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I soci Aggregati: proposta di riordino
Inserito da Rodeghiero
Mercoledì, 19 Dicembre 2007 - 12:08 PM
News dalla Sezione
Nel numero 3 del 2007 di "Veci e Bocia" è stato inserito un articolo che trattava, in forma tanto condensata da poter essere definita come telegrafica, l'argomento del dibattito interno all'ANA sul come riordinare la figura dei soci Aggregati.
Lo spazio disponibile nell'edizione su carta era assai poco e non c'era modo di espanderlo senza sacrificare altri contenuti, limitazione questa che non si applica al sito web sezionale.
Ecco quindi in questo articolo una trattazione esaustiva dell'argomento, a firma del Presidente nazionale Corrado Perona, apparsa tra l'altro nel notiziario del Gruppo Milano Centro, "Alpin del Domm".
Per leggerlo cliccate sul titolo dell'articolo ....


I SOCI AGGREGATI
Genesi della figura e proposta di riordino

di Corrado Perona

Diversamente da quello che è ormai entrato nella comune mentalità alpina, la figura dell’Amico degli Alpini ha fatto il suo ingresso nella famiglia associativa molto prima del terremoto del Friuli.
È, dunque, storicamente inesatto far discendere la creazione di questa categoria di associati alla necessità di dare una sorta di riconoscimento a quanti, pur non essendo soci ANA e non avendo i requisiti per diventarlo, si erano dati da fare nei
cantieri del devastato territorio friulano.
In realtà molte Sezioni, fin dagli anni ‘50, avevano iniziato a rilasciare tessere per la frequentazione delle proprie sedi a soggetti che non avevano svolto il servizio militare nelle Truppe Alpine (a Milano, ad esempio, fin dalla Presidenza del Colonnello Belotti, vi erano i “frequentatori” e così in molte altri Sezioni con le denominazioni più disparate). L’introduzione a livello nazionale dell’Amico nasce, dunque, dalla necessità di dare una regolamentazione unitaria ad un fenomeno già in atto che, ove trascurato, avrebbe potuto anche avere effetti deleteri sull’unità associativa.
Nel 1975, l’allora Presidente Nazionale Bertagnolli, nei lavori per dare una regolamentazione unitaria a tale problema, intravede nella figura dell’Amico degli Alpini la possibilità di allargare la base dell’ ANA per meglio diffondere i valori e lo stile di vita che l’Associazione si è trovata a custodire ormai praticamente da sola. Siamo, è bene ricordarlo, a metà degli anni ‘70, in un periodo nel quale, se da un lato l’ANA non ha alcun problema di “reclutamento” (e nemmeno si può immaginare quello che solo vent’anni più tardi sarebbe successo) dall’altro, però, si trova inserita in una società (italiana ed internazionale) che ha messo pesantemente in discussione tutti i valori che costituiscono il cuore e la vera essenza delle associazioni combattentistiche e d’arma e della nostra in particolare.
Si tratta, dunque, di modificare in parte la struttura e la strategia dell’ANA per renderla più adeguata alle mutate condizioni sociali e più incisiva nel perseguimento dei suoi scopi sociali senza, tuttavia, intaccarne le ragioni profonde, l’essenza fondamentale. Quella di Bertagnolli non è certo azione dettata dal timore della contrazione dei numeri che, in quel periodo sono in continua e costante crescita, quanto piuttosto dalla necessità di svincolare l’associazione da quell’angolo nel quale un’opinione pubblica demagogica, ma incredibilmente pervasiva, cerca di relegare tutte le associazioni d’arma.
L’iniziativa è davvero lungimirante. Ciò che Bertagnolli comprende è che per preservare la vera natura dell’ANA, per rispondere cioè al compito affidatoci dai Padri fondatori, si deve diffondere lo Spirito Alpino oltre i confini ampi, ma troppo
delimitati, degli Alpini: occorre fare proselitismo anche nella società civile per evitare di rimanere chiusi in una sorta di “riserva indiana”.
È proprio con quell’intuizione che viene piantato il seme della evoluzione dell’ANA da semplice associazione d’arma a qualche cosa di ben più complesso ed ambizioso: un vero e proprio movimento d’opinione al quale affidare la conservazione e la diffusione dello Spirito dei soldati della montagna, Spirito che, visti i mutamenti sociali intervenuti, non può più essere garantito dalla semplice trasmissione generazionale o dal servizio militare.
Quegli stessi valori che un tempo erano trasmessi dalle famiglie e dalla società, prima ancora che dalla naia, negli anni ‘70 sono in forte crisi: le famiglie iniziano ad abdicare al compito educativo e sulla scuola non si può più fare affidamento.
Ecco, dunque, che l’Associazione, rifiutando una visione della società che proprio non condivide, inizia una lenta, progressiva ma determinatissima opera di proselitismo e di conservazione e diffusione di quei valori che la società civile tende a deridere e cancellare.
Non si intende, con questo, rinunciare alla specifica natura di associazione d’arma, visto che all’Amico nulla viene concesso in termini di responsabilità a qualsivoglia livello, ma solo ampliare l’uditorio al quale l’Associazione può rivolgersi.
Il 27 luglio 1975 Franco Bertagnolli introduce il tema “Amici” al CDN, quale strumento teso a favorire la conoscenza e l’immagine dell’ANA ed a cementare quei vincoli ormai numerosi che si sono creati con tanti simpatizzati che ormai vedono nell’ANA una sorta di faro di moralità in una società che tende a disgregarsi.
Apre il dibattito annunciando di essere favorevole ad aprire le porte dell’Associazione accogliendo come “Amici degli Alpini tutti coloro che, non avendo i requisiti per divenire soci ordinari, dimostrano il loro attaccamento e la loro simpatia alla nostra Associazione”.
Nella stessa riunione Bertagnolli, parlando de “L’Alpino” afferma testualmente: “II Presidente Nazionale espone, poi, un suo intendimento, condiviso dal Comitato di Presidenza, che l’Associazione esca del circolo chiuso in cui è rimasta fino ad ora. A suo avviso uno dei modi è quello di diffondere il più possibile il giornale L’Alpino.”
Nel corso della successiva riunione del Consiglio, Bertagnolli incassa il parere favorevole del CDN alla creazione della figura dell’Amico con le seguenti precisazioni:
1. possono diventare “Amici degli Alpini” tutte quelle persone che, non avendo i requisiti per diventare soci ANA, hanno dimostrato in modo tangibile e continuato il loro attaccamento all’Associazione;
2. gli Amici non potranno, in nessuna occasione, portare il cappello alpino e il distintivo associativo, ma solo ricevere il giornale previo pagamento della quota sociale;
3. gli Amici saranno dotati di apposita tessera il cui modello verrà studiato ed adottato dalla Sede Nazionale.

Nella stessa riunione si precisa che lo status di Amico darà diritto alla frequentazione delle sedi sociali. Nel novembre dello stesso anno (CDN 9.11.1975) Bertagnolli informa che l’iniziativa di creare la figura dell’Amico ha trovato 25 Sezioni favorevoli e 5 contrarie. Tra le contrarie vi è la Sezione di Bergamo. Particolarmente interessante l’esortazione che Bertagnolli rivolge al consigliere bergamasco (Caprioli) a rivedere la posizione “anche alla luce dei numerosi aiuti che la Sezione di Bergamo ha ricevuto da tutte le parti per la Casa di Endine”.
Viene sottolineato, a questo proposito, che la tessera di Amico è anche l’unico modo concreto che l’Associazione ha per ringraziare le persone che le sono particolarmente vicine (cons. Couvin) e che è un ottimo strumento di fidelizzazione dei rapporti di vicinanza e condivisione dei nostri ideali e dei nostri valori (cons. Caldini).
Con il CDN del 11.1.976 viene introdotto il modello di tessera dell’Amico.
Il cons. Vita, all’uopo incaricato, riferisce che delle 91 Sezioni solo 31 hanno dato risposta: 24 favorevoli, 1 neutra e 6 contrarie.
Vengono delineate le prime regole:
1. introduzione della figura dell’Amico in seno alle Sezioni e di conseguenza ai Gruppi;
2. tessera su modello unico per tutti;
3. convalida annuale a cura delle Sezioni (è escluso l’uso del bollino dei soci ordinari);
4. nessun regolamento preciso per gli Amici in modo che nessuno possa accampare diritti;
5. radiazione dei non più meritevoli senza alcuna particolare formalità;
6. concessione della tessera solo dietro domanda dell’interessato controfirmata da due soci ordinari presentatori e previo parere favorevole della Giunta di Scrutinio e del CDS;
7. concessione della tessera solo ai meritevoli e mai a titolo di riconoscenza a prefetti, sindaci, parlamentari ecc;
8. pagamento di una quota annuale che comprenda l’abbonamento a L’Alpino ed eventualmente al giornale Sezionale.
Sulla tessera deve essere stampato che da diritto alla frequentazione dei locali sociali e che può essere ritirata ad insindacabile giudizio del CDS. Deve inoltre essere stampato il divieto di indossare cappello alpino e distintivo sociale e di partecipare alle sfilate.
La figura dell’Amico degli Alpini è ufficialmente creata.
Tutto ciò viene successivamente confermato nella sostanza sia nel 1980 che nel 1986 quando viene introdotto il distintivo e il bollino degli Amici.
Nel 1995 la figura viene inserita nel Regolamento Nazionale, con mutamento del nome in “socio aggregato”, per ragioni connesse alla spedizione de “L’Alpino” e alla frequentazioni delle sedi (e rischi che ne derivano).
L’aggregato resta, però, di stretta competenza delle singole Sezioni ed è figura priva di concreti diritti associativi qualificanti.
In buona sostanza si è lasciata alle Sezioni competenza esclusiva sui soci aggregati al punto che la Sede Nazionale, oggi, non ha alcuno strumento concreto né per limitarne il numero, né per verificarne, in qualche modo, la qualità.
Col tempo, tuttavia, l’idea originaria, quella di un socio Amico “qualificato” di provata fede ed attaccamento all’Associazione e la coerenza con le motivazioni originarie esposte da Bertagnolli, si è sempre più affievolita sino a divenire, in taluni casi, anche il mezzo più spiccio per fare cassa ovvero per contrastare il calo fisiologico degli associati.
Con ogni probabilità la causa di tutto ciò deve essere ricercata nella sostanziale assenza di regole “assuntive” che ha consentito alle singole Sezioni e Gruppi di interpretare, ciascuna in base alla propria sensibilità e necessità, il rapporto
“amicale” con l’aggregato. Anche l’originaria regola che vietava ai soci aggregati di sfilare durante le nostre manifestazioni ha, ormai da molto tempo, subito una deroga importante: è noto, infatti, che i soci aggregati che fanno parte della Protezione Civile o dell’Ospedale da Campo sfilano con le rispettive rappresentanze.
Solo con l’ultima modifica del Regolamento Nazionale si è, infine, precisato che l’eventuale interruzione del rapporto associativo con l’aggregato avviene senza formalità e su semplice decisione del CDS.
* * *
Questa, a grandi linee, la cronaca dal 1975 ad oggi.
Bertagnolli, dunque, ha avuto il grande merito di comprendere che i tempi erano cambiati e di adattare la politica e la strategia associativa rivolgendo lo sguardo anche all’esterno per evitare che l’ANA subisse l’ostracismo e la ghettizzazione che a quel tempo erano riservati alle associazioni d’arma.
Certo questa operazione ha di fatto modificato (o meglio ha ufficializzato ciò che stava spontaneamente avvenendo) l’Associazione trasformandola da associazione d’arma pura in un vero e proprio movimento d’opinione che ha potuto e saputo contrastare la demagogia imperante che di fatto, dagli anni ‘70 in avanti, ha operato per la cancellazione dei valori più sacri della Patria con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti.
Se è vero che compito primario dell’Associazione è quello di conservare e diffondere i valori indicati dai Padri Fondatori (PER NON DIMENTICARE), Bertagnolli non poteva trovare sistema più diretto ed efficace per raggiungere lo scopo associativo.
L’ANA, dunque, sia con la scelta dell’allargamento della base associativa (e dunque con la ricerca di un consenso diffuso) così come con quella dell’intervento massiccio e continuato a favore della comunità nel nome di quei valori che altri
ridicolizzavano (RICORDARE I MORTI AIUTANDO I VIVI), è riuscita a rimanere fedele ai propri obiettivi mantenendo intatta la propria struttura, la propria forza numerica e l’immagine di indiscutibile efficienza e moralità che tutti le riconoscono.
Tutto ciò, naturalmente, ha profondamente modificato l’attività quotidiana dell’Associazione rendendola adeguata ai tempi e consentendole, al contempo, di adempiere ai propri scopi sociali sin in fondo con profondo spirito alpino, guardando, cioè, più alla sostanza delle cose che alla loro forma. Oggi l’ANA non è più solo una semplice associazione d’arma ma, forse proprio per questo, riesce ad esprime una serie infinita di attività che le consentono di avere una voce forte a difesa di quello zaino di valori che i nostri Padri ci hanno consegnato perché lo custodissimo e lo diffondessimo nella società.
Con questo sistema, in pratica, l’Associazione è riuscita ad imporsi come fenomeno autentico in un panorama di drammatica mediocrità (l’associazionismo d’arma).
La scelta di evitare una regolamentazione precisa dei soci aggregati, tuttavia, se da un lato ha permesso di introdurre la nuova linea associativa senza traumi, senza cioè correre il rischio di equivoci di sorta in capo agli “amici”, dall’altro ha comportato l’incontrollata crescita della categoria. Crescita resa oltremodo preoccupante a causa dell’eterogeneità delle persone associate.
Oggi si va da chi condivide, lavorando, i valori associativi a chi ha semplici sentimenti di amicizia ed ammirazione nei nostri confronti sino a quelli che hanno come unico merito di ricoprire una qualche carica pubblica o di avere nel tempo finanziato o semplicemente aiutato una nostra iniziativa, in palese contrasto con le indicazioni a suo tempo fornite a questo proposito.
Il problema vero, dal punto di vista statutario e regolamentare è costituito dalla totale assenza di regole e, dunque, di strumenti per arginare o anche solo regolamentare il fenomeno dal centro.
Gli aggregati restano di competenza esclusiva delle Sezioni e la Sede Nazionale non ha strumenti per intervenire e controllarne numero e qualità. Certo le regole possono essere modificate ma per far ciò occorre stare molto attenti ad evitare di rompere quell’equilibrio che da sempre ha caratterizzato il rapporto fiduciario tra Sede Nazionale e Sezioni.
Se, ad esempio, si decidesse di cancellare la figura dell’aggregato quali riflessi vi sarebbero sulla vita e sull’unità associativa?
Con quale coraggio, poi, si potrebbe andare a dire a 65 mila persone che la loro presenza e la loro attività in Associazione non sono più gradite dopo oltre 30 anni di rapporto? E l’Associazione che fine farebbe? Non si correrebbe il rischio concreto di un progressivo isolamento dalla società, andando in tal modo a denaturare il concetto stesso di associazione popolare che vive, prospera ed opera nella società e per la società?
Di certo, entro pochissimi anni si perderebbe di efficienza e si dovrebbero abbandonare tutta una serie di attività che oggi qualificano e rendono particolarmente appetibile la vita associativa.
Allo stesso modo se si decidesse di avocare alla Sede Nazionale la competenza in tema di concessione dell’iscrizione e di verifica della qualità, quale sarebbe l’effetto pratico sulla struttura?
Come si potrebbe andare a dire ai Presidenti Sezionali che da oggi non ci si fida più del loro giudizio e sul loro modo di individuare i rapporti amicali da stringere sul territorio?
Quali sarebbero le reazioni? Quali gli effetti sull’unità associativa?
Nemmeno è perseguibile la strada della chiusura delle iscrizioni per ragioni di ordine regolamentare (gli aggregati sono di stretta competenza delle singole sezioni e, dunque, occorrerebbe modificare tutti i regolamenti sezionali) e di pura coerenza: o gli amici forniscono un valore aggiunto e allora si tengono o costituiscono un pericolo e allora si cancellano (naturalmente con tutte le relative conseguenze).
Devo dire che dall’analisi (necessariamente sommaria) dei dati sui soci aggregati se ne ricava un quadro piuttosto confortante. Le iscrizioni di “comodo” sembrano percentualmente poco significative.
Resta, tuttavia, una imponente differenza tra quanti lavorano con noi e partecipano attivamente alla nostra vita associativa (che forse meriterebbero un riconoscimento più consistente) e quanti si limitano a volerci bene e a vedere nella nostra organizzazione un faro di autentica civiltà.
Inoltre la inevitabile contrazione dei numeri associativi rende non più procrastinabile una regolamentazione seria del fenomeno aggregati in modo da evitare che le diverse realtà locali, le differenti necessità o semplici sensibilità possano creare squilibri importanti con effetti deleteri sull’unità associativa, valore di importanza assolutamente primaria che deve essere difeso con ogni mezzo.
Non resta, dunque, che un deciso ritorno all’idea originaria di Bertagnolli (che è tutt’ora attualissima) con la fissazione di alcune regole (poche e chiare) che garantiscano i numeri e la qualità.
Quell’idea originaria, in effetti, conteneva di già il germe di quanto oggi può essere fatto con una semplice classificazione: da un lato quanti hanno dimostrato e dimostrano in modo tangibile e continuato l’attaccamento all’Associazione e dall’altro quanti nutrono semplici sentimenti di simpatia.
Alla seconda categoria (che dovrebbe continuare a mantenere il nome di “aggregato”) si continuerebbe a riconoscere solo il diritto alla frequentazione delle nostre sedi e la ricezione de L’Alpino senza alcuna ulteriore concessione.
Alla prima, invece, certamente più meritoria (alla quale potrebbe essere attribuita la definizione di “socio collaboratore”), si potrebbe, nel tempo, riconoscere qualche cosa: ad esempio, cominciare con l’istituzione di un copricapo esclusivo, in modo
da evidenziarne l’esistenza, la dignità ed il rispetto. Poi, più in là si potrà verificare se sussistono i presupposti per concedere la possibilità di sfilare nelle manifestazioni sezionali in blocchi omogenei in modo da riconoscere loro un ruolo più attivo nella nostra vita associativa.
Ciò, peraltro, metterebbe in moto un volano virtuoso che potrebbe convincere tante persone ad assumere un ruolo di maggiore partecipazione all’Associazione.
La differenza tra le due categorie deve essere rappresentato dal “lavoro in e per l’associazione” unico vero parametro oggettivo per certificare quell’attaccamento tangibile e continuato all’ANA che era originariamente richiesto.
In concreto si potrebbe ipotizzare che chi, iscritto come aggregato, lavori (o abbia lavorato) continuativamente per un periodo di cinque anni con l’ANA (ad esempio: cori, fanfare, attività sportive, protezione civile e ospedale da campo, logistica dei
gruppi e delle Sezioni) possa essere promosso alla categoria di “COLLABORATORE”. In questo modo potrebbero essere liberalizzate senza formalità le iscrizioni come aggregato (con l’enorme beneficio della diffusione del nostro periodico e del pensiero alpino) e si potrebbe garantire in modo tangibile la riconoscenza e l’affetto che in qualche modo dobbiamo a quanti, pur non avendo fatto la naia alpina, partecipano attivamente alla nostra vita associativa e, in qualche misura, la rendono anche possibile: i Collaboratori.
Del resto cinque anni di attività continuata nei nostri Gruppi e nelle nostre Sezioni dovrebbero garantire sufficientemente la qualità e la formazione spirituale del Collaboratore (che è la cosa che maggiormente dovrebbe interessarci) che in ogni caso non assumerebbe comunque il titolo di socio ordinario ma solo un maggiore riconoscimento.
Unica avvertenza: le quote associative di Aggregati e Collaboratori dovranno essere identiche e si dovrà imporre tale identità anche a Sezioni e Gruppi in modo da sottrarre ai capigruppo l’interesse a favorire l’una o l’altra categoria. Questo semplice accorgimento dovrebbe garantire la qualità e la selezione della categoria maggiormente qualificata.
Con questo sistema si otterrebbero alcuni vantaggi concreti:
1. aggregati e collaboratori rimarrebbero di competenza sezionale (senza intaccare il rapporto fiduciario con i Presidenti di sezione) e senza necessità di interventi sullo Statuto;
2. si potrebbe lavorare senza remore per estendere il numero degli abbonati a L’Alpino con notevoli effetti “benefici” sull’immagine associativa e sulla forza rappresentata (è evidente che più è alto il numero di copie tirate e distribuite della
nostra rivista maggiore sarà la considerazione che verrà riservata all’Associazione);
3. si darebbe un notevole impulso all’attività di diffusione dei nostri valori e del nostro modo di vivere ed interpretare la società;
4. si darebbe un giusto riconoscimento (e auspicabilmente anche visibilità) a chi impegna parte del suo tempo per sostenere attivamente la nostra vita associativa;
5. Capigruppo e Presidenti non si troverebbero nell’imbarazzo di dover operare scelte “antipatiche” ma si limiterebbero a promuovere quanti oggettivamente avranno lavorato e meritato;
6. eventuali tessere a titolo di “ringraziamento” (si pensi a Sindaci, scuole, enti vari, finanziatori ecc.) potrebbero essere date senza alcun problema (si tratterebbe, infatti, solo di abbonamenti al giornale);
7. l’attività associativa potrebbe essere garantita per altri 25/30 anni senza necessità di interventi sullo Statuto Nazionale;
8. L’analisi dell’attuale portafoglio “aggregati”, passo necessario per la catalogazione delle due nuove categorie, monitorando la situazione di fatto, fornirebbe valutazioni più precise per impostare un eventuale futuro dibattito sulle sorti del domani associativo.
Per quanto riguarda la questione del “futuro associativo” siamo ancora sufficientemente forti e giovani per poter andare avanti con le stesse regole che ci hanno permesso di arrivare sino a qui e con questo sistema, sistemando cioè la questione dei soci aggregati, possiamo prendere ulteriore tempo per decidere, senza abdicare al nostro compito di direzione e senza perdere le opportunità che una buona attività di proselitismo potrebbero garantirci con le giovani generazioni.
Questo, infatti, ci consentirà di ordinare una categoria, oggi troppo eterogenea, e dovrebbe anche servire da incentivo per lo stimolo all’attività di diffusione dei nostri valori specie nei confronti di quelle classi che, nemmeno se lo volessero, potrebbero fare il servizio militare.
Certo occorrerà spiegare bene ai Capigruppo cosa ci si aspetta da loro, ma credo, visto il carattere dei nostri alpini, che se chiederemo loro di lavorare per un obiettivo associativo ben delineato e facile da comprendere, non avremo difficoltà ad ottenere risposte, mentre se ci limitassimo a “vietare” non faremmo altro che incentivare pratiche distorsive che rimarrebbero prive di qualsiasi controllo “di qualità” e porterebbero ad effetti difficilmente governabili.




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