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Relazione morale del Presidente - 29Feb04 - parte 2
Inserito da Rodeghiero
Mercoledì, 03 Marzo 2004 - 12:42 AM
News dalla Sezione

CONSIDERAZIONI DI CARATTERE GENERALE


Se chiudiamo gli occhi e facciamo scorrere il 2003 nella nostra mente come fosse un film, a me sembra che, tralasciando i fatti della vita di tutti i giorni, la nostra attenzione si soffermerebbe su alcuni avvenimenti che ci vedono parte interessata dal punto di vista associativo.

Primo: potrebbe far piacere, e fa piacere, che dopo 60 anni il Parlamento, gli altri organi dello Stato e i partiti, qualcuno a denti stretti, abbiano riconosciuto che dopo l’8 settembre 1943, frutto di una “doppia morale” tipicamente italica, i fanti della Divisione Acqui a Cefalonia e i Granatieri di Sardegna a Porta S. Paolo in Roma, in ossequio agli ordini ricevuti prima dell’ignominiosa fuga nottetempo degli Alti Comandi militari lasciando senza ordini e in balia di se stessi centinaia di migliaia di soldati in Italia e all’estero, non esitarono invece a sacrificarsi sino alle estreme conseguenze, fedeli al giuramento prestato, per la dignità di un’Italia che li aveva traditi e per rispetto verso se stessi.

Secondo: potrebbe far piacere, e fa piacere, se dopo un colpevole silenzio durato 60 anni si riconosca che le foibe carsiche, in cui furono letteralmente gettati, a volte legati tra loro con filo di ferro e ancora vivi, centinaia di migliaia di italiani non tanto per le loro idee politiche ma semplicemente perché italiani, furono la tragica realtà di un immediato dopoguerra vissuto sulla propria pelle dalle popolazioni venete, dalmate e istriane.
Ma questa dolorosa realtà storica sarà ripresa dai libri di scuola e sarà accettata da tanti insegnanti ideologicamente condizionati? Con i tempi che ancora corrono, c’è da dubitarne.

Terzo: in primavera, l’intervento anglo-americano in Irak, motivato da un’asserita presenza di armi di distruzione di massa, peraltro ancora da dimostrare, raggiunge in tempi brevissimi gli obiettivi fissati.
Ma cessata la guerra sul campo, è iniziata un altro tipo di guerra, più subdola, che ha comportato e comporta più vittime della guerra aperta.
All’opera di ricostruzione materiale e politica del paese collabora anche l’Italia con la missione “Antica Babilonia”, missione che ha dovuto registrare il pesante contributo di sangue dei nostri militari dislocati a Nassiriyah, prima ricordato.
Perciò non dobbiamo dimenticare che essi erano e sono là in una coalizione di nazioni democratiche impegnate nella ricostruzione istituzionale e materiale del Paese e nella difesa della popolazione oppressa per 30 anni da una feroce dittatura, minacciata da bande di terroristi; erano e sono là per opporsi anche a un fanatismo religioso che vorrebbe ammantarsi di resistenza e non esita a mandare a morte sicura ragazzi e ragazze imbottiti di tritolo e a prendere di mira l’esercito, la polizia e i civili irakeni accusati di collaborazionismo con chi si adopera per avviare il paese a un processo di libertà e di democrazia compiuta; erano e sono là, avamposto in una guerra alle cui origini sta una diversa concezione della persona umana e l’odio di un fondamentalismo islamico verso tutto ciò che l’Occidente rappresenta e verso la “nostra millenaria civiltà cristiana”.

Fatte queste riflessioni e per venire a quanto ci riguarda strettamente, osserviamo che, in vista della soppressione della leva dal 1/1/2005, continua il sistematico smantellamento dei reparti delle Truppe alpine alimentati dai ragazzi di leva, tanto che oggi è rimasto in piedi solo il btg. Cividale dell’8° Alpini.
Ciò significa che da tale data l’organico di 190.000 posti dell’Esercito dovrà essere coperto soprattutto da volontari in ferma breve o prolungata.
Sembra un obiettivo difficile da raggiungere, se si pensa che - secondo quanto dichiarato a un giornale dal sottosegretario alla difesa Filippo Berselli - su oltre 252.000 giovani visitati nel 2003, circa 119.000 sono risultati arruolabili e di questi appena 26.641 sono stati arruolati e 31.000 hanno firmato come “volontario in ferma breve”: da ciò consegue l’insufficienza del flusso dei volontari.

L’anno scorso nella mia Relazione scrivevo: “Nel momento stesso in cui si offre una “retribuzione” in cambio di un determinata prestazione, bisogna mettere in conto che ci si confronta col mercato e che la mano d’opera tende a indirizzarsi, a parità di condizioni, verso le fasce di retribuzione più elevate e/o che garantiscono maggior certezza nel medio-lungo periodo”.
E’ passato appena un anno e il suddetto sottosegretario alla Difesa dichiara ancora: “Dobbiamo fornire ai giovani che vogliono entrare nelle FF.AA. degli incentivi adeguati e garantire loro un trattamento economico pari a quello che, con le stesse qualifiche, guadagnerebbero facendo un altro lavoro”.
Nessuno ci aveva mai pensato prima? Si potrà sperare in qualche ripensamento? Anche di ciò dubito fortemente, perché riconoscere i propri errori strategici, se tali si confermassero, non è nel DNA di tanti nostri connazionali.
Di riflesso, nasce spontanea la domanda: quale futuro per l’Associazione? A prescindere che l’Esercito sia o non sia sottoalimentato, la soppressione della leva influisce negativamente, “res sic stantibus”, sulla nostra Associazione per il lento, progressivo impoverimento nel medio/lungo periodo della propria compagine sociale.
E ciò vorremmo che non succedesse.

Da qui il dibattito sul futuro dell’Associazione apertosi nel suo interno e le svariate proposte che vanno dall’incentivazione dell’arruolamento di VFA al proselitismo tra coloro, non iscritti, che hanno svolto il servizio militare nelle Truppe alpine; dal riconoscimento di taluni diritti agli Amici degli Alpini, condizione necessaria per la sopravvivenza di talune Sezioni estere ove vige il diritto anglosassone, all’istituzione di corsi “allievi alpini”, una specie di “fai da te”, organizzati dall’Associazione stessa, prendendo atto - come ha fatto rilevare l’amico Biondo, consigliere nazionale, nell’ultima riunione dei Presidenti sezionali - che oramai il vero meccanismo di aggregazione dell’ANA non è costituito tanto dall’aver fatto qualche mese di servizio militare ma da una particolare comunanza spirituale fondata su pochi, semplici, fondamentali valori.
Iniziativa, questa, che nel fragile sistema politico italiano, geloso delle sue inamovibili prerogative, scatenerebbe immediatamente paure e sospetti di complotti e di macchinazioni per la quale saremmo accusati di attentato alle istituzioni, per l’occasione immancabilmente repubblicane e democratiche.
E quando, pur avendo assicurato chi di dovere che le nostra intenzioni non sono certamente quelle di ribaltare le istituzioni, si fosse scatenata la canea urlante, chi riuscirà a far tacere quei tanti “amici” che non abbiamo e che non vedono l’ora per infliggerci un colpo mortale? Non è certamente questa la sede per un profondo dibattito che richiede un’analisi profonda da parte del Consiglio direttivo nazionale prima e che dovrà necessariamente coinvolgere le Sezioni e i Gruppi, ma certamente dobbiamo prendere atto che il problema esiste e che, bene o male, dovrà essere affrontato e risolto oggi più che domani, sacrificando magari qualcosa per non perdere il tutto, fissando regole e paletti ben precisi perché l’animus dell’Associazione non sia stravolto.

Nota:

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