerre l’interesse dell’artista per la pittura è sempre vivo: partecipa a quasi tutte le principali Mostre e Gallerie d’Arte Italiane, alle esposizioni della Permanente di Milano, e ad alcune Biennali Veneziane dove vince, nell’edizione del 1940, il concorso per il ritratto con “Ritratto Estivo”.

    Nel 1942 il capitano Giuseppe Novello indossa di nuovo la divisa e parte col 5° Alpini della Tridentina per il fronte russo, dove prenderà parte alla tragica ritirata del nostro corpo di spedizione guadagnando un’altra medaglia d’Argento al V.M. Rientrato in Italia nel marzo 1943, è fatto prigioniero dai tedeschi il 9 settembre a Fortezza e viene trasferito dapprima al campo di concentramento per ufficiali italiani di Czestochova, in Polonia e quindi nei lager di Benjaminovo, Sandbostel e Wietzendorf, dove incontrerà e farà amicizia con lo scrittore Giovanni Guareschi. Avendo rifiutato ogni forma di collaborazione col rinato fascismo, ritornerà in patria soltanto alla fine d’agosto del 1945.
    Porta con sé una serie di vignette disegnate su ogni pezzo di carta disponibile che, insieme a quelle della campagna di Russia, riunisce in un nuovo volume “Steppa e gabbia”. Mondadori torna a pubblicare le sue vignette in fortunate raccolte: “Dunque dicevamo” (1950), “Sempre più difficile” (1957), “Resti tra noi” (1967). Dal 1948 al 1965 le sue vignette compaiono ogni settimana sulla terza pagina de “La Stampa”.

    Frequentatore assiduo della nostra sede in via Vincenzo Monti (il suo studio era in Foro Bonaparte), nell’inverno dal 1953 decide con Riosa e Vellani Marchi, come lui pittori ed Alpini, di dare una “ripulita” alle pareti della sede, dando vita agli splendidi “graffiti” di naia alpina che tutt’ora le ornano e che noi conserviamo con orgoglio.

    Amico di don Carlo Gnocchi, fa parte del comitato che raccoglie i fondi per l’allestimento del sarcofago in granito della Valcamonica, ove il 3 aprile 1960 saranno traslati i resti di don Carlo.

    Dalla fine degli anni sessanta si dedica prevalentemente alla pittura. Alcuni dei suoi quadri più apprezzati sono esposti al museo di Codogno che ha contribuito a riordinare.
    Come disse Vitaliano Peduzzi: “Novello non usa mai l’asprezza del sarcasmo, che non gli è per nulla congeniale, ma è ricchissimo e prodigo di benevola ironia sui piccoli difetti, manie, atteggiamenti della gente per bene di tutti i giorni, a cominciare da sé stesso, ha un’ironia che include solidarietà con la persona presa di mira”.

    Indro Montanelli disse dell’opera di Novello, del quale fu estimatore ed amico: “Non c’è, in tutta questa galleria, figura che le persone della mia età non abbiano conosciuto; non c’è scenetta alla quale non abbia assistito. Un mondo morto, dirà qualcuno. Certo. Ma anche quello in cui mi piace continuare a vivere”.

    Fino all’ultimo mantenne uno spirito brillante e autoironico. Pochi mesi prima di morire, ringraziando un amico che gli aveva inviato gli auguri per il suo 90° compleanno, scriveva: “Grazie per avere salutato l’arrivo improvviso dei miei novantanni, arrivo che - ti giuro - mi ero ben guardato dal sollecitare”.
    Nel 1984 il Comune di Milano gli conferisce la medaglia d’oro di benemerenza.

    Quando Giuseppe Novello è andato avanti, Giulio Bedeschi lo ha così commemorato: “Fu un grande Alpino. Modesto. Coraggioso. Un soldato. Un artista. Un galantuomo. Un signore. Intelligente. Generoso. Di grande rigore morale. Un carattere. Una figura d’uomo forse irrepetibile. Un preciso, essenziale punto di riferimento nella grande tradizione alpina”.
    Muore nella sua casa di Codogno il 2 febbraio 1988.

    testo di Giuseppe Semprini


    Ed ecco le motivazioni delle Medaglie al Valor Militare di Giuseppe Novello.

    Novello Giuseppe, aspirante ufficiale del 5° Reggimento Alpini
    Medaglia d’argento al Valor Militare
    Alla testa del proprio plotone nell’assalto di una forte posizione, per primo piombava di sorpresa sull’avversario sgominandolo e ponendolo in fuga. Incurante del pericolo, ritto sulla trincea che rapidamente aveva organizzato a difesa, ributtava col proprio reparto i ripetuti contrattacchi nemici, perseverando nella strenua difesa della posizione, anche quando, quasi completamente aggirato, poteva essere tratto a ritenere inutile ogni ulteriore resistenza.
    Col d’Echele, 28 gennaio 1918


    Novello Giuseppe, sottotenente di complemento del 5° Reggimento Alpini
    Medaglia di bronzo al Valor Militare
    Comandante di una sezione lanciafiamme, per quanto non richiesto della propria opera, si portava si portava con due apparecchi alla testa del reparto operante e con esso arditamente si lanciava all’assalto, rincuorando con la voce e con l’esempio i soldati, che attaccando volgevano il nemico in fuga precipitosa.
    Canal (Piave), 31 ottobre 1918


    Novello Giuseppe, capitano di complemento del 5° Reggimento Alpini
    Medaglia d’argento al Valor Militare
    Ufficiale addetto all’assistenza presso un reggimento alpino sul fronte russo, partecipava volontariamente ad un duro combattimento e, alla testa di un manipolo di alpini appoggiato da carri armati, attaccava munitissime posizioni nemiche, dando esempio di grande valore e di elevato spirito combattivo.
    Nikolajewka (fronte russo), 26 gennaio 1943



    Chiudiamo questa scheda con il ricordo di Giuseppe Novello scritto da Vitaliano Peduzzi e pubblicato a pagina 10 del numero 1 del 1988 di “Veci e Bocia”.
    Sorridiamo ancora insieme
    Nel numero di dicembre (del 1987, ndr) di «Veci e Bocia» abbiamo festeggiato con una bella pagina i 90 anni di Giuseppe Novello. Magari lui ci direbbe «Ma che bravi, avete fatto appena appena in tempo... ». Ma non si può commemorare Giuseppe Novello anche se i dati anagrafici recano: 7 luglio 1897 - 2 febbraio 1988. Non si può anzitutto perché lui, sentendosi «Monumentato» in una commemorazione, si metterebbe a ridere con quel suo riso piano, schietto, innocente. E poi perché vorrebbe dire riconoscere la scomparsa. Sì, è scomparso il corpo di Giuseppe Novello, ma ogni volta che riguarderemo uno dei suoi disegni, che ricorderemo una delle sue battute folgoranti - compresa quella del «murì a temp …» lui sarà lì vivo e vispo, volto roseo e occhi azzurri, con un sorriso sui quale guizzano il diavoletto della felice ironia ed insieme la cordialità della simpatia.
    Perché Novello non usa mai l’asprezza del sarcasmo, che non gli è per nulla congeniale, ma è ricchissimo e prodigo di benevola ironia - sui piccoli difetti, manie, atteggiamenti della gente per bene di tutti i giorni, a cominciare da se stesso - ma un’ironia che include sempre solidarietà con la persona presa di mira.
    Prima e seconda guerra mondiale negli Alpini (Alpino di razza), lager tedesco, pluridecorato al valore, fondatore dell’Associazione nazionale alpini nel 1919, c’è di che darsi un tono. Novello invece ci scherzava. Fioriscono quei gioielli che sono gli album di disegni: «La guerra è bella ma scomoda», con il testo di Paolo Monelli; «Il signore di buona famiglia»; «Che cosa dirà la gente? »; «Dunque dicevamo»; «Sempre più difficile», dedicati ad un’Italia piena di piccole manie, di complessi, di difetti, di ritrosie, di paura di far brutta figura; ma un’Italia per bene. Poi l’album drammatico «Steppa e gabbia», sulla campagna di Russia e la prigionia nel lager. Ma dal 1968, salvo qualche rara occasione e per accontentare l’Ass. Naz. Alpini (di cui era orgogliosissimo) non volle più disegnare. «È un mondo nel quale non mi ritrovo» mi disse un giorno nel suo studio di piazza Castello. E si dedicò al suo primo amore, la pittura, per la quale aveva - appena laureato in legge - rinnegato giocondamente la toga. Fu tra gli animatori di quel cenacolo di intelligenze e spesso di spirito che si riuniva a Bagutta, fu inflessibile loggionista alla Scala. Ma il suo punto di ritorno - guerre, mostre, viaggi - fu fedelmente sempre la antica casa di Codogno, dove trepidavano per lui la carissima sorella Lotti e le ammirevoli nipoti.
    A parlare di Novello si potrebbe andare avanti per delle ore, proprio come a parlare con lui. Ho avuto l’incarico di intervistarlo più di una volta, ed ogni volta finiva in ore ed ore di piacevolissima arguta conversazione, e sempre ogni volta io restavo incantato da due qualità di Novello, che sembrerebbero inconciliabili e che in lui convivevano benissimo: il candore totale e la capacità fulminea di cogliere in ogni cosa, in ogni fatto un dettaglio ironico-comico. Sono questi aspetti della sua personalità che spiegano perché fosse nato un così forte legame fra lui e don Carlo Gnocchi e Giovanni Guareschi, uomini limpidi come lui davanti a Dio.
    Quando, nell’ottobre 1984, gli fu conferita dal Comune di Milano l’alta distinzione di annoverarlo fra «le persone che hanno fatto grande Milano», proprio nel locale dell’Alemagna fra via Manzoni e via Croce Rossa, dove si svolgeva la cerimonia ufficiale, Novello mormorò con noi, con un incantevole brillio negli occhi «Credete che starebbe bene un biglietto da visita così – Giuseppe Novello, persona che ha fatto grande Milano-?» Era tutto lui.
    No, amici, non si può commemorarlo col muso lungo. Novello ha arricchito la cultura italiana e l’animo di tutti quelli che l’hanno conosciuto. Continua a vivere così, con il suo ineffabile sorriso.
    Vitaliano Peduzzi


    VITALIANO PEDUZZI


    Nacque a Milano nel 1909, e come tanti Alpini milanesi, essendo Alpino di città e di pianura, iniziò ad amare le montagne da ragazzo. E non smise mai di amarle per tutta la vita.
    Era quindi naturale che chiedesse di assolvere il diritto-dovere del servizio militare negli Alpini.
    Nell’agosto del 1930 viene nominato sottotenente di complemento e svolge il servizio di prima nomina all’8° Alpini. Richiamato in servizio all’inizio del 1936 per lo scoppio della guerra d’Etiopia, comanda una banda dell’unità di Ascari arabo-somali che gli erano fedelissimi perché gli dicevano: «Tu non dici: “Andate!”, ma: “Andiamo!”».

    Ritorna in patria nel giugno del 1938 dopo essersi guadagnato una medaglia di bronzo ed una croce di guerra al V. M. per il suo comportamento in azioni contro formazioni ribelli.
    Richiamato nuovamente alle armi nel dicembre 1940, partecipa alle azioni che vedono impegnato il Btg. Feltre del 7°, che resterà per sempre il “suo” battaglione, sul fronte greco-albanese.
    Tornato in Italia nel maggio 1941 con un’altra croce di guerra al V. M., viene destinato nell’agosto dello stesso anno presso il Comando della 5ª Divisione Alpina Pusteria, stanziata in Montenegro per contrastare la crescente attività di guerriglia dei partigiani slavi. Con questa unità prenderà parte alla battaglia di Plevlja (1/12/1941) meritandosi un’altra medaglia di bronzo al V. M. sul campo.
    Torna in Italia nel gennaio 1942, viene posto in congedo nel luglio 1943 dopo avere raggiunto il grado di capitano.

    Prende poi parte alla Resistenza a capo di un gruppo di patrioti cui aveva dato il nome di “Feltre”, lo stesso del suo Battaglione. Arrestato, viene rinchiuso sotto custodia tedesca in cella di isolamento nel carcere di S. Vittore, e viene rimesso in libertà dai suoi carcerieri il 24 aprile 1945 perché temevano che potesse fomentare una rivolta interna.

    Nel dopoguerra partecipa alla vita politica diventando vice segretario provinciale del Partito Liberale e consigliere comunale a Milano.
    Laureato in giurisprudenza, svolse per quarant’anni la sua attività all’Istituto Ortopedico Gaetano Pini, diventandone segretario generale. Durante la rivoluzione ungherese del 1956 organizzò e guidò personalmente una colonna di aiuti destinata agli insorti con viveri e medicinali. Per questo contributo nel 2001 ricevette un attestato di benemerenza dalla Repubblica Ungherese.

    Amico di Don Gnocchi, da lui conosciuto nel dopoguerra, scrisse che Don Carlo “non aveva bisogno di essere proclamato santo: lo era già in vita”.
    E nel momento difficile delle “involontarie vacanze romane”, scrisse: “Ricordati che la Penna ti è stata data per provarla nella bufera, non nel venticello d’aprile”.

    Di lui si è detto che aveva “il senso del dovere, dell’autorità, del rigore e dello spirito di servizio”, e Vitaliano seppe bene trasferire queste qualità all’interno della nostra Associazione con la sua presenza sempre coinvolgente e con i suoi scritti. I suoi discorsi alle nostre manifestazioni di Sezione o di Gruppo, spesso caustici e sferzanti ma sempre diretti, chiari e determinati, erano un punto di riferimento morale per tutti i soci dei quali sapeva esternare i sentimenti profondi e le attese. Un giorno ho sentito un Alpino esclamare “Peduzzi è la nostra voce!”

    Ha saputo efficacemente trasmettere nei suoi scritti la sua ironica saggezza, l’amore per la “penna” e la fermezza del suo spirito liberale.
    Per queste sue indubbie capacità fu chiamato a dirigere “L’Alpino” dal gennaio 1979 al marzo 1980 e successivamente dal settembre del 1993 allo stesso mese del 1995.
    Anche il nostro periodico sezionale “Veci e Bocia” lo ha visto come direttore dal gennaio 1982 al settembre 1984, e quindi dal dicembre 1988 al settembre 1992.

    Ha scritto numerosi altri libri, fra questi “La Divisione Alpina Pusteria”, “Da qualche parte del fronte”, “Dizionario abusivo”, “Scritto con la penna”, e una importante “Storia dell’Associazione Nazionale Alpini”.
    Ma uno in particolare ricorda il suo carattere nel titolo: “Candidamente fazioso”. E spiegava: “Io sostengo le mie tesi con irruenza e spirito di parte. Lo so: ecco perché quel candido. Ma cerco anche di vedere il meglio delle mie idee e il peggio di quelle altrui: ecco allora quel fazioso”.

    In effetti era caustico solo a parole, perché era di spirito liberale, aperto agli altri, sempre pronto all’ironia, che è l’arma dei saggi.

    Resterà famoso per avere coniato il termine “Alpinità” che secondo la sua definizione è “un modo di concepire e condurre la vita, è una categoria dello spirito”. Ha conosciuto una vita straordinaria, piena e ha goduto di una attiva e vigorosa vecchiaia, affrontata con lucidità e giovanile baldanza.

    Suo costante rammarico, sul quale spesso ritornava, era che, a differenza delle campagne di Albania e di Russia, poco ci si ricordasse delle vicende vissute dai nostri Alpini nella ex-Yugoslavia.

    È “andato avanti” alla soglia dei novantacinque anni, partecipando fino all’ultimo alla vita della nostra Sezione e della Associazione, e manifestando come ultimo desiderio che alle sue esequie fosse cantato il “Trentatre”. E il nostro coro lo ha naturalmente esaudito.
    Vitaliano Peduzzi non poteva che salutarci così: con l’inno degli Alpini alla forza, alla fierezza, alla giovinezza.


    Ed ecco le motivazioni delle medaglie di bronzo al V. M. conferitegli:
    “Incaricato di riconoscere e far svelare forze ribelli organizzate a cavallo di impervio stretto, con pochi uomini e una mitragliatrice leggera si inoltrava audacemente fra gli appostamenti difensivi nemici.
    Contrattaccato da circa 200 armati, fatto segno a fuoco di mitragliarci e cannone, non desisteva dal compito affidatogli e solo ultimato questo, disponeva per un ordinato ripiegamento, dando così tempo al Comandante della colonna di provvedere al successivo impiego del reparto.”
    Operazioni per l’occupazione di Baco (Africa Orientale) 12-23 maggio 1937.

    “Ufficiale addetto ad un comando di Divisione in zona di operazioni, durante un violento attacco nemico, assumeva volontariamente il comando di un gruppo di alpini formato di piantoni e scritturali e per ben due volte, con estrema decisione, contrassaltava i ribelli che stavano per occupare la centrale elettrica del luogo.
    Ricacciato il nemico con le bombe a mano, riordinava la difesa della centrale che, per la sua vicinanza al comando di divisione, costituiva un punto importantissimo di resistenza.”
    Plevlja (Montenegro) 1° dicembre 1941.

    testo di Giuseppe Semprini


    Vitaliano Peduzzi ha inoltre ricevuto ben tre medaglie d'oro di riconoscimento civile, qui di seguito elencate.
    MINISTERO DELLA SANITA': con decreto del Presidente della Repubblica in data 10 Novembre 1966 è stata conferita al Dr. Vitaliano Peduzzi, la medaglia d'oro al merito della Sanità Pubblica.
    Roma 15 Novembre 1966


    COMUNE DI MILANO: medaglia d'oro di benemerenza civica, con la seguente motivazione:
    "Più volte decorato al valore, partigiano combattente, detenuto nelle carceri di S.Vittore dal gennaio 1945 alla liberazione, dal 1935 segretario generale dell'Istituto Ortopedico Gaetano Pini, della cui ricostruzione ed ascesa postbellica a livello europeo è stato artefice determinante, si è procurato generale apprezzamento per le alte doti di uomo di cultura e di amministratore sempre dimostrate in ogni campo della sua intensa attività pubblica e privata" .
    Milano 7 Dicembre 1972 - F.to Aniasi


    PROVINCIA DI MILANO: medaglia d'oro di riconoscenza, con la seguente motivazione:
    "Più volte decorato al valore, partigiano combattente, segretario generale dell'Istituto Ortopedico Gaetano Pini per quasi quarant'anni, Consigliere d'amministrazione del Piccolo Teatro dal 1966 al 1971, Presidente della Banca del Monte di Milano per sette anni, ha conseguito unanime apprezzamento per le sue particolari doti di uomo di cultura e di amministratore. E' attualmente Presidente onorario dell'Associazione Internazionale dei Pubblici Istituti di Credito."
    Milano 22 dicembre 1988 - F.to. G.Andreini



    PEPPINO PRISCO


    Peppino Prisco
    Milano, 10 dicembre 1921 – Milano, 12 dicembre 2001


    Giuseppe Prisco nacque a Milano il 10 dicembre 1921. Seguì gli studi universitari in giurisprudenza e venne perciò assegnato al “Battaglione Alpini Universitari” ad Aosta per poi completare la “Scuola Allievi Ufficiali di Complemento Alpini” a Bassano del Grappa. Venne destinato come sergente al Battaglione “Morbegno”, e poi come sottotenente comandante di plotone fucilieri alla 108° compagnia del Battaglione “L’Aquila”, 9° Reggimento Alpini, Divisione “Julia”.
    Dopo alcuni mesi in Jugoslavia partì per il Fronte Russo il 17 agosto 1942.
    Il 16 dicembre 1942, i Battaglioni “L’Aquila” e “Tolmezzo”, la 13a batteria del Gruppo d’Artiglieria da Montagna “Conegliano” e la 34a dell’“Udine” vennero uniti in un reparto di pronto intervento, caricati precipitosamente su autocarri e spediti a tamponare la falla creata dai russi nella linea tenuta dalle Divisioni di fanteria “Cosseria” e “Ravenna”.
    Per un intero mese, nella zona di Selenyj Jar, tra Nowa Kalitwa e Ivanowka, questo reparto ha strenuamente resistito a ogni attacco respingendo il nemico in situazioni al limite dell’umana sopportazione (quella zona non era stata preparata con rifugi e trincee ...).
    In tale occasione a Peppino Prisco venne conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare sul campo. Per il medesimo episodio gli venne conferita anche la croce di ferro tedesca.
    Il 17 gennaio 1942 arrivò l’ordine di ripiegamento e iniziò una marcia ininterrotta di due giorni che doveva consentire il ricongiungimento con i reparti dell’intero Corpo d’Armata nel settore, situato più a nord, della “Tridentina”. Il resto è la storia della ritirata in cui ebbe la ventura di comandare i 159 superstiti del Battaglione “L’Aquila”.

    Si laureò in Giurisprudenza nel 1944 e venne iscritto all’Albo degli Avvocati il 10 maggio 1946. Sposato con Maria Irene ebbe due figli: Luigi Maria e Anna Maria.
    Principe del Foro di Milano, è stato a lungo uno dei più noti avvocati civilisti e per anni è stato Presidente dell’Ordine degli Avvocati milanese. Il grande pubblico lo ricorda soprattutto per esser stato uno dei più grandi ed emblematici tifosi interisti che la città meneghina abbia mai ospitato. Il suo nome è legato alla società calcistica dal 1963, anno in cui divenne vicepresidente dell’Inter di cui era consigliere sin dal 1950. Prisco amava ripetere: “Io nella vita coltivo due amori, uno sacro e uno profano. L’amore sacro è quello per gli Alpini, quello profano per l’Inter.”
    Ed è certo il suo amore per gli Alpini: troviamo il suo nome tra i primi sottoscrittori per l’acquisizione della sede di via Rovani sin dal 1952. Il suo impegno associativo ad alto livello iniziò con l’elezione a Consigliere della Sezione dal 1963 al 1967; dal 1965 al 1974 fu componente del Consiglio nazionale dell’ANA e nel 1966 Vice presidente nazionale.

    Ha dedicato molto del suo tempo agli Alpini, presenziando a innumerevoli manifestazioni a ogni livello associativo. Fu uno dei più attivi e richiesti oratori nelle manifestazioni alpine in tutta Italia per le sue «parole sature di schietta italianità e d’amore per la penna nera» (Vitaliano Raiteri). Chi ha avuto modo di ascoltarlo ricorda la sua trascinante capacità oratoria veramente alpina, talvolta caustica e commossa, ma sempre elegante, appassionata e venata di una pungente e sottile ironia. Con il suo stile, sempre brillante senza mai essere superficiale, riusciva a esporre con tono molto semplice concetti profondi che inducevano gli ascoltatori a pensare.
    In Sezione si ricordano i ritrovi degli avvocati alpini guidati da Prisco come capocalotta; egli era l’animatore di questo “gruppo forense” che si ritrovava talvolta anche presso il Gruppo di Abbiategrasso che ha voluto dedicargli una stele presso la propria sede.
    Importante fu il suo apporto per l’ottima riuscita dell’Adunata nazionale del 1992 a Milano; nel 1993 il Presidente Perini gli consegnò una Medaglia d’argento della Sezione “a riconoscimento dell’indubbio contributo fornito in occasione dell’Adunata”.
    Nel 1996 fu Presidente della nostra assemblea annuale.
    Durante le Adunate nazionali degli Alpini sfilava prima con la Presidenza nazionale, poi con la Sezione Abruzzi e infine con la Sezione di Milano. Quando, per motivi di salute, fu costretto a non sforzarsi, continuò a sfilare con la Sezione Abruzzi.

    Sua fu l’iniziativa della S. Messa annuale a ricordo dei Caduti, avviata negli anni ’50 nel tempio civico di San Sebastiano per gli Alpini del Battaglione “L’Aquila”, e poi trasferita nella chiesa di San Carlo e quindi in Duomo col continuo crescere dei partecipanti, tanto che “la Messa di Prisco” è ora divenuta uno dei principali eventi annuali della Sezione di Milano ed è quasi una mini-adunata nazionale. Ricordiamo ancora i suoi incisivi e diretti interventi sul sagrato del Duomo, dopo la S. Messa che lui stesso ha definito come: “la manifestazione patriottica più importante di Milano”.
    Tra i suoi molti riconoscimenti civili ricordiamo le Medaglie d’oro di benemerenza dal Comune di Milano, dalla Provincia di Milano e la “Stella d’Oro” al merito sportivo dal CONI.
    Nel 1993 ha condensato la passione della sua vita nel libro “Pazzo per l’Inter”.

    Morì a Milano il 12 dicembre 2001, tre giorni dopo la sua ultima apparizione in televisione e due giorni dopo il suo ottantesimo compleanno.
    Nel 2011 su di lui è stato pubblicato il libro: “Peppino Prisco – Una penna due colori”, scritto da Marco Pedrazzini e da Federico Jaselli Meazza.
    Il Gruppo di Arese della nostra Sezione è dedicato proprio a Peppino Prisco.

    Ed ecco la motivazione della Medaglia d’argento al Valor Militare conferita a Peppino Prisco: “Comandante di plotone fucilieri impegnato in continui violenti attacchi da soverchianti forze nemiche riusciva più volte con calma e fermezza a ristabilire la situazione. In un momento particolarmente difficile, trascinando con il suo costante eroico comportamento i suoi alpini, pronti con lui ad ogni sacrificio, conquistava con irruento attacco alla baionetta una importante posizione, infliggendo al nemico gravissime perdite. Visto il nemico in ritirata lo inseguiva con indomito slancio. Determinava così la piena vittoria del suo reparto. Esempio di intelligente e raro coraggio. Seleny Jar - Scebekino, 24 dicembre 1942”



    ARTURO VITA


    Nacque a Milano il 28 dicembre del 1915 e trascorse la sua infanzia nella città natale, con lunghe dimore per vacanze nella villa dei genitori ad Asso in Valassina.
    Arturo si diplomò ragioniere presso l’Istituto Moreschi di Milano e sul finire del 1937, mentre era iscritto al terzo anno di scienze economiche dell’università Bocconi (ove successivamente si laureò), chiese di essere ammesso al Corso Allievi Ufficiali di Bassano. Iniziò così la tradizione di una famiglia che vedrà molti dei suoi componenti legati agli Alpini e all’ANA.
    Il padre di sua moglie Sonia, Enrico Volpato, fu tra i soci fondatori della ANA, e anche il consuocero Ugo Colombo fu decorato in Russia con il Gruppo Bergamo. Ma l’elenco degli Alpini in questa famiglia continuò con il figlio Marco, il genero Vittorio Colombo e il nipote Matteo Colombo. Anche la figlia Gabriella è stata vicina alla nostra famiglia alpina come madrina del Gruppo di Cinisello Balsamo.
    Dopo la nomina a sottotenente, nel gennaio 1939 venne assegnato alla 46ª Compagnia del Btg. Tirano.
    Si congedò nell’agosto 1940 e venne richiamato nel febbraio 1941 per partecipare alle ultime operazioni belliche sul fronte greco-albanese. Nell’agosto 1942 venne destinato al Corpo di Spedizione Alpino in Russia al comando di un plotone della 46ª Compagnia cui fu assegnato l’importante caposaldo “Madonna”.
    Si impegnò in azioni di pattuglia per contrastare i frequenti tentativi notturni di infiltrazione dei russi.
    A seguito del cedimento del fronte, seguì le sorti della Divisione Alpina Tridentina nell’epica ritirata che, dal 17 al 26 gennaio 1943, la vide impegnata in disperate battaglie ed eroiche azioni per sfondare l’accerchiamento nemico.
    Nella sola giornata del 26 gennaio 1943 agli Alpini del “Tirano” vennero concesse ben sette Medaglie d’oro individuali al Valor Militare per gli accaniti combattimenti di Arnautowo (al mattino) e Nikolajewka (al pomeriggio).

    Di quella giornata Arturo Vita scrisse: "...venne improvviso un urlo a rompere quell'atmosfera, un urlo lanciato da uomini come noi ma più coraggiosi, che si erano avventati contro le difese nemiche al seguito del generale Reverberi il quale, sulla torretta dell'ultimo carro armato tedesco ancora efficiente, urlava: “Avanti Tridentina. Avanti. Di là c'è l'Italia!" E la massa si mosse, dapprima lentamente e poi sempre più veloce... “Avanti, avanti…", si udiva gridare da più parti. “Forza ragazzi… avanti Alpini…", e gli uomini intorpiditi, stanchi, affamati, congelati, feriti, si buttarono, nel gelo del tramonto, contro le mitragliatrici russe... ed entrammo a Nikolajewka, dopo avere perso ancora tanti dei nostri Alpini...".
    Caduto sul campo il ten. Giuseppe Grandi, comandante della 46ª che avrà la Medaglia d’oro al V.M., Arturo Vita assunse il comando dei superstiti della sua compagnia durante tutto il resto della ritirata che si concluderà a Gomel il 22 febbraio 1943 dopo aver percorso a piedi nella steppa e in condizioni climatiche inenarrabili ben 800 chilometri. Per il suo valoroso comportamento gli venne concessa una Medaglia d’argento al Valor Militare.

    Dopo l’8 settembre 1943, Arturo riuscì sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi e raggiunse la Valtellina, da dove riparò in Svizzera. Prese contatto con la Legazione Italiana di Berna che lo incaricò di delicate missioni per conto del S.I.M. (Servizio Informazioni Militare). Nel dicembre 1944 venne promosso al grado di capitano.

    Arturo Vita tenne una corrispondenza coi famigliari, che ricostruì una volta tornato in Italia con il suo diario, tenuto e smarrito durante la Campagna di Russia.
    Commentando le sue vicende belliche nelle sue “Impressioni sulla campagna di Russia”, lucido diario della ritirata, scrisse: “Sono un ricordo tristemente confuso di morti, feriti, di urla e di gemiti, di fiumane di soldati affamati, laceri, di carri armati russi, di teorie di slitte, di aeroplani che ci mitragliavano e ci spezzonavano, di cannoni, mortai, di piste seminate di cadaveri... di fame, freddo e paura!”. E ancora scrisse dei suoi Alpini: “Gloriosi Morti nostri, lasciati a Postojalli, Sceliariko, Arnautowo, Nikolajewka e lungo le bianche piste della steppa russa, feriti, ammalati, congelati, abbandonati tutti in quel tragico calvario... Poveri morti, non avete avuto neppure l’ultimo conforto della religione, neppure la protezione di una rozza piccola Croce! A Voi dobbiamo il miracolo di essere usciti da quell’inferno; a Voi che col Vostro sacrificio avete permesso alla fiumana di passare attraverso la breccia da Voi creata nell’accerchiamento russo”.

    Nel solco tracciato da quella esperienza, quasi per onorare un debito di riconoscenza, nell’immediato dopoguerra Arturo Vita partecipò attivamente alla ricostituzione della nostra Sezione ricoprendo, sotto la Presidenza del Col. Dante Belotti, dapprima la carica di Consigliere sezionale e poi quella di Vice Presidente (maggio 1954.
    . In quel periodo assunse anche la carica di direttore del nostro periodico sezionale “Veci e Bocia”.
    Venne successivamente eletto Consigliere nazionale dell’ANA (dal 1975 al 1977) e fu Vice Presidente nazionale dell’ANA (dal 1978 al 1980).
    Col terremoto del Friuli egli venne incaricato di amministrare gli ingenti fondi raccolti dall’ANA per la ricostruzione, gestendo quel patrimonio con esemplare capacità e oculatezza.
    Fu quindi chiamato alla direzione del nostro periodico nazionale “L’Alpino”, carica che coprì per ben otto anni dal maggio 1985 al luglio 1993. Nei suoi corsivi traspare tutta la sua alpinità e, nei ricordi di guerra, il culto della memoria e l’attaccamento ai suoi Alpini.
    Fu coautore con Vitaliano Peduzzi, Nito Staich e Luciano Viazzi della “Storia dell’Associazione Nazionale Alpini 1919-1992”, edita nel 1993.
    Morì improvvisamente il 31 dicembre 1993, e poco tempo prima di “andare avanti”(nel 1992) ricevette la comunicazione dell’avanzamento al grado di maggiore a titolo onorifico.

    testo di Giuseppe Semprini



    Ed ecco la motivazione della Medaglia d’argento al Valor Militare che fu concessa ad Arturo Vita:

    “Comandante di plotone di compagnia alpina, per oltre 4 mesi in linea sul fronte russo, svolgeva attività intensa e fattiva, dando valido contributo all’organizzazione difensiva di posizioni importanti e delicate affidate al suo plotone e partecipando ad ardite pattuglie oltre le linee.
    In aspro combattimento sostenuto per aprire la via alla colonna in ripiegamento, noncurante della violenta reazione avversaria, si prodigava instancabilmente nel fare affluire uomini e mezzi in linea. Caduto il proprio comandante di compagnia, assumeva il comando del reparto e alla testa degli alpini superstiti si lanciava all’assalto delle ultime resistenze avversarie e all’inseguimento del nemico nello sfruttamento del successo.
    Pur menomato fisicamente per grave congelamento manteneva il comando del reparto riuscendo a portare in salvo fuori dal cerchio nemico oltre 120 alpini. Esempio di alto senso di responsabilità, di abnegazione e coraggio.

    Medio Don - Arnautowo - Bielogorje - Nikitowka - Fronte russo, 28 agosto 1942 - 17 gennaio 1943.



    BRUNO ANSELMI


    Bruno Anselmi nacque il 14 maggio 1907 a Milano in corso Indipendenza da Archimede e Annunciata Mascherpa.
    In famiglia venne cresciuto con regole abbastanza rigide dal papà, che fin dagli anni dell’infanzia lo iniziò alle fatiche della montagna di cui era appassionato in compagnia della madre, che seguiva docilmente il marito in eroiche scarpinate tra le quali la prima ciclo montana in assoluto per una signora di allora al Piccolo San Bernardo, fra lo stupore dei frati dell’ospizio.
    Questi viaggi e le escursioni gli aprirono la conoscenza di luoghi e persone di estrazione e ceto diversi, e soprattutto della montagna. Il papà aveva allora un’edicola in piazza Caiazzo. Sin da ragazzo e dopo gli studi, le giornate di Bruno finivano fra riviste, giornali e libri. Per fortuna il ragazzo non ereditò proprio del tutto dal padre, perché il genitore era anche un patito del velocipede oltre che della montagna. Capitava talvolta che si allontanasse per giorni finché una cartolina delle Regie Poste non svelava la sua posizione; fatto che faceva rientrare la denuncia di scomparsa e di abbandono del tetto coniugale sporta nel frattempo da mamma Annunciata. È naturale che qualcosa di sportivo fosse rimasto nel suo DNA e così, durante e dopo gli studi tecnici, Bruno divenne praticante il calcio nell’“Ambrosiana” di Milano al Campo all’Acquabella, e il ciclismo in corse da allievo e da dilettante dove emergevano le sue doti di passista.
    Ma la montagna era la sua vera grande passione: imparò a sciare e fece parte di alcune società sportive e di squadre di sci di fondo con il dopolavoro, gareggiando con i valligiani del lecchese e della Valtellina in anni pionieristici in cui questo sport era veramente agli albori.
    Bruno cominciò a pensare al momento in cui avrebbe dovuto andar soldato e pensò logicamente agli Alpini: si iscrisse al CAI e frequentò la “FALC” di Milano (acronimo di “Ferant Alpes Letitiam Cordibus” cioè: “le Alpi portino letizia ai cuori”), una delle prime società alpinistiche milanesi fondata nel 1920. I suoi impegni di lavoro lo trovarono impegnato professionalmente nella tipografia Pezzini di Milano, una ditta che stampava volumi di buon livello letterario. Questa fu la sua vita sino al 1927, anno in cui vide realizzato il suo sogno. Alla visita militare venne dichiarato abile al Corpo degli Alpini, ove venne arruolato nel 1928 fra lo scherno dei valligiani che gli gridavano: “te ‘endit la aaca per gnii in dij alpini”. Oltrepassò così la porta carraia della caserma del V° Alpini e venne assegnato al Battaglione “Tirano”, ove ritrovò il valsassinese Angelo Casari, uno dei suoi acerrimi rivali nelle gare di fondo, con il quale rimase poi amico per tutta la vita.

    Finita la naja, Bruno vinse un concorso per entrare nel Corpo dei Vigili Urbani di Milano e iniziò quel nuovo lavoro. Da quel momento cominciò a pensare a una esistenza più consona all’età ormai matura: allora anche se solo a trenta anni la giovinezza allora finiva presto. E fece di tutto per convolare a nozze con la sua Angela che aveva conosciuto durante le gite in montagna e le famose “narcisate” sulle montagne sopra Erba e Como con i treni messi a disposizione dal Regime a prezzo ridotto.
    Nel 1935 sposò Angela Tombola (e diceva di aver vinto per la vita la sua tombola con 67 anni di matrimonio) dalla quale ebbe in tre anni due maschietti. Come ultima leva soggetta a richiamo, la guerra lo vide sotto le armi in Savoia a presidio della zona di Chambery. Il 27 febbraio 1943, nell’attraversare il fiume Aare cadde per una placca ghiacciata e si fratturò il coccige. Venne rispedito in Patria ad Alessandria e lo rimisero in condizioni di ritornare in Francia, da dove il 1° Alpini era stato trasferito parte in Russia e parte in Corsica. La nave che trasportava questa parte fu silurata e i sopravvissuti furono fatti prigionieri dalle Forze Alleate. Nell’agosto 1943 ottenne un permesso speciale per rientrare a Milano, dove, nei bombardamenti di quella estate, la sua casa era stata distrutta.
    Per il nostro Paese nei giorni successivi accadde la tragedia dell’8 settembre. Bruno era allora a Milano e tentò di rientrare per raggiungere il suo reparto, ma il consiglio della sua Angela lo invitò a riflettere mentre il Comando dei Vigili lo arruolò nel Corpo armato del Comune per i servizi di sorveglianza annonaria per poi passare al servizio investigativo al Comando di Piazza Filodrammatici.

    La famiglia era intanto cresciuta e Luciana venne finalmente viene a completare e concludere gli anni della maturità di Bruno. Negli anni subito successivi la fine della guerra, nel turbine delle ideologie e delle violenze verbali e fisiche, lo troviamo ideologicamente impegnato presso i Gesuiti di piazza San Fedele, come fondatore della “Lega del Sacro Cuore” fra i dipendenti del Comune di Milano, e fu avversato, ma mai domato, dalle correnti di pensiero sindacali. Con l’ausilio del Cardinale Schuster prima e del Cardinale Montini poi, la sua tenacia e la sua fede riuscirono a creare una alternativa sociale e di pensiero nell’ambito dei dipendenti comunali.

    Fu il periodo che coincise con la conoscenza diretta di don Carlo Gnocchi, con la frequentazione del Colonnello Belotti, del Generale Reverberi, di Bolla e del suo rientro a tutto titolo nella Sezione di Milano della Associazione Nazionale Alpini dove poi collaborerà attivamente come segretario.
    In seno all’Associazione strinse una amicizia fraterna con soci più giovani di lui: Bignami, Strumolo, Antonazzo, Vercesi, formando un gruppetto denominato “i randagi” che a bordo di una FIAT giardinetta faceva man bassa di presenze nelle varie manifestazioni alpine e alle Adunate Nazionali, dove, al termine delle giornate ufficiali, aggiungevano alcuni giorni di allegre “scorribande” su invito dei vari commilitoni ritrovati e delle Sezioni che li ospitavano. Così li troviamo, dopo una Adunata a Trieste, a fare ritorno via Parma – Nervi – Asti – Aosta, con ultima salutare tappa a Varazze prima del rientro a Milano.
    La partecipazione all’Adunata de L’Aquila durò ben 10 giorni, ma dicevano: “…eravamo andati troppo in giù e poi troppo in alto, e bisognava riadattarsi all’aria della pianura.”
    Poi si consolidò ancora di più l’amicizia con Arturo De Andrea con il quale si vedevano anche durante le vacanze estive, e questa amicizia durò fino agli anni ’90 tra viaggi e inviti nelle caserme e nelle Scuole Alpine di tutta Italia.
    Erano già tutti in pensione e la loro vita era praticamente in Sezione a Milano dove con Antonio Rezia ebbero a frequentare da vicino colui che diventò per lui, dopo Belotti e don Gnocchi, un punto di riferimento per tutti gli Alpini di Milano: Peppino Prisco.
    Bruno venne introdotto ai convivii degli avvocati e si instaurò con Peppino una fortissima amicizia, consolidata dalla stessa passione per l’Inter.

    Alla fine degli anni ’70 con Bignami e Antonazzo, ebbe l’idea di fare un censimento delle sepolture Alpine nei cimiteri di Milano cui portare ogni anno a novembre un mazzolino di fiori legato con il tricolore.
    All’inizio quasi improvvisarono, ma credettero in quella idea e tennero duro. Poi cominciarono ad arrivare gli aiuti anche materiali dai Soci Alpini, dalle loro famiglie, dalle Sezioni e talvolta anche dall’estero e da tanti Amici degli Alpini. Il tutto pignolescamente e alpinamente censito, annotato e fatto confluire su un libretto intestato: “Penne Mozze”. Questa meritoria iniziativa è ora passata a mani più giovani che hanno compreso il loro messaggio e continuano la loro opera: così proseguirà ciò che è stato fatto per non dimenticare mai la memoria, così come speriamo non si cancellino mai gli ideali e lo spirito di corpo degli Alpini.
    Bruno cominciò pian piano a perdere alcuni gli amici più cari: Strumolo, Vercesi, Zani, cui seguirono Bignami Antonazzo e Gandini.

    Già Decano della Sezione, ne è stato davvero la memoria storica. Il “vecchio” aveva una volontà e una memoria di ferro; ne sanno qualcosa i più giovani che gli erano vicini come Gianluca Marchesi, Cesare Lavizzari (che adorava come un figlio), Luca Geronutti e Paul Wilcke. Questi ultimi lui li chiamava: “i suoi Angeli Custodi”, alpini con i quali, sia pure inizialmente con scetticismo, collaborò per la fondazione del Gruppo di “Milano Centro”. Loro, i giovani, lo stimavano e lo consideravano una bandiera oltre che la loro memoria storica.

    Poi arrivò la quarta età e Bruno era sempre lì, limpido di mente e sereno nei giudizi, anche se non disdegnava qualche volta di far valere il grado dell’anzianità e dell’esperienza.
    Gli anni ’90 segnarono una serie di duri colpi nel morale di Bruno: quando dovette abbandonare la sua casa in affitto dopo 47 anni, e quando lo stato di salute della sua Angela peggiorò sino a lasciarlo solo. Questo fu per lui davvero il colpo più duro.

    In quegli anni in Sezione vi fu una innovazione storica: vennero fondati i gruppi cittadini di “Milano Lorenteggio” e “Milano Centro”.
    Bruno Anselmi confluì in quest’ultimo perché non avrebbe mai accettato di abbandonare la Sede storica della Sezione del dopo Guerra, sede dove Reverberi, Belotti, Bazzi e don Gnocchi avevano profuso le loro energie e la loro fede Alpina. La sua grande determinazione e la sua volontà di indipendenza lo portarono a cambiare baita, e si ritirò così in una Casa di Riposo a Villa D’Adda.
    Anche da lì gestì la sua Alpinità sino ad arrivare, pochi giorni prima di entrare nel centesimo anno della sua esistenza, a far dotare la Casa di Cura di una Bandiera tricolore consegnata con tutti gli onori il 16 dicembre 2006, alla vigilia della S. Messa in Duomo cui partecipò per l’ultima volta sfilando con i suoi Alpini, sollecitato in questo dal suo Presidente che lui chiamava bonariamente “Orso Rosso”.

    Ha raggiunto la sua Angela e i suoi Amici nel Paradiso di Cantore nel 2007, all’inizio del suo centesimo anno di vita. Come nelle sue previsioni, perché il numero sette era stato presente, come un segnavia al quale si era affezionato, per tutta la sua vita nelle date più importanti e cruciali che lo avevano toccato.

    Mario e Silvio Anselmi



    LUCIANO GANDINI


    Per lui l’impegno associativo non era il modo di riempire il tempo libero o per occupare giornate vuote.
    L’Associazione era un impegno vitale, riempitivo, condizionante, totale.
    Si può dire che la sua intera vita fosse calibrata sugli impegni associativi e che ne subisse volontariamente il ritmo.
    L’Associazione Nazionale Alpini con tutta la miriade di gente che vi ruota attorno era il pensiero principale che lui ha vissuto nel Gruppo, nella Sezione e poi in Sede Nazionale. Non in modo alternativo ma in modo contemporaneo e sovrapponendo un numero impressionante di impegni.
    Era nato a Milano nel luglio del 1927 e dopo aver frequentato il 3° corso AUC a Lecce nel 1949 aveva fatto il servizio militare, sempre accompagnato dall’inseparabile amico fraterno Sergio Gelo, nella 50ma compagnia del Battaglione Edolo a Dobbiaco, periodo di cui portava sempre un vivo ricordo.
    Prima della fine del 1950, appena finita la naia, si iscrisse alla Sezione di Milano frequentando sin da subito con assiduità la sede sezionale. Erano gli anni del Presidente Bolla e nella sede il giovane Luciano iniziò a conoscere e frequentare quei personaggi che hanno fatto la storia della nostra Sezione. Tra questi anche don Carlo Gnocchi.

    Nel 1953 si trasferì a Cinisello Balsamo dove sposò Lucia e da subito iniziò un intenso lavoro per la ricostituzione del Gruppo ANA fondato nel 1932 e che si era disgregato durante la guerra. Agli inizi degli anni sessanta, in seguito alla chiusura dell’azienda di trasporti in cui era impiegato a Milano, intraprese la professione di amministratore di condomini a Cinisello. La famiglia, arricchita dai due bocia Mauro e Stefano, il lavoro e gli Alpini sono le tre cose che da allora saranno la ragione della sua vita.

    Rifondò il Gruppo coinvolgendo tanti alpini che avevano fatto la nuova residenza a Cinisello Balsamo, richiamati dai loro tanti paesi a causa della immigrazione interna nella metropoli che viveva in quegli anni i momenti della ricostruzione e poi del “miracolo economico”. Dal suo ufficio amministrava tante case, passava tanta gente e la prima informazione che lui chiedeva ai nuovi clienti era sempre la stessa: “Sei alpino?”

    Il Gruppo rifiorì intorno all’attivo Capogruppo con il ritrovo del primo giovedì del mese, che ancora adesso è l’ “appuntamento”; da allora i soci sono diventati sempre di più.
    E il nostro Luciano è stato un vulcano di idee: è di Cinisello il primo notiziario di Gruppo nella nostra Sezione e, forse, nella intera Associazione; siamo stati i primi ad effettuare la visita alle tombe dei soci “andati avanti”.
    Le gite e le riunioni sono sempre state aperte anche alle morose ed alle mogli (“È il modo migliore per tenere i giovani” diceva Luciano), tutte idee innovative che poi venivano adottate in Sezione e da tanti altri Gruppi.
    Pur essendo molto impegnato nel suo Gruppo consolidò le amicizie intessute nei primi anni del dopo naia anche in Sezione.

    Negli anni sessanta fu costantemente al fianco del Presidente colonnello Dante Belotti; era quasi sempre Luciano che lo accompagnava nelle diverse manifestazioni, soprattutto nelle valli bergamasche, zone di provenienza del Colonnello dove ritrovava i suoi alpini e con loro ricordava i tragici giorni della ritirata di Russia.
    Nel vivere quei momenti emozionanti così pieni d’affetto spontaneo che i reduci manifestano nei confronti di questo grand’uomo che, al comando del Battaglione Edolo con la sua determinazione ed il suo coraggio, seppe essere determinante nell’aprire il varco di Nikolajewka, Luciano assorbì lo spirito e la volontà di non disperdere nel tempo il ricordo di ciò che quegli uomini dovettero patire per permettere a noi di vivere una esistenza più serena.
    Il valore della memoria è sempre stato il suo messaggio da trasferire alle nuove generazioni, e noi con orgoglio oggi vogliamo sempre essere testimonianza viva di ciò che lui ci ha insegnato.
    Luciano fu sempre molto presente in Sezione costruì rapporti che saranno per la vita; tutti i successivi Presidenti sezionali Rezia, Colombo, Perini e Tona, lo hanno sempre avuto al fianco come prezioso consigliere e collaboratore, sempre impegnato a cementare gli alpini tra loro e in particolare i Gruppi con la Sezione.

    Fu Capogruppo per venti anni, fu consigliere e vice presidente sezionale per tanti anni sino agli inizi degli anni 80 quando iniziò l’avventura in Sede Nazionale. Venne eletto Consigliere nazionale, nominato Tesoriere e Vice Presidente con il “mitico” Leonardo Caprioli che l’aveva voluto e che non lo lasciò anche alla fine dei mandati. Lo convinse infatti a coprire il ruolo di Direttore Generale per un’associazione che stava diventando sempre più grande e che si apriva al mondo in tanti scenari e a notevoli distanze.

    Sempre attivo, propositivo ed infaticabile, era un capo poco diplomatico ma sempre diretto, preciso, inappuntabile; ma con il suo carattere da alpino si fece voler bene da tutti.
    Fu tra i propugnatori della idea dell’Ospedale da Campo, e sostenitore della nostra Protezione Civile, anche se questo voleva dire scontrarsi con la burocrazia romana. Nel 1976, dopo il terremoto del Friuli, fu capo cantiere a Maiano e poi artefice dell’intervento in Armenia (primo intervento all’estero della nostra Protezione Civile e dell’Ospedale da Campo) e di tutti gli interventi che a quello succedettero, fu protagonista nella ricostruzione dell’Ospedale da Campo, motore del progetto per l’asilo di Rossosch e di altre tantissime iniziative dell’A.N.A.
    Non ha mai dimenticato però il suo Gruppo che nel frattempo era passato alla guida di Giuliano Perini e poi di Lino Riva, Gruppo di cui andava orgoglioso e, anche quando impegni più alti lo occupavano, era sempre presente tra e con gli Alpini del suo Gruppo.

    E la sua più grande soddisfazione è stata il vedere la realizzazione del sogno del Gruppo: la sede. Dopo averla seguita amorevolmente in tutte le fasi della costruzione, la additava a tutti come esempio, orgogliosamente.
    Spesso il nostro Presidente Parazzini ricorda come ogni trasferta che insieme facevano per qualche impegno associativo (ed erano tante…) iniziasse o finisse immancabilmente al cantiere della sede in costruzione per mostrare come il lavoro di quelli che lui chiamava “i ragazzi “ andasse avanti.
    E in quella sede nella primavera del 2002 tutti i suoi Alpini, quelli che lo hanno conosciuto ed amato in tanti anni di vita comune, lo hanno vegliato al momento in cui, tra tanti amici Alpini venuti da tante parti d’Italia a porgere l’ultimo saluto, è “andato avanti”.
    Sono passati ormai sei anni da quando è nel Paradiso di Cantore, ma per gli Alpini del Gruppo la sua presenza è sempre viva.
    Anche nel mese di febbraio dello scorso anno, nella ricorrenza del 5° anniversario della sua scomparsa la sede del Gruppo si è nuovamente riempita di amici provenienti da tante Sezioni che lo hanno voluto ricordare.

    E questa presenza ancor più si è fatta sentire nel dare la forza a tutti i soci del Gruppo per intraprendere lo scorso anno in occasione del 75° anniversario di fondazione quella importante iniziativa di allestire e donare all’ospedale da campo l’unità mobile adibita alle trasmissioni e alla telemedicina satellitare che nel suo ricordo e in quello di Angelo Greppi, socio dello stesso Gruppo ed amico di sempre che lo ha raggiunto negli ultimi mesi, è la concreta rappresentazione del suo insegnamento: “Onorare i nostri morti aiutando i vivi”.
    A Bassano del Grappa, nell’accompagnare il nuovo mezzo lungo il percorso dell’adunata, tutti noi abbiamo sentito vicina la sua presenza e quella dell’inseparabile amico Angelo.
    Questo era ed è nel nostro ricordo Luciano Gandini, l’alpino Luciano.

    Mauro e Stefano Gandini, con Giuliano Perini


    CARLO CROSA


    Nasce a Milano da genitori originari dalla Liguria. Studia nella nostra città, dove si laurea in Giurisprudenza all'Università Statale. La passione per la montagna gli fa incontrare sui campi di sci colei che diventerà sua moglie, madre e nonna di alpini.
    Alla chiamata alle armi, sul finire del 1933, frequenta la Scuola Ufficiali di complemento di Milano. Viene nominato sottotenente nel giugno 1934, e assegnato al 1° Reggimento Alpini, da cui si congeda nel gennaio 1935.
    Nel settembre 1935 viene richiamato e sino al febbraio 1936 presta servizio nel Btg."Ceva". Col grado di tenente viene richiamato nel settembre 1939 e presta servizio al 4° Alpini di Aosta sino al marzo 1940.

    Allo scoppio della 2a guerra mondiale, nel giugno1940, viene di nuovo mobilitato dapprima al Btg. "Val Baltea" e "Aosta" e successivamente, nel dicembre 1940, al Btg. sciatori "Monte Cervino" partecipando alle operazioni sul fronte occidentale. Il 16 gennaio 1941 parte col suo Btg. per il fronte greco-albanese, dove si metterà in evidenza per le sue doti di comando e per l' audacia mostrata in combattimento. Viene ferito e decorato di Croce di Guerra al valore militare.
    Rimpatriato, dopo una degenza all'Ospedale Militare di Bergamo, riprende servizio nell'agosto 1941 al 4° Reggimento Alpini dove, nel gennaio 1942 assume il comando di una compagnia del Btg. "Aosta", inviato in Croazia con funzione di presidio e antiguerriglia.
    Nel giugno 1942 rientra in Italia perchè trasferito al Btg. "Cividale" dell'8° Alpini in partenza per la Russia.
    Nell'agosto dello stesso anno1'8° Alpini entra in territorio sovietico e prende posizione sul Don dando il cambio ai reparti tedeschi. Il "Cividale", come le altre unità alpine, impiega gli ultimi mesi del 1942 per migliorare i ricoveri e le postazioni prese in consegna.
    A metà dicembre del 1942 il Btg. viene inviato con altri reparti della "Julia" nel settore di Nowo Kalitwa per tamponare una falla creata nello schieramento alleato da una violenta offensiva sovietica.
    La 16a compagnia, comandata da Crosa si distinguerà per la determinazione dimostrata nella conquista e difesa della vitale quota 176 detta "Signal" dai tedeschi per la presenza di un punto trigonometrico. Per l'eroismo profuso dagli Alpini, il comando tedesco dispose che la contesa quota fosse in seguito denominata "Cividale".
    Il 4 gennaio 1943, nel corso di questi aspri combattimenti, Crosa viene ferito ma abbandona il comando solo due giorni dopo, a situazione ristabilita. Per il suo comportamento gli viene conferita sul campo la Medaglia d'Argento al v.m. e, da parte del comandante tedesco del settore, una Croce di Ferro.
    A metà gennaio viene rimpatriato per le ferite riportate e ricoverato all'Ospedale Militare di Chiavari e successivamente congedato.
    Il suo modo di agire in guerra viene ben sintetizzato, oltre che dalle eloquenti motivazioni delle medaglie al valore, da queste frasi dedicategli da un suo Alpino: "Tra quella furia bellica, le tue parole di incitarnento e di coraggio per noi costituivano veramente quel sereno e salutare stimolo che alleviava le nostre fatiche ed il nostro sconforto. Tu ci assistevi, dividevi con noi quel magrissimo rancio (una pagnottella di farina di riso divisa in quattro razioni); con il tuo esempio ci esortavi alla resistenza, con vero stoicismo ci guidavi tra la battaglia, con la tua parola ci risollevavi lo spirito in un confortevole miraggio della Patria lontana..."

    Tornato alla vita civile si distinse per l'intelligente attività lavorativa, collaborando per anni, nel settore commerciale, con una importante ferriera della Valle Canonica.
    Sin dall'immediato dopoguerra divise, con altri grandi spiriti alpini, l'appassionato impegno ideale volto alla rifondazione della nostra Associazione ritenendo forse, con questo agire, di ripagare il debito di riconoscenza che avvertiva nei confronti dei suoi Alpini che non erano tornati a baita.
    Il suo impegno associativo fu carismatico, costante e notevole. Ricoprì le cariche di Vice-presidente e Consigliere sia a livello nazionale che sezionale; fu redattore del nostro periodico "Veci e Bocia", appassionato oratore e scrittore nonchè speaker di numerose adunate. Concreto uomo d'azione profuse la sua fertile attività in occasione del terremoto del Friuli del '76, coordinando i lavori di ricostruzione e gli aiuti; fu tra i promotori del tempietto alpino di Cervinia eretto a ricordo dei Caduti del leggendario Btg. "Monte Cervino".

    Mentre era ancora intento in questa inesauribile attività veniva colpito da una subdola quanto inesorabile malattia ed è andato avanti il 4 gennaio 1985.
    Così lo ricordava un altro grande Alpino, Arturo Vita: “Di lui ricordiamo soprattutto i valori umani, l'onestà e la generosità, la dirittura morale, il suo attaccamento alla famiglia, il suo grande amore per l'Italia, lo spiccato senso del dovere”.
    Il suo cappotto militare, che porta le impronte delle ferite riportate sul Don‚ è conservato in Friuli nella chiesetta museale di Cargnacco.

    Riportiamo le motivazioni delle decorazioni che gli sono state conferite:

    Croce al Valor Militare
    "Assunto il comando di una compagnia di Alpini già duramente provata e sensibilmente ridotta per le perdite subite, l'impiegava con calma e fermezza nell'occupazione di una importante posizione. Attaccato, teneva testa all'avversario e, prodigandosi con audacia e sprezzo del pericolo, riusciva, dopo strenua resistenza, a respingere l'attacco ed a consolidarsi sulla posizione."
    Quota 1806 dei Monti Trebescini (fronte greco), 11-12 febbraio 1941

    Medaglia d'Argento al valor militare "sul campo"
    "Comandante di compagnia, già distintosi per valore sui fronti di Albania e di Croazia, portava più volte la sua compagnia al contrassalto su una quota di vitale importanza. Nonostante l'accanita, feroce resistenza avversaria, sotto il fuoco delle artiglierie nemiche, alla testa dei suoi Alpini che aveva saputo magnificamente addestrare e preparare, anche spiritualmente, alla prova, riuscì ad avere ragione di un nemico superiore di numero e di mezzi, deciso ad ottenere un successo a qualsiasi costo.
    Ferito da schegge alla testa. tornava alla linea di combattimento, appena medicato, animando i suoi Alpini con l'esempio del suo valore, della sua serenità, del suo sprezzo del pericolo.
    Invitato dal medico e dai suoi superiori a farsi ricoverare, abbandonava la linea solo due giorrni dopo il fatto d'arme, quando la situazione era ristabilita. Il suo comportamento eroico destava l'ammirazione dei germanici che lo decoravano sul campo.
    Quota 176 Nowo Kalitwa (fronte russo), 4-6 gennaio 1943





    Teresio Olivelli: un uomo, un alpino, un cattolico, un martire.

    Teresio Olivelli nasce il 7 gennaio 1916 a Bellagio (Co) da una famiglia di Zeme, paese agricolo della Lomellina (Pv), che per motivi di lavoro si trasferisce sul lago di Como.
    Dopo avervi trascorso la sua infanzia e aver frequentato le Elementari in Brianza, torna con la famiglia prima a Zeme e poi a Mortara (Pv) dove termina gli studi ginnasiali. Frequenta il Liceo a Vigevano per poi laurearsi in Legge con il massimo dei voti a Pavia.
    La sua formazione giovanile è caratterizzata dalla profonda religiosità della madre e dello zio, arciprete a Tramezzo (Co) e dal Parroco di Mortara Mons. Daghera. Vive intensamente questi anni, come iscritto sia alla FUCI (Universitari Cattolici) che al GUF (Universitari Fascisti) frequentando e dando impulso all’azione Cattolica di Mortara e all’Ass.ne “Vincenzo De Paoli”. Durante il periodo universitario si distingue per l’intelligenza vivace ed esuberante: partecipa a molti sport eccellendo nell’alpinismo e nello sci.
    La sua dialettica gli consente di vincere il Littoriale nel 1939 a Trieste: una gara indetta tra tutti gli universitari d’Italia, il massimo premio di cultura fascista.
    Laureatosi, è nominato Assistente all’Università di Torino, per essere poi inserito all’INCF (Istituto Nazionale di Cultura Fascista), retto da Bottai, assumendo l’incarico di Primo Segretario Ufficio Studi e Legislazione presso il Direttorio del PNF.
    Ma la Storia inarrestabile avanza: le leggi razziali, l’attacco inaspettato della Francia insinuano ombre nella convinzione di potere con il suo operato modificare gli eccessi della cultura fascista. Nonostante la preparazione del concorso di Rettore del Collegio Ghisleri, i mille motivi, le numerose opportunità per rimanere, il cattivo esito della Campagna di Russia lo induce a lasciare gli Uffici di Roma per partire volontario tra “i suoi alpini” perché lì ritiene essere più utile.

    Impara il russo e il tedesco, conosce le sofferenze dei soldati, sfida l’arroganza dei tedeschi per instaurare con la gente del posto rapporti umani e caritatevoli. L’insufficienza dell’equipaggiamento e degli armamenti non smorzano in lui la speranza e l’entusiasmo che sa trasmettere ai suoi Alpini.
    La disfatta, lo sbandamento, il ripiegamento… li vive in prima persona. Si attarda per aiutare i feriti e rimane isolato. Il suo reparto, la 31 Batteria del Gruppo Bergamo della Tridentina è catturato, lui separato, si unisce a una gruppo di militari che con le slitte trasferivano dei feriti.
    Passa per Nickolajevka, percorre 600 Km. a piedi annettendo altri feriti, senza perdere dignità e speranza. È conforto per i malati, è guida per i conducenti, è stalliere per i muli. Fa rispettare i suoi feriti ai tedeschi, li difende dai partigiani russi, riesce a procurare ricovero per dormire trovando cibo e speranza per ognuno, dimenticando se stesso.
    Riesce a recuperare le nostre linee… e dopo la riorganizzazione, gli sono affidati i quadrupedi da riportare, a piedi, per altri 800 Km. sino alle retrovie italo- tedesche.
    Viene inviato in contumacia in Friuli, e il tempo che scorre lo aiuta a meditare: l’esperienza russa gli fa capire quanto fosse disastrosa per l’Italia l’esperienza della 2^ Guerra Mondiale.
    Tuttavia il suo senso di Patria è intatto: il reparto è ricostituito, i ranghi sono serrati, alla nomina a Rettore dell’Istituto Ghislieri di Pavia, nel frattempo notificata, preferisce i “suoi Alpini”.
    Ma un’altra prova lo attende: dalla fine di luglio i tedeschi stanno ammassando truppe in Italia ed il suo reparto è inizialmente indirizzato a Monfalcone (punto strategico sotto Gorizia sulla strada per Trieste e l’Istria) e poi in Alto Adige.

    L’8 settembre si abbatte su di loro lasciandoli preda disorientata e umiliata, eppure la dignità è intatta: l’intero reparto si rifiuta di passare tra le file dei filo-nazisti e Olivelli viene deportato in Austria.
    Fugge tre volte, l’ultima da Salisburgo a Pontebba (Ud), percorrendo a piedi circa 400 Km, in novembre, attraversando i Tauri e le Alpi.
    Si ferma a Udine ospite di amici di compagni di prigionia. Torna non per sfuggire ai pericoli ma per essere utile al futuro d’Italia. Sotto falso nome da Udine si reca a Milano e a Brescia tra i Partigiani Cattolici.
    Si presenta semplicemente… dicendo: “se posso essere utile”.
    In poco tempo diventa ispiratore e guida dei Partigiani Cattolici di Brescia, coordinatore dei vari nuclei sparsi per la Pianura Padana, da Cremona a Pavia, da Mantova a Brescia, a Milano, sino a Como e Lecco.
    La sua preoccupazione era quella di creare un movimento che desse dignità all’Italia, attraverso l’attenzione al popolo, alla gente, professando un cambiamento che prima di tutto doveva avvenire nelle singole coscienze, alla ricerca della giustizia e dell’amore, senza odio verso gli oppressori, il suo motto… “non esistono liberatori, ma solo uomini che si liberano”.
    Fonda un notiziario cattolico, “Il Ribelle”, che procura non poco fastidio al Governo della R.S.I.

    Braccato, è catturato a causa della defezione di un partigiano arrestato. Si aprono le porte del carcere di San Vittore dove testimonia integerrima figura di uomo e di cattolico: perdona ufficialmente il delatore, porta la preghiera in carcere dove era proibita, rifiuta l’interessamento di chi potrebbe aiutarlo. Fornisce un esempio di dignità come uomo e come Italiano.

    Deportato al campo di Fossoli, scampa all’eccidio dei 70 nascondendosi in un tombino. Tenta la fuga ma viene catturato e deportato in Germania, prima al Campo di Gries a Bolzano, successivamente a Flossenburg ed infine a Hersbruck.

    Durante la prigionia il nostro Olivelli non perde occasione di testimoniare l’altruismo e l’amore per il prossimo, si prodiga per alleviare le sofferenze e per curare i malati, per difendere i prigionieri più deboli, si priva del suo cibo per donarlo ad altri. Anche qui, grazie alle sue doti, potrebbe defilarsi, sopravvivere, ma accetta il proprio destino, sacrificando se stesso nel momento in cui lo vede compiersi. Nel difendere un compagno più debole viene ucciso dai colpi di un Kapò.
    Era il 17 gennaio 1945.

    Nel 1953 gli è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valore Militare.
    Questo è il testo dell'atto del conferimento:

    OLIVELLI Teresio
    Sottotenente di cpl. - Artiglieria Alpina - Partigiano combattente
    Luogo di nascita: Bellagio (CO)
    Data del conferimento: 1945
    Alla memoria
    Motivo del conferimento

    Ufficiale di complemento già distintosi al fronte russo, evadeva arditamente da un campo di concentramento dove i tedeschi lo avevano ristretto dopo l’armistizio, perché mantenutosi fedele. Nell’ organizzazione partigiana lombarda si faceva vivamente apprezzare per illimitata dedizione ed indomito coraggio dimostrati nelle più difficili e pericolose circostanze. Rendeva eminenti servizi anche nel campo informativo ed in quello della propaganda. Tratto in arresto a Milano e barbaramente interrogato dai tedeschi, manteneva fra le torture esemplare contegno nulla rivelando. Internato a Fossoli tentava la fuga. Veniva, così, trasferito prima a Dakau poi a Herzbruk. Dopo lunghi mesi di inaudite sofferenze trovava ancora, nella sua generosità, la forza di slanciarsi in difesa di un compagno di prigionia bestialmente percosso da un aguzzino. Gli faceva scudo del proprio corpo e moriva sotto i colpi. Nobile esempio di fedeltà, di umanità, di dedizione alla Patria.
    Lombardia - Venezia Tridentina - Germania, settembre 1943 - primi giorni del mese di marzo 1945.

    Teresio Olivelli in ventinove anni aveva organizzato l’Azione Cattolica a Mortara, era stato vincitore del Littorio, era il più giovane Rettore nella Storia degli Atenei Italiani, era stato amico di Bottai, di Padre Gemelli, di persone influenti nel Partito Fascista e di politici tedeschi. Poi la terribile Campagna di Russia, l’8 settembre, le tre fughe, la costituzione della Resistenza Cattolica a Brescia, la redazione del giornale “Il Ribelle”, l’arresto, le torture, la deportazione in campi di lavoro orientati alla morte dei prigionieri.
    È con l’amore Cristiano e la Carità sconfinata che solo una Fede profonda e una grande personalità potevano alimentare, che Olivelli conduce le sue battaglie alla ricerca del bene della Patria.
    Al termine della guerra, la personalità di Teresio Olivelli forse è stata mal interpretata a causa del suo ruolo nel partito fascista e per la sua successiva militanza attiva tra le fila dei partigiani, ma questo non ha minimamente offuscato il suo valore di uomo generoso, con numerose azioni volte al rispetto ed alla difesa del prossimo ed un profondo amore per la Patria.

    Il Gruppo di Vigevano, supportato dalla Sezione di Milano, ha a suo tempo promosso in uno con l’Azione Cattolica la causa di beatificazione.
    Il 29 marzo 1987 si è così aperto il processo per la sua beatificazione, il quale è tuttora in corso presso la Curia Vescovile di Vigevano.

    In molte altre Città parlano di lui come del “loro” Teresio Olivelli ed è giusto, perché durante la sua seppur breve vita, ha vissuto in parecchie città, trasmettendo a gente di diversa cultura quei valori che hanno caratterizzato il suo cammino, diventando fonte di ispirazione e modello comportamentale per tutti, soprattutto per noi Alpini che dovremo testimoniare che il suo sacrificio non è stato inutile e che finché ci saranno Alpini ci sarà dignità e amore.
    …Adesso tocca a noi!



    GIUSEPPE REINA


    Il Capitano Giuseppe Reina

    Nella ricerca di materiale sulle grandi figure della nostra Sezione abbiamo trovato nel notiziario ‘Per ben operare’ del Gruppo di Abbiategrasso il testo a firma di Alberto Valsecchi che qui proponiamo e che parla di Giuseppe Reina, un Alpino che con il suo impegno ed entusiasmo diede un forte impulso alla costituzione di Sezioni e Gruppi nei primissimi anni di vita dell’ANA assumendo anche la carica di presidente Nazionale.
    Le notizie sono tratte da informazioni della Sezione Bolognese Romagnola che annovera Giuseppe Reina come socio d’onore.



    Troviamo molte notizie su Giuseppe Reina dalla storia della Sezione ANA Bolognese Romagnola che parte dal 18 ottobre 1922 annoverando fra i propri soci figure che, pur non essendo nate sul territorio, hanno apportato prestigio e motivo di orgoglio con la loro iscrizione come soci.
    Il primo tra questi, rispettando l’ordine storico, è proprio Giuseppe Reina, milanese d’origine, figura notissima a livello nazionale in quanto è stato Presidente Nazionale dell’ANA dal 18 gennaio 1925 al 27 febbraio 1926.

    Giuseppe Reina nacque a Mediglia in provincia di Milano il 3 maggio 1888. Entrò per la prima volta nell’Esercito come soldato volontario per un anno nel 1907 e fu destinato al 5° Reggimento Alpini dove conseguì il grado di Sottotenente.
    Fu fra i primi ad arruolarsi allo scoppio della guerra e il 24 maggio 1915 era già in linea con il Btg. “Val Chiese” del 5° Rgt, Alpini sul Monte Corno. Passò successivamente al Btg. “Val Leogra” del 6° Rgt. Alpini quindi al “Monte Berico” sempre al 6° Alpini dove nel 1917 assunse con il grado di Capitano il comando della 93° compagnia. Con questo battaglione, nel quale vi erano diversi ufficiali bolognesi, operò a Coni Zugna, sul Pasubio e in Val Posina.
    Nell’autunno del 1917 con gli eventi di Caporetto assunse volontariamente il comando del Btg. “Monte Berico” che condusse nella battaglia del Piave e in quella di Vittorio Veneto. Per questo suo comportamento si congedò nel 1919 con la promozione a maggiore per meriti di guerra e con quattro decorazioni al valor militare: due medaglie d’argento (maggio e luglio 1916) e due di bronzo (maggio 1916 e agosto 1917).

    Riprese la sua attività professionale divenendo in breve tempo funzionario poi direttore della Banca Milanese di Credito.
    Fin dalla sua fondazione l’8 luglio 1919 a Milano, l’Associazione Nazionale Alpini aveva trovato in lui uno dei soci più attivi. Non era passato molto tempo dalla costituzione dell’ANA che anche ad Abbiategrasso venne l’idea di riunire gli Alpini in congedo. Sulla spinta del Capitano Reina nel 1922 si fondarono le basi per raccogliere in quella che allora era la “Sottosezione di Abbiategrasso” numerosi di quegli Alpini, provenienti principalmente dai monti della vicina Valsassina e legati essenzialmente al mondo agricolo, che avevano scelto di stabilirsi in pianura per continuare le loro attività di agricoltori, lattai, casari. Giuseppe Reina fu appunto il primo Capo di quel Gruppo di pionieri dell’Associazione Nazionale Alpini in Abbiategrasso.

    Nei suoi frequenti viaggi di lavoro a Bologna come funzionario di banca, non mancava di incontrare i vecchi commilitoni e futuri soci fondatori della locale Sezione: il Ten. Gustavo Mazzanti, il Cap. Mario Jacchia, il Cap. Gualtiero Alvisi, il Cap. Giuseppe Calmieri, il Cap. Antonio Roversi e il Cap. Cesare Righini. In occasione di uno di questi incontri, al Ristorante Diana nell’estate del 1921, si deve probabilmente proprio al Cap. Reina, allora già inserito nel direttivo nazionale, il suggerimento di costituire una Sezione dell’ANA a Bologna.

    Trasferitosi nel 1926 a Bologna per ragioni professionali, ritrovò i vecchi compagni d’armi bolognesi e romagnoli del 6° Reggimento Alpini che erano stati nel 1922 fra i promotori della costituzione di una Sezione dell’Associazione Nazionale Alpini anche a Bologna.
    Nell’Assemblea generale del febbraio 1925 venne eletto Presidente Nazionale, carica che dovette lasciare nel 1926 in quanto trasferito proprio a Bologna quale Direttore della locale sede della Banca. Al suo arrivo si inserì subito nella Sezione Bolognese Romagnola e l’Assemblea dei soci, consapevole che la sua esperienza e personalità portavano nuovo vigore associativo, lo elesse immediatamente e divenne il secondo Presidente della Sezione per il biennio 1926-1927. Le cronache del tempo che compaiono su “L’Alpino” mettono in evidenza l’importanza e l’apporto della sua presenza. Con la sua Presidenza di Sezione nacque nel 1926 il “Trofeo Alto Appennino” (che sarà ripreso nel 1966), nacque il Gruppo Alpini di Brisighella, si svolse un grande “Convegno” in Romagna (quello che oggi è il Raduno Sezionale) a Forlì e Bertinoro, e diventò una bella abitudine la frequentazione della sede sociale nella quale venivano promossi pomeriggi danzanti e serate d’incontro.
    Nel giugno 1927 lasciò la Presidenza della Sezione a causa di un nuovo trasferimento per lavoro a Venezia, ma continuò ancora per diversi anni a mantenere la tessera di socio della Sezione, come compare nei ritrovati documenti. Nel 1928 rientrò definitivamente a Milano e nel 1930 venne nominato Consigliere Nazionale dal Presidente Nazionale Angelo Manaresi, carica che mantenne fino al 1943.

    Nel corso della Seconda Guerra mondiale ha combattuto nel Comitato di Liberazione e nel secondo dopoguerra fu tra i promotori della rinascita dell’Associazione e tra coloro che si occuparono proprio del ritorno della Sede nazionale nella sede storica di Milano dopo la parentesi di Roma. Aveva nel frattempo raggiunto il grado di Ten. Col. Di lui abbiamo ancora tracce con l’impegno per il Rifugio Contrin; nel marzo del 1946 subentrò al bolognese Sandro Stagni quale Presidente della Commissione di gestione del Rifugio.
    Fu nuovamente Consigliere Nazionale (questa volta eletto dall’Assemblea) e dal 1948 Vice Presidente Nazionale.

    Morì improvvisamente a Milano dove risiedeva, giovedì 6 luglio 1950. Ai funerali presero parte le più alte cariche cittadine e associative con il Labaro Nazionale e numerosi Vessilli di Sezione. Gli onori militari vennero resi da un picchetto armato di giovani alpini e la salma venne tumulata nel Cimitero Maggiore di Milano.
    Gli Alpini del Gruppo di Abbiategrasso devono essere ben fieri di avere avuto come fondatore un simile Alpino e la Sezione Bolognese Romagnola e l’Associazione tutta hanno avuto in lui un dinamico Presidente e animatore.

    Alberto Valsecchi